Giuseppe II Gaggini
Giuseppe II Gaggini (Genova, 1791 – Genova, 2 maggio 1867) è stato uno scultore italiano, operante a Genova e a Torino.
Indice |
[modifica] Biografia
Figlio di Bernardo II, originario di Bissone, e di Geronima Daneri. Rappresenta l'ultima generazione neoclassica nella scultura genovese nel primo Ottocento. Fu allievo di Nicolò Traverso all'Accademia Ligustica di Genova dove si distinse per bravura vincendo premi con una copia in gesso dell'Ercole Farnese e con una statua di San Matteo; completò quindi la propria formazione a Milano, con Camillo Pacetti e con Gaetano Monti. Nel 1815, dopo aver vinto il concorso governativo di Brera con il bassorilievo "La morte di Priamo" che gli meritò la medaglia d'oro, rientrò a genova dove fu scelto tra i migliori allievi da inviare a Roma per approfondire gli studi; qui entrò in contatto con Antonio Canova e con Bertel Thorvaldsen, artisti fondamentali per la sua formazione.
Nel 1823 rientrò a Genova, e tra gli altri lavori, nel 1824 eseguì in collaborazione con Carlo Barabino, le decorazioni plastiche per il catafalco di Vittorio Emanuele I nel Duomo di Genova e la statua del Genio dell'Armonia, posta nel 1829 sul pronao del Teatro Carlo Felice. Nel 1830 ottenne la cattedra di scultura dell'Accademia Ligustica (fu suo allievo Santo Varni) diventandone il direttore; nel 1831 si fece notare da re Carlo Alberto di Savoia mentre alla Ligustica stava lavorando al Trionfo di Marcello, fregio articolato con 71 figure, ultimato nel 1835 dal suo allievo Santo Varni (opera persa); nell'occasione venne elogiato dal sovrano e nello stesso anno realizzò la statua per i funerali genovesi di Carlo Felice di Savoia, e dalla metà degli anni Trenta Carlo Alberto gli commissionò molte opere per le residenze sabaude.
Secondo il Cervetto un altro valido motivo per la chiamata in Piemonte è da ricondurre all'esecuzione di un busto raffigurante Carlo Alberto destinato a Palazzo Reale. Negli ultimi mesi del 1832 iniziò la sua attività in Piemonte come attestano alcune lettere da lui inviate a Pelagio Palagi riguardanti lavori nel Castello Reale di Racconigi;nell'ambito degli ampliamenti progettati da Ernesto Melano nel 1834 per trasformare questa dimora in sede delle "Reali Villeggiature", il bolognese Palagi venne incaricato della sistemazione degli interni e al Nostro fu affidata la totalità dei lavori in marmo, compresa la fornitura del materiale, l'imballaggio e il trasporto da Carrara a Genova, per cui fu previsto un ulteriore compenso solo nel caso in cui le cattive condizioni del mare determinassero il traffico via terra per mantenere la tempistica dei lavori.
Realizzò il pavimento della sala di ricevimento con una scacchiera marmorea bianca e rossa al centro e tarsie di marmi pregiati ai lati; il camino e l'incorniciatura delle porte; una statua in marmo di Pomona per la sala da pranzo; il camino nella sala dei Dignitari o del Caffè, scolpendo l'architrave con trofei militari e capitelli con teste femminili; la vasca in marmo bianco ricavata da un unico blocco con testa leonina per il bagno di Carlo Alberto. All'interno del parco, nel complesso delle Margherite, scolpì le statue di Sant'Ignazio di Loyola e di San Francesco d'Assisi situate nelle edicole traforate della cappella di Sant'Alberto, la cui bellezza induce ammirazione, e il rivestimento in marmo dell'altare per la cappella reale di Nostra Signora delle Grazie, dove riprodusse, in scala minore, i due angeli creati per la cappella del Santissimo Sacramento nel duomo di Genova, e nel cortile la fontana su disegno del Palagi con tre vasche e fusto decorato. I bassorilievi in scagliola con il Trionfo di Paolo Emilio e Le gesta di Alessandro Magno non furono invece collocati nella cosiddetta sala del trono come previsto.
Nella residenza reale di Pollenzo nel 1833 provvide alla creazione di stipiti, tavoli con modiglioni e 'fornelli' in marmo bardiglio e di Carrara, e dal 1835 mise in atto le innovazione progettate dal Palagi, in particolare il camino della sala da pranzo e la fontana al centro della Sala del Lucernario; nel parco scolpì su disegno dell'architetto Ernesto Melano, tra il 1843 e il 1847, l'imponente croce marmorea con in dodici Apostoli, tutti raffigurati con introspezione psicologica e collocati in raffinate nicchie neogotiche.
Nel biennio 1838-1839 si occupò del trivellamento delle colonne di marmo poste sulle testate della sala da ballo di Palazzo Reale; con un contratto del 10 luglio 1846 fu incaricato di rifare il bassorilievo del trofeo d'armi sul pilastro nord dell'avancorpo centrale della facciata di Palazzo Madama. Inoltre in Palazzo Reale nel 1847 scolpì per lo scalone la statua di Diana cacciatrice, realizzò i bassorilievi in stucco dorato con le città di Alessandria, Casale Monferrato, Novara e Genova nella sala delle Guardie del corpo; i putti in marmo di Roccarorba per il camino della sala del trono; gli ornati del camino della sala del consiglio; il camino della Galleria del Daniele; le cariatidi del camino della sala da pranzo; le aquile per il camino della sala del caffè; le cariatidi per la sla del trono della regina; le figure babilonesi per il camino della sla da ballo e l'erma di Corrado di Monferrato per la Rotonda.
Ancora a Pollenzo nella chiesa di San Vittore Mauro realizzò 26 statue in scagliola, stucco e tela, posizionate nelle parte alta della navata maggiore entro il marzo del 1847; per la facciata, con l'architetto Melano il 3 giugno 1843 firmò il contratto per la realizzazione di quattro statue in marmo di Carrara, raffiguranti San Carlo Borromeo, Santa Teresa d'Avila, San Vittorio e San Ferdinando, consegnate nell'aprile del 1846. Verso il 1845 gli furono richieste altre quattro statue a tutto tondo, due angeli e due apostoli (oggi dispersi), di dimensioni più contenute, da collocarsi sulle guglie a coronamento dei contrafforti dell'edificio.
Nel 1836 fu nominato regio scultore e dal 1841 professore dell'Accademia Albertina di Torino, carica che ricoprì per un ventennio, e nel 1842 ne divenne accademico di merito, e tra le altre onorificenze, ricevette il titolo di scultore di Sua Maestà e la nomina a cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. L'11 maggio 1843, mediante contratto conservato nel municipio di Buttigliera Alta, la madre del marchese Felice Carron di San Tommaso gli commissionò il monumento funebre per il figlio prematuramente morto il 23 gennaio 1843; il monumento collocato nel cimitero monumentale di Torino e, qui fotografato, andò in seguito perduto: il giovane vestito con l'uniforme di cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, la mano destra lazata con la penna in mano, rivolge lo sguardo all'Angelo che gli pone la mano destra sulla spalla mentre la sinistra tiene una fiaccola accesa appoggiata sui volumi già pubblicati dal defunto.
Al Congresso Agricola della città di Alba, dove Felice Carron era presidente dell'Accademia filarmonico-poetica-letteraria dal 1839, il 9 ottobre 1843 presentò il busto marmoreo del marchese (di cui oggi non si conosce la collocazione).
Commissionata dai produttori di tessili Solei, dello stesso periodo è la tomba Solei, già nel cimitero monumentale (oggi perduta), posta in una cripta funeraria: un angelo a grandezza naturale, sospeso in aria, è in atto di pregare sulle ceneri sottostanti. Il volto etereo della figura angelica richiama i lineamenti aggraziati visibili pure in una sua acquasantiera ora in collezione privata.
Successivamente Carlo Alberto nel 1849 gli commissionò il monumento a Vittorio Emanuele I per farne dono alla città di Genova dove resta nei depositi di palazzo reale fino al 1869; trasportato poi a Torino, solo nel 1885, venne collocata nella piazza della Grande Madre di Dio, su un piedistallo tanto imponente quanto inadeguato: Vittorio Emanuele I, ritratto a figura intera, tiene un'asta nella mano destra ed è avvolto nel sontuoso manto regale, meticolosamente scolpito e trattenuto con vigore dalla mano sinistra che lo solleva, lasciando scoperto un piede, e facendolo debordare oltre il basamento sul retro; i tratti fisionomici del Tenacissimo, secondo figlio di Vittorio Amedeo III e di Maria Antonietta di Borbone-Spagna, morto a Moncalieri nel 1824, non sono idealizzati ma sono quelli della ritrattistica ufficiale, soprattutto nell'ovale allungato del volto e nel naso affilato[1].
Nel 1850 terminò il monumento funebre al principe Tommaso Francesco di Savoia, quarto figlio di Carlo Emanuele I, commissionatogli da Carlo Alberto, da porsi nella cappella della Sacra Sindone: il principe è circondato dal Valore, il giovane appoggiato al piedistallo, dalla Forza rappresentata dal possente leone, e dalla Vittoria, figura femminile ai piedi del monumento con la palma nella mano sinistra e una corona di alloro nella destra protesa verso il Valore.
Nel 1856 tornò definitivamente a Genova dove fu attivo fino al 1867, anno della sua scomparsa.
[modifica] Opere a Torino
- il monumento al principe Tommaso nella cappella della Sindone in duomo
- il monumento a Vittorio Emanuele I nella piazza della Gran Madre.
- il Leone del sepolcro del principe Tommaso nel duomo di Torino.
[modifica] Opere a Genova
- il bassorilievo per l'Accademia Ligustica di Belle Arti
- La Nautica e Cristoforo Colombo al Consiglio di Salamanca due statue per il monumento di Colombo a piazza Acquaverde, nel riquadro esposto a sud, posta tra i quattro bassorilievi del podio, opera quest'ultima compiuta in età avanzata. Il monumento intendeva essere una celebrazione risorgimentale e ottimisticamente positivista della scienza e dell'arte della nazione italiana, e ad esso collaborarono vari autori, dal genovese Santo Varni al fiorentino Lorenzo Bartolini.
.
- la statua del Genio dell'Armonia, posta sul pronao del teatro Carlo Felice (ora conservata in un museo, al suo posto è stata posta una copia)
- il busto di Corrado di Monferrato, conservato al Museo del Risorgimento.
[modifica] Opere a La Orotava
- Il tabernacolo in marmo del 1822 e il pulpito in marmo del 1823 nella chiesa della Nuestra Señora de la Concepción.
[modifica] Note
- ^ Bolandrini, 2011, 592-593.
[modifica] Bibliografia
- Luigi Augusto Cervetto, I Gaggini da Bissone, loro opere in Genova e altrove, Milano 1903.
- C. Bernardi Varvello, Felice Carron di San Tommaso, in Dizionario Biografico degli Italiani, ad vocem, 20, Roma 1977, 762-764.
- Paola Martini, Gaggini, famiglia, in «Dizionario Biografico degli Italiani», Volume 51, Roma 1998, 228-231.
- Caterina Olcese Spingardi, Gaggini Giuseppe, Ibidem, 245-247.
- Rita Bernini, Gaggini Nibilio, Ibidem, 247-248.
- Giuseppe Dardanello, Palazzo Madama. Lo scalone di Filippo Juvarra: rilievo e ricerca storica, Torino 1999, 51, 69.
- Riccardo Navone, Viaggio nei Caruggi, edicole votive, pietre e portali, Fratelli Frilli Editori, Genova 2007, 129, 383.
- Andrea Spiriti, I Gaggini. Una stirpe di artisti bissonesi, in Giorgio Mollisi (a cura di), Bissone terra di artisti, Arte&Storia, anno 8, numero 41, Editrice Ticino Management S.A., dicembre 2008, 41.
- Monica Tomiato, Il complesso del borgo, in Il Castello di Pollenzo, in Costanza Roggero, Alberto Vanelli (a cura di), Le residenze sabaude, Torino 2099. 312.
- Andrea Spiriti, Artisti e architetti svizzeri a Torino. Le ragioni della continuità, in Giorgio Mollisi (a cura di), Svizzeri a Torino nella storia, nell'arte, nella cultura, nell'economia dal Cinquecento ad oggi, «Arte&Storia», anno 11, numero 52, ottobre 2011, Edizioni Ticino Management, Lugano 2011, 56-65.
- Beatrice Bolandrini, Giuseppe Gaggini. Uno scultore neoclassico a Torino e nella residenze sabaude, in Giorgio Mollisi (a cura di), Svizzeri a Torino nella storia, nell'arte, nella cultura, nell'economia dal Cinquecento ad oggi, «Arte&Storia», anno 11, numero 52, ottobre 2011, Edizioni Ticino Management, Lugano 2011, 588-597.