Gruppo 7 e MIAR

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Il Gruppo 7 è stato un gruppo di architetti italiani, che capitanato e animato da Carlo Enrico Rava fu costituito nel 1926.[1] Oltre Rava vi hanno fatto parte gli architetti Luigi Figini, Guido Frette, Sebastiano Larco, Gino Pollini, Giuseppe Terragni e Ubaldo Castagnoli, sostituito l'anno dopo da Adalberto Libera.[2] Anche Giuseppe Pagano, pur non aderendo direttamente al gruppo ne sostenne le posizioni, condividendo le tesi del movimento. Si trattava di un collettivo di professionisti che si propone rinnovare il pensiero architettonico corrente e la ricerca formale e funzionale dell'edilizia italiana attraverso l'adozione del razionalismo.

In occasione della Prima Esposizione Italiana di Architettura Razionale, che si tenne, promossa da Adalberto Libera e Gaetano Minnucci, nel 1928 a Roma, il Gruppo 7 si ampliò con la fondazione del MIAR (Movimento Italiano per l'Architettura Razionale), che comprendeva una cinquantina di architetti divisi per ambito regionale.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la prima guerra mondiale si avvertiva l'esigenza di un ritorno alla ragione ed alla tradizione dopo l'irrazionalità della guerra. In politica si affermò anche l'esigenza di un ritorno all'ordine, che favorì l'instaurarsi del regime fascista.

In campo artistico nacque il movimento "Novecento", a cui aderirono pittori come Anselmo Bucci, Mario Sironi, E.Malerba, V.Oppi, P.Marussing, Achille Funi, Leonardo Dudreville e al quale si avvicinarono anche architetti come Giovanni Muzio, Piero Portaluppi, Emilio Lancia, Gio Ponti, Ottavio Cabiati, strettamente legati ai canoni classici sia come metodo che come linguaggio figurativo. Intanto il Futurismo, morto in guerra Antonio Sant'Elia, aveva perso il suo spirito innovatore e rivoluzionario. Gli architetti novecentisti individuarono i problemi urbanistici e le esigenze della città moderna, ma con un approccio che rimaneva quello del metodo ottocentesco e classico.

Gruppo 7[modifica | modifica wikitesto]

Con una serie di articoli sulla rivista Rassegna Italiana nel dicembre del 1926, il "Gruppo 7" si presentò al pubblico, dettando nuovi principi per l'architettura che si rifacevano a quelli del Movimento Moderno in Europa. Si trattava di un nuovo modo di vedere l'architettura, caratterizzato dalla ricerca della forma pura, essenziale, che esprimesse la funzione degli spazi, e dal rigetto dell'ornamento e della decorazione. In questi scritti si teorizzava:

  • che "dall’uso costante della razionalità, dalla perfetta rispondenza dell'edificio agli scopi che si propone, siamo certi debba risultare, appunto per selezione, lo stile"[3];
  • che "l'architettura ...non può più essere individuale", per poterla ricondurre "alla diretta derivazione delle esigenze del nostro tempo"[3];
  • che "all’eclettismo elegante dell'individualismo opponiamo lo spirito della costruzione in serie"[3].

Contemporaneamente si richiamava il valore della tradizione:

  • "Da noi esiste un tale substrato classico e lo spirito della tradizione (non le forme le quali sono ben diversa cosa) è così profondo in Italia, che evidentemente e quasi meccanicamente la nuova architettura non potrà non conservare una tipica impronta nostra"[3].

Il Gruppo 7, quindi, propendeva per una mediazione tra tradizione e "spirito nuovo", tra classicismo e funzionalismo, riprendendo dal classico la struttura geometrica, il ritmo, la proporzione, la raffinatezza dei materiali e dei particolari architettonici. Con la sua iniziativa il Gruppo 7 aprì quello che poi lo stesso Terragni definì il periodo 'squadrista' dell'architettura italiana, che tra il 1926 e il 1931, soprattutto però durante gli anni 1931/32, vide lo scontro tra razionalisti e accademici con la seguente polemica nazionale sulle ragioni della modernità.[4]

Un esempio di applicazione di questi principi è la Casa del Fascio di Como, di Giuseppe Terragni, dove la facciata è disegnata sulla sezione aurea e dove le forme e le strutture moderne si fondono con un impianto volumetrico ed un equilibrio dello spazio architettonico classici. [senza fonte]

MIAR[modifica | modifica wikitesto]

Il Gruppo ritenne di poter trovare nel Fascismo una spinta innovatrice e tentò di identificare lo stile razionale come stile fascista. Dopo la fondazione del MIAR (Movimento italiano architettura razionale) nel 1927, venne organizzata a Roma la prima esposizione dell'architettura razionale, che tuttavia non ebbe grandi riscontri.

Vennero costruite altre opere, come il Novocomum di Como (1929), ancora di Giuseppe Terragni.

Nel 1931 venne organizzata da Pietro Maria Bardi una seconda esposizione dell'architettura razionale, inaugurata da Mussolini, alla sua Galleria d'Arte di Roma, in seguito alla quale nacque una vivace polemica con i tradizionalisti. Ad alimentare questo scontro contribuì il "Tavolo degli orrori", fotomontaggio che rappresentava con sarcasmo la "vecchia" Italia, in cui a brani di romanzi e giornali dell'epoca, cartoline e fotografie del 1860, erano accostate le opere architettoniche pseudoclassiche e pseudobarocche di Armando Brasini, Cesare Bazzani, Gustavo Giovannoni, e pseudomoderne di Marcello Piacentini.

Il tentativo di mediazione sulla base del concetto di stile, svuotando il Movimento Moderno dei caratteri di impegno sociale e di trasformazione dell'ambiente costruito, a favore di un esplicito richiamo e identificazione con i principi fascisti, fallisce. Il sindacato fascista architetti ritira l'appoggio alla mostra e contemporaneamente, per agevolare una scissione all'interno del Gruppo, fonda il RAMI, Raggruppamento Architetti Moderni Italiani, in cui confluiscono parte dei membri del MIAR[5]. Il 'fronte razionalista', di cui il MIAR è il rappresentante, si spezza con lo scioglimento del movimento nel corso dello stesso anno.[6]

Fine del movimento[modifica | modifica wikitesto]

Vennero ancora realizzate alcune opere razionaliste (l'impianto di Sabaudia, la cittadina di Portolago a Leros, nel Dodecaneso), ma negli anni trenta l'architettura razionalista cedette il posto all'architettura "neoclassica" di Marcello Piacentini (EUR, via della Conciliazione, centro storico di Brescia).[senza fonte]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sartoris, Alberto: Giuseppe Terragni dal vero. In: Ciucci, Giorgio (a cura): Giuseppe Terragni. Opera completa. Milano 1996, p. 16.
  2. ^ Storia dell'architettura italiana. Il primo Novecento. Milano 2004, pp. 520-521.
  3. ^ a b c d Bruno Zevi. Storia dell'architettura moderna. Torino 2001, p. 182.
  4. ^ Pier Luigi Nervi. Architettura come sfida (a cura di Carlo Olmo e Cristiana Chiorino). Milano 2010, p. 5.
  5. ^ Bruno Zevi. Storia dell'architettura moderna. Torino 2001, p. 187.
  6. ^ Storia dell'architettura italiana. Il primo Novecento. Milano 2004, pp. 524-525.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]