Guecellone V da Camino

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Da Camino

Caminesi di Sotto-Stemma.svg

Comitato inferiore di Ceneda

Biaquino I (†1220?)
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Tolberto II (1218?-1260?)
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Guecellone VI (1243-1272)
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Tolberto III (1263-1317)
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  • Chiara
  • Beatrice
  • Biaquino (†1334)
Biaquino IV (1269/70-prima del 1317)
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Rizzardo IV (prima del 1358)
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Tolberto V (†1360)
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Gherardo VII (†1391)
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Gherardo V (†1350)
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Guecellone IX (1340?-1390)
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Guecellone V da Camino (1208 circa – poco dopo il 14 ottobre 1242) è stato un politico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque da Biaquino I, capostipite dei Caminesi "di Sotto"; non ci è noto il nome della madre.

Morto il padre durante un viaggio in Terrasanta (dopo il 1220), secondo le disposizioni di quest'ultimo fu affidato con il fratello Tolberto II al parente Tolberto I, personalità di spicco nella vita pubblica di Treviso. Attorno al 1227-28, tuttavia, la famiglia fu costretta ad abbandonare la città per l'irrompere nella scena politica di Ezzelino III da Romano.

Il "Tiranno" infatti, bandito da Verona, si era trasferito a Treviso da dove iniziò gli scontri contro il vescovo di Feltre e Belluno, il comune di Padova e il patriarca di Aquileia Bertoldo. I Caminesi si schierarono dalla parte di questi ultimi ma persero di conseguenza il castello di Oderzo.

La situazione si fece ancor più grave quando Guecellone risultò coinvolto nell'assassinio del veneziano Marino Dandolo, già podestà di Treviso e candidato al dogato. Indicato come mandante del delitto, il governo ezzeliniano della città confiscò tutti i beni che la famiglia possedeva nella Marca, mentre la Serenissima chiedeva la condanna dei colpevoli a severe punizioni.

Guecellone, frattanto, si associava al cugino Biaquino II aderendo alla lega formata dalle città di Conegliano, Ceneda e Padova, cui si aggiunsero il vescovo di Ceneda, il patriarca di Aquileia e la città di Vicenza. I due furono protagonisti del sanguinoso conflitto che oppose questa all'alleanza ai Trevigiani, ai Veronesi, ai da Romano e al conte di Vicenza.

Nel 1233 si ebbe una breve interruzione della guerra: il frate Giovanni da Vicenza, noto predicatore, fu infatti chiamato a porre fine allo scontro emettendo un arbitrato a cui le parti promisero di aderire. La sentenza, pronunciata nell'agosto di quell'anno, imponeva, dal canto dei Caminesi, di sottomettersi a Treviso cedendo alla città i loro beni distribuiti nel territorio di Conegliano e ricevendo in cambio un risarcimento in denaro.

La proposta venne rifiutata da entrambe le fazioni e gli scontri ripresero con maggior vigore. Nei mesi successivi le sorti del conflitto sembrarono vertere a favore di Ezzelino, in quanto quest'ultimo aveva occupato il castello di Camino e portato lo stesso Guecellone in catene a Treviso. Ma l'inaspettata rivolta anti-ezzeliniana scoppiata in città, forse fomentata proprio dai Caminesi, capovolse la situazione politica nella Marca: l'11 settembre 1235 Treviso e Padova giunsero a un accordo che riprendeva la sentenza di frate Giovanni. Guecellone fu quindi costretto a sottomettersi a Treviso ma la città, ormai libera dalla signoria di Ezzelino e passata in campo guelfo, gli concesse rilevanti cariche pubbliche.

Gli anni successivi furono segnati dal passaggio nella fazione anti-ezzeliniana di Alberico da Romano. Nel 1239 quest'ultimo si impadronì di Treviso e Guecellone fu uno dei suoi più fedeli alleati. Negli anni 1240-41 i due ricoprirono la carica di podestà di Treviso e, divenute anime della lega guelfa, respinsero più volte gli attacchi del "Tiranno".

Ebbe buoni rapporti con papa Gregorio IX che invitò più volte lui e Biaquino al concilio ecumenico che avrebbe dovuto tenersi a roma nel marzo 1241. Il pontefice, inoltre, gli confermò i feudi della Chiesa di Belluno, quali i castelli di Oderzo e Fregona. Altri feudi si trovavano nel comitato di Ceneda, nonché nel patriarcato di Aquileia. Infine, ebbe in eredità metà del patrimonio dello zio Gabriele, morto senza figli.

Con lui e suo cugino Biaquino i beni di famiglia furono definitivamente tra i due rami "di Sotto" e "di Sopra": a Guecellone e al fratello Tolberto andò il territorio inferiore di Ceneda, con i borghi di Camino, Castelnuovo, Credazzo, Motta, Cessalto e Oderzo.

Morì probabilmente attorno ai trentacinque anni, poco dopo aver fatto testamento (a Chioggia 14 ottobre 1242). Suoi eredi furono i figli Biaquino III e Rizzardo. Fu sepolto nell'abbazia di Follina.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]