Grottesca

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Le grottesche antiche della Domus Aurea
Grottesche della scuola di Raffaello, Loggetta del cardinal Bibbiena, Palazzi apostolici, Vaticano

Le grottesche sono un soggetto pittorico di decorazione parietale che affonda le sue radici nella pittura romana di epoca augustea e che fu riscoperto e reso popolare a partire dalla fine del Quattrocento.

La decorazione a grottesca è caratterizzata dalla raffigurazione di esseri ibridi e mostruosi, chimere, spesso ritratte quali figurine esili ed estrose, che si fondono in decorazioni geometriche e naturalistiche, strutturate in maniera simmetrica, su uno sfondo in genere bianco o comunque monocromo. Le figure sono molto colorate e danno origine a cornici, effetti geometrici, intrecci e quant'altro, ma sempre mantenendo una certa levità e ariosità, per via del fatto che in genere i soggetti sono lasciati minuti, quasi calligrafici, sullo sfondo. L'illustrazione prevalentemente fantasiosa e ludica, non sempre persegue una funzione puramente ornamentale, ma riveste talvolta anche uno scopo didascalico ed enciclopedico, riproducendo inventari delle arti e delle scienze o raffigurazioni a carattere eponimo.

Il nome, come spiega Benvenuto Cellini nella sua autobiografia, deriva dalle grotte del colle Esquilino a Roma che altro non erano che i resti sotterranei della Domus aurea di Nerone, scoperti nel 1480 e divenuti immediatamente popolari tra i pittori dell'epoca che spesso vi si fecero calare per studiare le fantasiose pitture rinvenute. Tra questi vi furono Filippino Lippi, il Pinturicchio, Raffaello, Giovanni da Udine, il Morto da Feltre, Bernardo Poccetti, Marco Palmezzano, Gaudenzio Ferrari e altri che in seguito diffusero questo stile dando vita a quella che il Longhi definisce la "curiosa civiltà delle grottesche"[1].

« La diffusione della pittura a grottesca nel Cinquencento fu immensa. Dopo la sperimentazione del tardo Quattrocento, le sue forme definitive furono stabilite con Raffaello a Roma, nelle Logge Vaticane e a Villa Madama, e i suoi collaboratori le diffusero per tutta l'Italia, dopo il Sacco di Roma del 1527. Negli anni Settanta, il più vasto complesso esistente di grottesche era nel palazzo Farnese a Caprarola »
(Cristina Acidini (1999), cit., pp. 13-14)

Fasi storiche[modifica | modifica wikitesto]

Le grottesche erano utilizzate nell'antichità romana e stando agli scavi delle ville imperiali del Palatino i primi esempi noti risalgono alla seconda metà del I secolo a.C. (42-36 a.C. per la casa di Augusto, 30 a.C. per l'Aula Isiaca che si distingue per l'uso di preziosi inserti a foglia d'oro). Vitruvio, nel suo De architectura libro VII, cap. V, §§3-4, condannò la moda di questi ornamenti [2]. La polemica vitruviana si affida tanto ad una criterio estetico (le creazioni ibride contravvenendo alle leggi di Natura sono contrarie al canone della mimemis), quanto ad un criterio morale (le pitture fantasiose sono puro pretesto a sfoggio di ricchezza smodata privilegiando l'uso di colori costosi quali il blu di Armenia o il porpora ed il cinabro, in contrasti cromatici violenti tesi ad impressionnare lo sguardo secondo un gusto alieno alla sobrietà dell'arte ufficiale che vuole opporsi allo stile dell'Oriente ellenistico). Ma allora, come nel Cinquecento, la loro diffusione fu inarrestabile, essendo adottata dalla stessa famiglia imperiale[3]. Nel 1480, in seguito al ritrovamento di questo genere di decorazione nella Domus Aurea di Nerone, le grottesche vennero riproposte sotto pretesto della imitatio antiquitatis. Il Vasari dedica loro il capitolo XXVII della sua Introduzione alle tre arti del disegno.[4] e seguendo l'esempio vitruviano le definì "pitture licenziose e ridicole molto", traendo tuttavia motivo di orgoglio dal fatto che il modello antico sia stato reinterpretato dai moderni con esiti superiori all'archetipo neroniano. Di fatto, pittori illustri come Filippino Lippi, il Pinturicchio, Amico Aspertini e il Sodoma furono tra i primi a utilizzare queste stravaganze antiche. Fu la bottega di Raffaello Sanzio ad effettuare una vera e propria riforma di questo genere aumentando così il numero di richieste da parte dei committenti e instaurando una sorta di canone che sarà ripreso dal manierismo.

Giovanni da Udine, contrariamente a Morto da Feltre (che meritò questo appellativo, secondo il racconto delle Vite di Vasari, per aver trascorso più tempo sotto che sopra la terra, studiando e ricopiando i motivi ornamentali delle grottesche), diede vitalità e vivacità a questo genere, ponendo l'accento sugli aspetti più naturalistici ed eliminando le componenti più fantastiche e le inquietanti mostruosità pagane.

Con la fine del Manierismo non si estinse del tutto la grottesca. Il criticato ornamento si nascose per riapparire nel Seicento sotto forma di geroglifico, arabesco o chinoiserie.

Significato metaforico[modifica | modifica wikitesto]

La parola grottesco è passata poi a significare in italiano qualcosa di bizzarro e inconsueto, assumendo poi la connotazione di "ridicolo", ironizzante e caricaturale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Roberto Longhi, "Officina ferrarese" (1934), in: ID., Da Cimabue a Morandi, Milano, Mondadori, 1973, pag. 585
  2. ^ edizione italiana del passo citato Lib.VII, cap. V, §§3-4
  3. ^ Oltre agli esempi sopracitati si vedano ancora quelli della villa di Agrippa Postumo a Boscotrecase http://www.metmuseum.org/toah/works-of-art/20.192.1-.3
  4. ^ Capitolo XXVII Come si lavorino le grottesche su lo stucco

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cristina Acidini Luchinat, La grottesca in: AA.VV., Storia dell'arte italiana, t. III/4, Torino, Einaudi, 1982, pagg. 161-200
  • Cristina Acidini Luchinat, Grottesche. Le volte dipinte nella Galleria degli Uffizi, Firenze, Giunti, 1999 ISBN 88-09-01542-8
  • Nicole Dacos, Per la storia delle grottesche: la riscoperta della Domus Aurea, "Bollettino d'arte", vol. LI, n° I-II, gennaio-giugno 1966, pagg. 43-49
  • Claudia La Malfa, Pintoricchio a Roma. La seduzione dell'antico, Milano, Silvana Editoriale, 2009
  • Anne-Marie Lecoq, Vitruve contre les grotesque, in: "Grande Galerie-Le journal du Louvre", n°28, 2014, pp. 90-92.
  • Philippe Morel, Il funzionamento simbolico e la critica delle grottesche nella seconda metà del Cinquecento, in: Marcello Fagiolo, (a cura di), Roma e l'antico nell'arte e nella cultura del Cinquencento, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1985, pagg. 149-178
  • Philippe Morel, Les grotesques. Les figures de l'imaginaire dans la peinture italienne de la fin de la Renaissance, Paris, Flammarion, 1997
  • Beatrice Premoli, L'ornato 'a grottesche' nel territorio viterbese, "Biblioteca e società", Fascicolo 4, dicembre 2009, pagg. 3-12

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