Gruppo Giochi Preziosi

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Gruppo Preziosi S.p.A.
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Stato Italia Italia
Tipo Società per azioni
Fondazione 1978
Sede principale via delle primule, 5 - Cogliate (amm.e comm.)
via del lauro, 7 - Milano (sede legale)
Persone chiave Enrico Preziosi
Fatturato 940 milioni di euro[1] (2009)

Il Gruppo Preziosi S.p.A. è la holding che detiene la proprietà della Giochi Preziosi S.p.A., l'azienda leader del mercato italiano nel settore dei giocattoli fondata nel 1978 da Enrico Preziosi.

Attualmente, è la seconda azienda europea del settore dopo LEGO e quinta a livello mondiale dopo Mattel, Hasbro e Bandai.[senza fonte]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il gruppo Preziosi nacque nel 1978 come azienda per il commercio all'ingrosso di giocattoli. Successivamente inizia a sviluppare accordi di distribuzione esclusiva con importanti produttori internazionali di giocattoli. Nel giro di pochi anni grazie ad una politica di acquisizioni, divenne un importante gruppo societario.

Il gruppo Giochi Preziosi comprende ad oggi: Giocheria (dal 1988) GIG, Harbert, Auguri Preziosi, Toys Center, Dolci Preziosi, Easy Shoes, Giocoplast, Grani & Partners, Giordani, Salati Preziosi ed altre[2]. Inoltre distribuisce per l'italia alcune marche di giocattoli estere, tra cui Witty Toys Bandai, Tiger, Tomy, Thinkway Toys.

Attività[modifica | modifica sorgente]

Giochi Preziosi affianca alla distribuzione di marchi la produzione di giocattoli propri, sia per il mercato interno che estero, dando il via ad un'attività sia a livello locale ed internazionale.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

Molti dei Jingle dei loro spot TV sono stati firmati da celebri musicisti, tra i quali Dario Baldan Bembo, e Manuel De Peppe.

Prodotti (parziale)[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Introduzione generale, ricavi netti,, 02 settembre 2011. URL consultato il 2 settembre 2011.
  2. ^ Vittorio Malagutti, Preziosi, il «grande giocattolaio» del Como in Corriere della Sera, 17 settembre 2002, p. 53. URL consultato il 2 dicembre 2010.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]