Groupthink

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Groupthink, o pensiero di gruppo[1], è il termine con cui, nella letteratura scientifica, si indica una patologia del sistema di pensiero esibito dai membri di un gruppo sociale quando cercano di minimizzare i conflitti e raggiungere il consenso senza un adeguato ricorso alla messa a punto, analisi e valutazione critica delle idee. Creatività individuale, originalità, e autonomia di pensiero vengono sacrificati al perseguimento dei valori di coesione del gruppo; allo stesso modo, sono smarriti i vantaggi che derivano da un bilanciamento ragionevole di scelte e opinioni che possono normalmente essere ottenuti agendo come gruppo nel prendere decisioni.[2] Nel fenomeno del groupthink, i membri del gruppo evitano di promuovere punti di vista al di fuori di quella zona confortevole delimitata dal pensiero consensuale. I motivi che inducono a simili comportamenti sono vari. Tra essi vi può essere il desiderio di evitare di proporsi in situazioni che, nel giudizio del gruppo, possano essere tacciate come ingenue o stupide, o il desiderio di evitare l'imbarazzo o l'ira di altri membri del gruppo.

Il risultato di tali comportamenti, nel momento in cui il gruppo si trova ad assumere decisioni, è un affievolimento dell'obiettività, della razionalità e della logica, con esiti che possono anche assumere la forma del consenso su decisioni che appaiono disastrose e folli per chi appena le osservi dall'esterno.

Il groupthink rappresenta una "patologia funzionale" del comportamento collettivo, che può comportare l'adesione dei gruppi a decisioni sconsiderate e irrazionali, frutto di processi decisionali in cui i dubbi individuali sono messi da parte nel timore che possano destabilizzare gli equilibri interni al gruppo. Il termine è applicato frequentemente, con il senno di poi, a situazioni già accadute, in un'ottica peggiorativa.

Origini e definizioni[modifica | modifica sorgente]

Il termine fu coniato nel 1952 da William H. Whyte in un articolo sulla rivista Fortune:

Essendo "Groupthink" un neologismo — e, ammettiamolo, alquanto tendenzioso — credo sia il caso di darne una definizione operativa. Quello di cui stiamo parlando non è un semplice e istintivo conformismo — si tratterebbe, dopo tutto, di un errore connaturato all'umanità. Quello di cui stiamo parlando è una forma razionalizzata di conformismo: una filosofia dichiarata e articolata che considera i valori del gruppo non solo convenienti ma addirittura virtuosi e giusti.[3]

Irving Janis, autore di ampi studi sull'argomento negli anni settanta, lo definiva come:

Un modo di pensare che la gente fa proprio quando si trova profondamente coinvolta in un coesivo ingroup (gruppo chiuso e identitario, n.d.t.), quando l'aspirazione dei membri all'unanimità ha la precedenza sulle loro motivazioni a valutare, in maniera realistica, la possibilità di differenti linee di condotta.[4]

Definizione[modifica | modifica sorgente]

La seguente definizione del fenomeno e dei suoi sintomi è tratta dalle pagine web della Oregon State University:

Il groupthink si manifesta quando un gruppo omogeneo e altamente coeso è così impegnato a preservare l'unanimità da non valutare le possibili opzioni e alternative. I membri del groupthink vedono se stessi come parte di un in-group che opera contro un altro gruppo (out-group) che si oppone ai loro scopi. Si può dire che un gruppo è affetto da groupthink se:

  1. sopravvaluta la propria invulnerabilità o il livello del proprio atteggiamento morale,
  2. razionalizza collettivamente le decisioni che assume
  3. demonizza o valuta con stereotipi i gruppi esterni e i loro leader,
  4. ha una cultura ispirata dall'uniformità, in cui gli individui censurano se stessi o gli altri, in modo da salvaguardare l'apparenza esteriore di unanimità del gruppo
  5. annovera membri che si assumono la responsabilità di proteggere il leader, nascondendogli alcune informazioni detenute da essi, o da altri membri del gruppo[5]

Cause del fenomeno[modifica | modifica sorgente]

I gruppi che richiedono un alto grado di coesione sono quelli che possono più facilmente incorrere nel groupthink. A un maggior grado di chiusura corrisponde una minor probabilità che vengano sollevate questioni in grado di minare la coesione interna del gruppo. Sebbene Janis individui la coesione del gruppo come il più importante antecedente del groupthink, egli afferma anche che la transizione al groupthink non avviene in maniera ineludibile: la coesione del gruppo "è una condizione necessaria, ma non sufficiente" (Janis, Victims of Groupthink, 1972) affinché la patologia emerga. Secondo Janis, la coesione di gruppo condurrà invariabilmente all'emergere del groupthink se, in aggiunta, ci si trova in presenza di uno dei due seguenti presupposti:

  • difetti strutturali nell'organizzazione: isolamento del gruppo, assenza di una tradizione di leadership imparziale, mancanza di norme comportanti l'adozione di procedure di metodo, appiattimento su livelli omogenei dei background sociali e dei contesti ideologici dei singoli membri;
  • contesto esterno provocatorio: situazioni ad altro stress dovute a pressioni e minacce esterne, fallimenti recenti, difficoltà eccessive nei compiti decisionali, dilemmi morali.

Lo psicologo sociale Clark McCauley ha proposto la considerazione di tre condizioni ritenute in grado di causare il groupthink:

  • Modello di leadership direttiva.
  • Omogeneità dei background sociali e dell'habitus ideologico dei singoli membri
  • Isolamento del gruppo da fonti esterne di informazione e di analisi.

Sintomi del groupthink[modifica | modifica sorgente]

Schematizzazione del groupthink (basato su Janis & Mann 1977[6])

Al fine di rendere il groupthink oggetto di test, Irving Janis, nel 1977, enucleò otto situazioni sintomatiche da lui considerate indicative del suo manifestarsi.

  • Tipo I: sovrastima del gruppo, del suo potere, della sua moralità.
  1. Illusioni di invulnerabilità in grado di creare eccessivo ottimismo e di incoraggiare l'azzardo morale nell'assunzione di rischi.
  2. Credenze non messe in discussione circa moralità del gruppo, in grado di portare i membri a ignorare le conseguenze delle loro azioni.
  • Tipo II: chiusura mentale.
  1. Ammonimenti razionalizzanti che possano mettere in discussione gli assunti del gruppo.
  2. Applicazione dello stereotipo di debole, malvagio, portatore di pregiudizi, spocchioso, inconcludente, o stupido, per chi si oppone al gruppo.
  • Tipo III: pressione verso l'uniformità.
  1. Autocensura di idee che deviano dall'apparente consensualità del gruppo.
  2. Illusioni di unanimità tra i membri del gruppo, in cui il silenzio è erroneamente percepito come assenso.
  3. Pressione diretta a conformarsi, esercitata su qualsiasi membro che metta in discussione il gruppo, espressa in termini di "slealtà".
  4. Mindguards (guardie/guardiani della mente) — figure auto-nominate che si incaricano di filtrare e schermare il flusso di informazione per proteggere il gruppo da opinioni dissenzienti, utilizzando varie tecniche, in maniera conscia o inconscia.

Quale effetto dei sintomi sopraelencati, il Groupthink si risolve in una patologia del processo di assunzione di decisioni, con. Le decisioni basate dal consenso sono il risultato delle seguenti pratiche del groupthink:

  1. Esame incompleto delle alternative.
  2. Ricerca incompleta degli obiettivi.
  3. Mancato esame dei rischi connessi alla scelta preferita.
  4. Incapacità di rivalutare alternative precedentemente accantonate.
  5. Scarsa ricerca di informazioni.
  6. Distorsione selettiva nella raccolta di informazioni.
  7. Incapacità di elaborare piani in situazioni impreviste.

Groupthink e deindividuazione[modifica | modifica sorgente]

I culti, in sociologia, sono studiati anche con riguardo al groupthink e ai suoi effetti sulla deindividuazione. Una definizione da manuale indica la deindividuazione come il fenomeno di affievolimento o di perdita di autocoscienza e apprendimento valutativo; si verifica in situazioni di gruppo che incoraggiano l'anonimato e allontanano l'attenzione dall'individuo (Myers, 305)

Prevenzione del groupthink[modifica | modifica sorgente]

Secondo Irving Janis, i gruppi coinvolti in processi decisionali non sono tutti necessariamente destinati a essere affetti dal groupthink. Egli individuò sei modi per prevenirlo (209-215):

  1. I leader dovrebbero assegnare a ciascun membro il ruolo di “valutatore critico”. Questo permette ad ognuno di esprimere liberamente obiezioni e dubbi.
  2. I più alti in grado non dovrebbero esprimere un'opinione quando assegnano un compito a un gruppo.
  3. L'organizzazione dovrebbe creare molti gruppi indipendenti, a lavorare sullo stesso problema.
  4. Devono essere prese in considerazione tutte le effettive alternative
  5. Ogni membro dovrebbe discutere delle idee del gruppo con persone di fiducia al di fuori del gruppo.
  6. Il gruppo dovrebbe invitare esperti esterni a prendere parte agli incontri. Ai membri del gruppo dovrebbe essere consentito di discutere e porre domande agli esperti esterni.
  7. Almeno a un membro del gruppo dovrebbe essere assegnato il ruolo di avvocato del diavolo. Questa scelta dovrebbe cadere su una persona diversa in ciascun incontro.

Seguendo queste raccomandazioni, il groupthink può comunque essere evitato.

Esempio di prevenzione del groupthink: la gestione della crisi dei missili di Cuba[modifica | modifica sorgente]

Un esempio di gestione del processo decisionale di gruppo in maniera da evitare scelte irrazionali si quando, dopo il fiasco dello sbarco nella Baia dei Porci, John Kennedy cercò di evitare il groupthink durante la crisi dei missili di Cuba.[7] Durante i meeting, il presidente invitò esperti esterni a esprimere i loro punti di vista, e permise a membri del gruppo di porre domande con cura. Inoltre, incoraggiò i membri del gruppo a discutere di possibili soluzioni con membri di fiducia nei loro dipartimenti separati, e giunse perfino a dividere il gruppo in vari sotto-gruppi, al fine di dissolverne parzialmente la coesione. Kennedy si assentava deliberatamente dai meeting, allo scopo di evitare ogni pressione proveniente dalla sua stessa opinione. La crisi dei missili cubani, infine, fu risolta pacificamente, un risultato che si deve, in parte, anche a queste misure preventive.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ R. Kreitner, A. Kinicki, Comportamento organizzativo. Dalla teoria all'esperienza, Apogeo Edizioni, 2008.
  2. ^ groupthink: Definition from Answers.com
  3. ^ William Safire, Groupthink in New York Times, 8 agosto 2004. URL consultato il 2 novembre 2008.
    «If the committee's other conclusions are as outdated as its etymology, we're all in trouble. Groupthink (una sola parola, senza trattino) era il titolo di un articolo comparso sul magazine Fortune nel marzo 1952 a firma di William H. Whyte Jr.: "Groupthink sta diventando una filosofia nazionale." — scriveva — "Essendo Groupthink un neologismo — e, ammettiamolo, alquanto tendenzioso — credo sia il caso di darne una definizione operativa. Quello di cui stiamo parlando non è un semplice e istintivo conformismo — si tratterebbe, dopo tutto, di un errore connaturato all'umanità. Quello di cui stiamo parlando è una forma razionalizzata di conformismo: una filosofia dichiarata e articolata che considera i valori del gruppo non solo convenienti ma addirittura virtuosi e giusti." Whyte derideva la nozione che egli attribuiva a una élite qualificata di ingegneri sociali di Washington.».
  4. ^ Janis, Irving L., Victims of Groupthink. Boston. Houghton Mifflin Company, 1972, p. 9.
  5. ^ Groupthink, Oregon State University
  6. ^ Schema tratto da Janis, I.L. e Mann, L. (1977). Decision-Making: A Psychological Analysis of Conflict, Choice, and Commitment, New York, The Free Press, p. 132
  7. ^ Janis, Irving L., Victims of Groupthink. Boston. Houghton Mifflin Company, 1972, pp. 148-149.

Approfondimenti[modifica | modifica sorgente]

  • Amidon, M. (2005). Groupthink, politics and the decision to attempt the Son Tay rescue. Parameters US Army War College Quarterly, Autumn 2005, pp. 119-131.
  • Giddens, Anthony, Mitchell Duneier, and Richard P. Appelbaum. Essentials of Sociology. New York. W.W. Norton & Company, 2006.
  • McCauley, Clark. "The Nature of Social Influence in Groupthink: Compliance and Internalization." Journal of Personality and Social Psychology. Vol. 57-2 (1989). 250-260.
  • Schafer, M. and Crichlow, S. (1996). Antecedents of groupthink: a quantitative study. The Journal of Conflict Resolution, Vol. 40, No. 3 (Sep., 1996), pp. 415-435.
  • Vaughan, Diane. The Challenger Launch Decision: Risky Technology, Culture, and Deviance at NASA. Chicago. University of Chicago Press, 1996.
  • Whyte, G. (1989). Groupthink reconsidered. The Academy of Management Review, Vol. 14, No. 1 (Jan., 1989), pp. 40-56.
  • Janis, Iirving (1989). Crucial Decisions: Leadership in Policemaking and Crisis Management, Free Press, New York
  • Janis, Iirving (1982). Groupthink: Psychological studies of policy decisions and fiascoes, Boston MA, Houghton Mifflin

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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