Giulio Salvadori

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Giulio Salvadori (Monte San Savino, 14 settembre 1862Roma, 7 ottobre 1928) è stato un poeta, critico letterario, giornalista e educatore e docente universitario italiano.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Origini[modifica | modifica sorgente]

Bernardo Salvadori era un uomo dal carattere esuberante, ritenuto uno dei commercianti più prosperi della Toscana. Trattava animali da macello nei mercati e nelle fiere della Valdichiana. La sua onesta intraprendenza gli permise, inizialmente, di accrescere notevolmente il patrimonio della famiglia. Amava il lavoro. Di lui dice la figlia Giuseppina: «Era un uomo di cuore largo. Spontaneamente dava a chiunque gli chiedesse, e, se vedeva il bisogno, prima che gli chiedessero». Uomo buono e all’antica. I conterranei continuarono a stimarlo, anche quando le avversità resero precaria la situazione economica.

Elisa Nenci proveniva dalla città di Siena. Era una donna delicata e gentile dagli occhi pensosi e dolci, di solida educazione ed ottima formazione morale.

Le nozze tra Bernardo e Elisa si celebrarono il 18 febbraio 1854. Bernardo aveva circa 30 anni, mentre Elisa non aveva compiuti ancora 17 anni.

Di lei così dice la figlia Giuseppina: «Ella giovanissima e bella, fu condotta da mio padre (Bernardo) in società: dopo poche volte s’avvide che quella vita non era per lei: lasciò. Intorno alla giovane sposa si era formata una corona di amici. Essa previde il pericolo ed allontanò la conversazione. Tutti rammentano la bellezza della mamma; ma il suo contegno, fino da giovanissima fu casto, anzi severo; e questa severità l’accompagnò finché durò la sua giovinezza; cambiò poi in grande amorevolezza quando i pericoli erano passati». Da Bernardo ed Elisa nacquero sette figli. Giulio fu il quarto.

Lo stato apparentemente florido degli affari di Bernardo subì presto le prime scosse. Forse non ne fu estranea la morte del padre di lui, Giuseppe Salvadori, uomo equilibrato e prudente; e sicuramente vi ebbe parte la mal calcolata intraprendenza di Bernardo. La famiglia cresceva nel numero e le spese aumentavano.

Preso com'era dagli affari Bernardo, in fondo amorevole ed attaccato alla famiglia, andò a poco a poco allontanandosi dalla moglie. Nelle ardue fatiche Elisa si affidò ad una fede incrollabile che fu la salvezza sua e della famiglia.

Dei sette figli, la seconda, Giuseppina, fu per i fratelli quasi come una seconda madre.

Nascita[modifica | modifica sorgente]

Giulio nacque all’alba della festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il 14 settembre 1862 e fu battezzato lo stesso giorno presso il battistero di S. Giovanni. Il carattere di Giulio, come diceva il fratello Olinto, era molto simile per pietà e sentimento a quello della madre.

Infanzia[modifica | modifica sorgente]

Elisa Nenci, nonostante la cagionevole salute, frequentava quotidianamente i sacramenti, recandosi per tempo in chiesa anche durante l’inverno. Conduceva molto spesso con sé Giulio. Amava raccogliere i figli per recitare le preghiere, dinnanzi all’immagine di una Madonna. Significativa era la sua devozione all’effigie della Madonna venerata nel Santuario delle Vertighe.

Questa devozione fu così tenera e profonda da rimanere per sempre impressa nel cuore di Giulio che con intima commozione così la rievoca nella poesia intitolata A SANTA MARIA DELLE VERTIGHE

Intorno al 1870 gli interessi di Bernardo Salvadori, già da tempo compromessi, precipitavano. I figli concordarono nell’attribuirne l’origine alla poca prudenza e alla improvvida generosità, che gli faceva provare compassione anche di quelli che se ne approfittavano. Il dissesto economico si fece sentire in modo drammatico: i creditori giunsero a tempestare di colpi la porta di casa di Bernardo e a minacciarlo personalmente.

Elisa si strinse più fortemente ai figli. Quasi a protezione li teneva intorno a sé; usciva con loro per le vie del paese e li portava alla Chiesa di Sant’Agostino.

La formazione culturale di Giulio fu inizialmente seguita dall’arciprete di Monte San Savino don Giulio Scapecchi e successivamente da Padre Girolamo frate minore del convento delle Vertighe. Scrupolosamente educato dai due religiosi, Giulio avanzò tanto negli studi da essere ammesso nel 1875 a 13 anni alla quarta classe della scuola ginnasiale in Roma “Ennio Quirino Visconti”.

Tra coloro che guardavano con affetto alla famiglia di Bernardo Salvadori, vi era un gentiluomo aretino: Gian Francesco Gamurrini.

Ricorda Olinto, uno dei fratelli di Giulio, che talvolta il Gamurrini vedeva dall’alto dei suoi giardini fuori le mura passare la signora Elisa con i figli, e si accompagnava con loro, specialmente per intrattenersi con il piccolo Giulio, del quale aveva notato l’ingegno. Il Gamurrini, sincero amico della famiglia, soccorse i Salvadori anche con qualche prestito di denaro. Di lui dirà Giulio: «Mi avviò, mi aiutò, m’incoraggiò negli studi, ci consolò nelle infermità e nelle sventure, sempre con quella generosità di cuore, con quella vita che rendeva la fiducia ed il coraggio».

Il dotto archeologo si scelse il fanciullo a compagno nelle sue passeggiate, a piccolo confidente dei suoi studi. Giulio non dimenticherà più queste ore. Al Gamurrini aprirà sempre per tutto il corso della vita i dubbi, a lui ricorrerà per consiglio, da lui attenderà trepidante, più che da ogni altro , il giudizio sulle sue opere.

Tutta la famiglia di Bernardo Salvadori lasciò Monte San Savino nell’anno 1875, per stabilirsi a Roma, dove abitavano già da qualche tempo il padre ed il primogenito Alfredo.

Scrive Giuseppina: «Qui principiarono una serie di sacrifici nuovi e di privazioni continue per mandare innanzi i figli negli studi e per sostenere il decoro nella famiglia. Nessuno penetrò nel segreto di quegli anni dolorosi, ma pieni, specialmente per noi, di santi ideali, guidati dal dovere e da un amore grande».

Inizialmente la famiglia abitò in via del Teatro Valle presso il palazzo Capranica del Grillo, all’ultimo piano; successivamente presso Vicolo Savelli angolo via del Governo Vecchio al primo piano del n. 57; poi, ancora, presso il vicolo Acquasparta vicino a piazza Fiammetta, in una casa ora demolita, che era a pochi metri dal Tevere; quindi si trasferirono al primo piano di un palazzo di via Banco di S. Spirito n. 42; infine traslocarono in un appartamento di quattro stanze, all’ultimo piano, presso il palazzo Doria Pamphily a Piazza Navona.

Bernardo tenne aperto un macello con negozio presso il vicolo dei Leutari fino al 1885.

Il Giulio degli ultimi anni liceali appare ingolfato negli studi ed avido della cultura più varia. Agli anni liceali risale anche la prima attività letteraria. In contrasto con la bravura dimostrata al liceo, la fortuna di Giulio all’università non brilla. I suoi esami furono mediocri, talora sostenuti in ritardo. Frequentava assiduamente la Biblioteca Vaticana aperta allora ai ricercatori e che accoglieva studiosi di gran fama quali il Mommsen.

Il 15 giugno 1881, editore Angelo Sommaruga, usciva il primo numero della Cronaca Bizantina. Fu quello un momento di crisi della letteratura romantica.

Questo movimento di pensiero ebbe un capo ed un maestro ideale nel Carducci. Dalle aule accademiche la nuova letteratura traboccò nei cenacoli. Le armi più largamente impugnate dalle schiere dei ribelli furono i giornali letterari, che ebbero allora una singolare fortuna e diffusione. Uno soprattutto, apparve come insegna innalzata sulla battaglia; fu la Cronaca Bizantina, edita nella capitale tra il 1881 ed il 1885 da Angelo Sommaruga presso palazzo Ruspali in via Due Macelli. Questo quindicinale, che ha dato addirittura il nome ad una stagione letteraria italiana, accolse e manifestò le tendenze di pensiero e d’arte che venivano maturando nel paese. Il programma di questo giornale letterario era semplice: “porre tutto in discussione a cominciare da Dio, tranne che Giosuè Carducci”. Il Sommaruga, editore intelligente ed abile, per dare sempre maggiore sviluppo alla sua industria, mirava a sfruttare i migliori letterati del tempo.

Il 31 ottobre 1881 Giulio inaugura la sua collaborazione alla Cronaca Bizantina con un sonetto che tanto piacque al Carducci e al D’Annunzio. Il titolo è CONTRASTO

Dal primo inizio della sua avventura “bizantina”, il Salvadori rivela già un temperamento personale e morale diverso dai suoi compagni, protesi solo alla conquista del godimento della vita, non di meno nel cenacolo letterario sommarughiano egli vi perse la fede cristiana. La conoscenza del Carducci minò nel profondo il suo sentimento cristiano.

Come dal Carducci nelle lettere al Sommaruga, il Salvadori era accomunato spesso dai contemporanei a Edoardo Scarfoglio. Compagni dalla scuola liceale, i due mossero insieme i primi passi nel cammino letterario. Ma la vita dello Scarfoglio, impetuosa, disordinata ed esteriore, diventerà un’avventura e le storie dei due finirono con il separarsi.

Giulio amava le compagnie di quel tempo ma non riusciva ad appagare nel profondo il suo spirito. Scriveva infatti: «Io non posso persuadermi e rassegnarmi a una vita di giri e rigiri fra San Silvestro e il caffè d’Aragno, fra il caffè d’Aragno e piazza Colonna, fra piazza Colonna e la birreria della Rotonda. Io non riesco ad abbandonarmi al vortice d’una vita che, lungo il suo breve cerchio, è incalzata e flagellata da un’ansia continua, da un continuo seguirsi di cure e di noie. Amo la solitudine perché amo pensare»

L’abruzzese Scarfoglio, fece conoscere il D’Annunzio al Salvadori e ne nacque un sodalizio che durò per molti mesi. I due si volevano bene, avevano in comune studi e letture, tuttavia non tardarono a sentirsi profondamente diversi.

Giulio Salvadori sviluppò la propria esperienza letteraria collaborando come già si è detto a diverse testate giornalistiche, tra le quali il “Capitan Fracassa”, un quotidiano che raccoglieva in Roma, come scriverà Nello Vian, il fiore dell’intelligenza scanzonata e spregiudicata.

Sul piano narrativo l’opera del Salvadori fu esigua. Compose quattro novelle campagnole: Felix Culpa, Resurrexit, Mentre l’erba cresce e Lo zio Rospo. Due novelle rappresentanti il mondo cittadino e borghese: Rinascimento e Fra gli artigli. Ed infine tre prose narrative: Mattutino, L’idillio e Canzoni d’inverno. È evidente che al lavoro critico sui testi della letteratura italiana riservò la parte migliore e più vasta della sua attività così come si nota dai suoi articoli sui giornali letterari ai quali collaborava.

Il travaglio di idee apertosi dopo l’uscita dal Liceo Ennio Quirino Visconti, mise capo ad un esame critico dei valori cristiani in cui egli era cresciuto. Si tratta piuttosto di negazione che di dubbio. Tutta la sua inquieta ricerca di una religione umana fondata sulla scienza presuppose infatti un allontanamento cosciente dalla religione rivelata, anche se manca nei suoi scritti del tempo un’aperta dichiarazione di ciò. In questo profondo travaglio interiore, Giulio vide nel cristianesimo un rinnegamento della natura e delle sue leggi inderogabili, considerate queste come unico canone di religione e di moralità.

Giulio divenne uno dei banditori di quella nuovissima religione della scienza come ideale più alto e suprema norma morale dell’umanità, si abbeverò della scienza naturalistica darwiniana, e la ritenne e proclamò con entusiasmo spiegazione totale dell’universo. Era il cosiddetto positivismo materialista secondo il quale la scienza sarebbe stata la nuova religione emancipatrice, moralizzatrice e confortatrice. Il Salvadori credette veramente che la nuova scienza dell’evoluzione naturalistica avrebbe dato un fondamento chiaro e solido a tutta la vita. Con la persuasione che il cristianesimo fosse superato dalla nuova scienza, la deviazione religiosa di Giulio arrivò al fondo e la separazione dalla fede dei suoi primi anni fu intenzionalmente netta.

Alla primavera del 1882 risale il suo primo innamoramento. Nel marzo del 1883 s’accese un altro fuoco nel suo cuore. Ecco cosa scrive nel suo libro segreto:

« L’ho riveduta due volte dopo la seconda a Villa Borghese e non sono mai potuto rimanere internamente padrone di me. Io non credevo all’amore istantaneo, che coglie come un fulmine e occupa subito tutta l’anima… …Io lo vidi, lo sentii fin da principio che quella donna aveva qualche cosa di straordinario per me. Fu perché mi guardò con quegli occhi neri bellissimi, illuminati di luce intellettuale? Fu perché quegli occhi balenarono d’un tratto verso di me dal suo pallore di perla? Non lo so. …E perché non posso vederla senza sentirmi tutto turbato? Oh io non lo so come tu ti chiami, non lo so chi tu sia, ma so che sei divinamente bella. Per molto tempo non ho veduto di te che la luce degli occhi: io la riconoscerei fra mille. …Ma è possibile che io l’ami tanto? …Oggi, io l’ho trovata in carrozza. Aveva un abito nuovo, color marrone mi pare, bellissimo. Non m’abbia veduto o non abbia voluto vedermi, quando m’è passata accanto guardava dall’altra parte. Da quel momento in poi dentro di me tutto è pianto ».

Altre donne egli incontrò, nei mesi che seguirono fino alla primavera 1885, e la presenza di esse entrerà nella maturazione di quel potente moto interiore, che fu ad un tempo intellettuale e di sentimento. L’ultima segnata nel calendario segreto, al marzo 1885, fu la donna del “puro amore immenso”, la quale con la sua apparizione ne solleverà tutto l’essere.

Dure si mantennero in questi anni le condizioni di vita del Salvadori. L’attività del padre era ristretta e non sempre sufficiente a far fronte agli studi dei figli. La famiglia dovette ricorrere a prestiti di cui uno, di lire 600, concesso dal Gamurrini. Accaddero, inoltre, alcune vicende che scossero nel profondo le certezze del giovane Giulio. Il 22 dicembre 1883, il fratello Enrico, di carattere esuberante e gioviale, fu ordinato sacerdote.

Nel marzo del 1884, da via Due Macelli, le pagine della Cronaca Bizantina, annunciavano la nascita di un altro giornale edito dal Sommaruga dal titolo “Le Forche Caudine”. La torbida avidità degli scandali ne fece salire enormemente le tirature, le vicende di cui si nutriva, dopo sette mesi di vita avventurosa, lo travolsero, e segnarono la fine del Sommaruga che fu arrestato e recluso presso le Carceri Nuove.

L’11 agosto 1884 morì a Rapallo lo zio Tito Nenci. L’evento provocò una forte impressione nello spirito di Giulio, che tanto vi era affezionato. Arrivarono a Roma qualche tempo dopo la vedova e le due piccole figlie dello zio Tito.

La zia Giannina, aveva 29 anni, era donna di vivace intelligenza e colta, ma soprattutto ardente di pietà religiosa e animata da spirito di apostolato.

A questo punto Giulio doveva pensare a lavorare per non rimanere di più a carico della famiglia, dopo quattro anni di università. La sua risoluzione maturò rapidamente.

Il 14 ottobre 1884, la giunta municipale di Ascoli Piceno deliberò di nominare Giulio Salvadori “professore reggente di terza classe” nel liceo comunale “Francesco Stabili”, per l’anno che si apriva. Intraprese il lavoro della scuola di buona voglia e con impegno e l’immersione nel bellissimo paesaggio ascolano lo riscosse e lo fortificò.

Egli si presentò nella città di Ascoli vestito con distinzione, le mani ben inguantate, con il colletto alto allora di moda, la giacca ed i calzoni attillati.

L’impronta di eleganza portata dalla capitale attrasse gli studenti che lo sentirono subito spontaneamente affabile e cordiale. Era anche lui giovane, aveva appena 5-6 anni più degli scolari più anziani e questa vicinanza di età accrebbe reciprocamente l’intesa. Originale apparve lo stile del suo insegnamento e le sue lezioni appassionarono e piacquero. Molti anni più tardi uno studente ascolano disse che per lui ed i suoi compagni andare alle lezioni del Salvadori era una festa. Il giovane professore apriva sempre nuovi orizzonti, facendo gustare tutte le bellezze della letteratura italiana di ogni secolo. Egli non ammetteva disattenzioni e tutti gli volevano un gran bene.

Le donne ascolane lo avevano colpito subito all’arrivo. Le aveva guardate con l’occhio dello scrittore, ma anche con l’ardore dei suoi 22 anni. L’impressione che ne trasse fu così profonda, da ispirargli uno dei componimenti più perfetti della sua opera poetica. In esso viene descritto il ritmo lento delle fanciulle che scendono dalla collina, lo splendore dei loro occhi innamorati, nascosti nell’ombra dei canestri, i loro canti elegiaci, la gran pace della campagna in attesa della luna nuova, ed il piangere di Saffo sul giacinto calpestato da un piede villano.

Alla donna egli guardò sempre con lo spirito del poeta e dell’artista, con un senso tutto suo di cavalleresca venerazione. L’apparizione della donna, che doveva suscitare nell’animo di Giulio Salvadori la tempesta, è da porre poco dopo l’arrivo, in una delle prime settimane.

Amalia nata dai conti Gallo, aveva 24 anni. A 18 anni andò in sposa ad Ugo Silvestri, intraprendente e fortunato industriale. Già nel 1884 i due avevano tre figli. Amalia è descritta come bellissima, di indole dolce, gioiosa, avvenente, dotata di vivo intelletto, amante della letteratura.

Il sentimento si accese nella primavera del 1885. Amalia non poté essere né disattenta né incurante di quella passione a lei rivolta da un uomo fine ed intelligente, scrittore e poeta già famoso e che sapeva usare le maniere distinte della capitale. L’epilogo della vicenda rimane oscuro, solo alcune confessioni posteriori danno a conoscere le linee sommarie del suo svolgimento.

Quanto risulta è che il superamento della passione ebbe carattere di intima violenza, egli sentì angosciosamente che le ragioni umane di resistere alla passione non bastavano e gettò il suo grido a Dio.

Afferma Tommaso Gallarati Scotti che non raccontò mai ciò che avvenne nel suo segreto e che lo arrestò nella corsa verso il peccato. Era il Venerdì Santo del 1885, e Giulio si trovò senza una piena comprensione di ciò che stava accadendo, ai piedi del Vescovo, meravigliato di vedersi innanzi il giovanissimo professore che in quella quaresima aveva dato scandalo alla popolazione, beffandosi di un sacerdote.

In una lettera ad Edgardo Fiorilli scritta da Monte S. Savino il 24 settembre 1904 Giulio dice: «Venne il momento che sentii che non potevo essere onesto, veramente onesto, non in faccia agli uomini, ma a qualche cosa che vigila nella coscienza, se non attingevo la forza dall’unica fonte che poteva aprirsi nel cuore. La chiesi e l’ebbi. Con essa il cuore trovò il suo fondamento, e la guarigione venne…».

Scrive ancora in un’altra lettera del 12 settembre 1921 indirizzata a Mario Barberis: «Sentii che io da me non avevo la forza di fare quello che la mia coscienza voleva che facessi, o di non fare quello che volava che non facessi, E allora chiesi la forza a Lui che solo me la poteva dare, e l’ebbi. Avevo la spada per troncare, e troncai...».

Diversi anni dopo confidò a Tommaso Gallarati Scotti: «Io vidi allora davanti a me una via che non so dove avrebbe potuto condurmi, ma che mi parve macchiata di sangue». Anche ad altri disse che se non avesse scelto la via di Dio, sarebbe potuto finire in tribunale. Superamento della passione e mutamento interiore furono strettamente connessi come esito inevitabile di una profonda ed intima maturazione spirituale ed intellettuale.

La notizia della conversione fu accolta con esultanza da parte di tutta la famiglia.

LETTERE ALLA ZIA GIANNINA NENCI PISTOI Ascoli Piceno 4 aprile 1885. Sabato Santo.

Finalmente, zia, Dio m’ha voluto fare la grazia grande tutta intera, m’ha fortificato la Fede in Lui, m’ha fatto apparire come necessario per la salute del mondo il grande mistero dell’Incarnazione. M’ha rigenerato alla grazia. Ieri, Venerdì santo, che era il giorno della Sua morte nel mondo, fu per me il principio della vita. Ieri sera, dopo tanto tempo, mi son confessato di nuovo.

Se potessi dirLe, Zia Giannina, che gioia, non eccessiva per eccitazione, ma profonda, quieta, divina, proprio come pegno della gioia futura, Egli, il Padre, ha voluto concedere a questa mia anima stanca dalle ricerche, dai dubbi, dai dolori, dalla fatica! Quando ripenso ai tormenti orribili ch’Egli mi ha fatto soffrire in pena d’essermi allontanato da Lui, alle umiliazioni che ha dato a questa mia povera intelligenza superba, a quel tempo che più Lo negai, più L’offesi, e mi fu tolta ogni facoltà, ogni forza, fino il linguaggio, fino il modo di piangere, e confronto tutta questa tristezza passata con la gioia d’ora che mi fa venir le lacrime agli occhi; se sapesse, zia, come Lo benedico!

Zia, e io negavo la Provvidenza! Se Ella conoscesse tutta la storia della mia vita, vedrebbe che modi meravigliosi, che arte, se m’è lecito dir così, ha tenuto Dio per ricondurmi a Lui. M’ha condotto fin qui per la via del dolore, e per salvarmi non v’era latra via che questa: l’ultima verità me l’ha data in compenso dell’ultimo sacrifizio: un sacrifizio, zia, che mi pareva grande, immenso, che credevo mi dovesse spezzare il cuore, e che ora mi pare un nulla in confronto al benefizio ch’Egli m’ha fatto rinnovandomi tutto. E buona Pasqua, zia! Baci le Sue bambine per me. Suo

Giulio

Della donna amata, non s’incontrano quasi più ricordi, durante i mesi che egli rimase in Ascoli. Cercò probabilmente di non rivederla, per non alimentare il fuoco che aveva represso ma non era spento. Quasi al termine della vita, scrisse dietro una riproduzione della “Cena” di Leonardo: «…il cuore mi batte come il Venerdì Santo del 1885 e sento che a Lui, che ha dato sé stesso per nostro Pane, Dio e Uomo, bisogna dar tutto»

Tre sono i sonetti in cui il Salvadori esprime i propri sentimenti e le proprie riflessioni intorno alla vicenda di un amore per una donna gentile e non libera. I tre componimenti sono raccolti sotto il titolo che è tratto dalle prime due parole della seconda poesia: “Occhi lucenti”.

Nel terzo sonetto emerge dal cuore del poeta il mestissimo saluto che segna la fine di una storia impossibile “Addio dolce signora”. La passione che nel primo sonetto appariva ancora sensuale, si è ormai trasfigurata in un sentimento purificato e ci consegna un uomo capace di un “puro amore immenso”.

Non è il caso qui di ricordare l’incomprensione ed il dileggio di letterati e scrittori, dalla Serao al Carducci e ad altri della “Cronaca Bizantina” di fronte alla serietà del suo cambiamento.

Un giorno di quella primavera, andando per la florida e dolce campagna delle Marche, fu percosso da una improvvisa sensazione della presenza divina. Il momento mistico, che lo fece cadere a terra e gettare un grido, è registrato in un suo componimento.

A Roma ritornò sulla metà di luglio, e in città passò gran parte di quella estate 1885. Era tornato stanco dallo sforzo della lotta sostenuta e afflitto dalla ripresa di una vecchia malattia. Sentiva inoltre l’incertezza materiale del suo domani, dopo la rinunzia al liceo di Ascoli mentre gli mancava ancora la laurea. Con molta diligenza si preparò durante l’estate ai quattro esami rimasti e li sostenne tutti senza disavventure. Il 3 novembre 1885 ottenne la laurea in lettere con la votazione più alta.

Seppe allora che era libero un posto di insegnante nelle classi superiori del ginnasio comunale di Albano, vicino Roma, e lo ebbe. Nel 1887 ne divenne anche direttore e vi insegnò fino al 1890. Nel 1888 lo raggiunse il fratello Olinto, che fu insegnante di filosofia presso lo stesso Istituto. Ad Albano si alzava alle 4.30 del mattino ed iniziava una giornata tutta data all’insegnamento, alla lettura ed alla meditazione. Dai pochi tratti che rimangono della vita condotta in questi anni spicca una profonda volontà di penitenza. Scarso cibo e lavoro senza tregua. Questi cinque anni trascorsi ad Albano furono di solitudine quasi assoluta. Tornava a Roma ogni settimana per rivedere la famiglia percorrendo a piedi la via Appia.

Era questo il tempo in cui il poeta cristiano maturò più compiutamente il concetto di un’Italia non retorica ma vera: l’Umile Italia. Questa visione profonda fu espressa nella composizione poetica “Per una Fiera Italiana” pubblicata in quel tormentato 1885 dal D’Annunzio. Ivi traspare un grande rispetto verso gli umili, i poveri, i lavoratori. Nel 1889 pubblicò la prima grande raccolta di poesie: Il Canzoniere Civile. Fece impressione non solo il contenuto nuovo per l’ambiente letterario della laicissima Roma del tempo, ma pure la croce posta nella copertina.

Nel gennaio del 1899 Elisa Nenci, madre del poeta, morì. La famiglia Salvadori perdeva in lei una fonte di affetto puro ed una guida sicura. Prima di morire, la madre affidò alla figlia Giuseppina la direzione della famiglia, in modo particolare l’assistenza del padre ammalato e dei fratelli più giovani. Giuseppina, donna intelligente, di grande equilibrio, di temperamento fermissimo, si dedicò in modo particolare a Giulio, di salute delicatissima e spesso ammalato. La sua vita era divisa tra le cure domestiche e l’assistenza dei poveri, che beneficava instancabilmente. Aveva una viva predilezione per i giovani. Gli alunni che affollavano la casa del Prof. Salvadori ne sperimentarono la perspicacia educativa e la sapienza materna. Giuseppina curò pazientemente il padre in una lunga e dolorosa malattia, Bernardo Salvadori si spense infatti nel 1911.

Dal 1890 al 1899 Giulio fu professore al liceo “Mamiani” di Roma e successivamente al liceo “Tasso”. Dal 1902 al 1910 fu libero docente di Letteratura Italiana alla Sapienza dove ottenne poi la cattedra di Stilistica. Nel 1910 fu di nuovo docente presso il liceo “Tasso” fino al 1917, quando riavrà la cattedra di stilistica alla “Sapienza” che tenne fino al 1923 anno in cui venne soppressa.

Nell’aprile del 1913 l’israelita Luigi Luzzatti, alta figura di politico e di pensatore, scrisse una lettera al Ministro Credaro, con la quale si faceva interprete di una manifestazione di giovani perché il Salvadori fosse chiamato all’università di Bologna quale successore del Pascoli. Scrisse: «Il Salvadori è il Santo delle lettere italiane, a me piace e giova che sia credente, ma non reca nel suo apostolato letterario nessuna bieca passione teologica. Tanto è vero che tra gli studenti che lo propongono vi sono dei liberi pensatori. La commissione che venne da me è composta di non credenti».

Aveva per singolare fortuna conosciuto padre Lorenzo Cossa, nativo del Lazio, uno dei religiosi più illuminati della Roma di quegli anni. Giulio ebbe per questo padre del suo spirito un’assoluta devozione. La direzione spirituale durò 30 anni, così che gran parte della vita più profonda del Salvadori ebbe a svolgersi sotto la guida ferma e umana di questa bella figura sacerdotale.

Grazie anche al pastore protestante Paul Sabatier, ammiratore di S. Francesco e del quale scrisse una famosa biografia, fece profonda esperienza del modello di povertà e di amore rappresentato dal Santo di Assisi. Visitò più volte il santuario della Verna. Ma il Salvadori aveva già avuto modo, nei suoi studi di letteratura, di capire l’importanza di S. Francesco per la storia d’Italia e della Chiesa. Il 23 febbraio 1887 vestì l’abito del Terz’ordine Francescano a cui seguì il 4 agosto 1893 la professione religiosa presso la congregazione dell’Aracoeli in Roma.

Insieme all’attività poetica e saggistica il Salvadori si dedicò a molteplici opere di carità: gesti delicati e nascosti in favore dei più svariati bisogni di cui veniva a conoscenza. Collaborò a tante iniziative sociali e caritative, come l’Opera Nazionale per gli Orfani di Guerra, la Società di San Girolamo per la diffusione del Vangelo e per la musica religiosa popolare.

Fondò un’associazione a scopo caritatevole denominata “Unione per il Bene” alla quale aderirono personaggi quali Paul Sabatier, Dora Melegari, Antonietta Giacomelli, padre Giovanni Genocchi, padre Giovanni Semeria ed Antonio Fogazzaro. Questa associazione, che a sua volta fondò l’Unione di S. Lorenzo, svolse una preziosa opera di assistenza sociale specialmente nella periferia della città, nel quartiere di San Lorenzo al Verano, dove molti erano gli indigenti, soprattutto famiglie provenienti dal Sud in cerca di occupazione. L’attività di questo gruppo richiamò l’attenzione delle classi intellettuali e borghesi di Roma sulle condizioni di vita della più recente immigrazione. Il Salvadori Affermava che se la povertà è un consiglio evangelico, la miseria è un delitto sociale.

Il periodico “L’Ora Presente”, pubblicato dal gennaio 1895 al dicembre 1897, ne diffuse l’esperienza. Salvadori pubblicò in ogni numero un commento a pagine di Vangelo. Nel motto che il giornale recava nel frontespizio era tutto il programma: «Amiamo il nostro secolo, perché è il tempo che Dio ci ha dato per lavorare».

Enrica Mascherpa nella sua biografia salvadoriana afferma che il Servo di Dio procurò il soccorso morale e materiale al popolo con una carità senza misura, con una donazione di sé e dei suoi beni senza limiti. Insieme con i fratelli Enrico e Giuseppina, profuse ogni sforzo possibile in soccorso dell’infanzia abbandonata e nell’assistenza ai carcerati.

Insieme ad alcuni amici il Salvadori realizzò il progetto di una scuola di religione, che a quel tempo non era ancora inserita come materia di studio nell’ambito degli insegnamenti scolastici, riunendo tutte le domeniche presso il palazzo Altieri un gran numero di studenti liceali ed universitari.

Giulio Salvadori sacrificò coscientemente l’arte sull’altare di un miglioramento morale, mirava alla perfezione assoluta. Poeta, resistette al fascino della poesia, mortificandola in sé. Era di una bontà senza limiti, di incredibile umiltà. Da queste qualità nasceva in lui una grande dolcezza. Egli offriva, a chi gli veniva incontro schiacciato dai dubbi, tormentato dalle incertezze sull’orlo dell’abisso, un dono di certezza. Di lui ha detto Mario Cingolani: «Egli amava confondersi con i suoi scolari, seguendoli uno ad uno, immedesimandosi nella loro vita, guidandoli prudentemente nelle crisi giovanili, richiamandoli sempre a quella realtà umana ricercando la quale anteponeva i motivi psicologici a quelli artistici».

A livello ufficiale Giulio era scarsamente considerato tanto che Ferdinando Martini giunse a dire: «Che nelle nostre università non si trovi una cattedra stabile per un uomo come Giulio Salvadori, è cosa da vergognarsene».

Gliela trovò 11 anni dopo, nel 1923, padre Agostino Gemelli, presso l’Università Cattolica di Milano, dove fu ordinario di lettere italiane e preside della Facoltà di Lettere e Filosofia; a questi gravosi ma prestigiosi incarichi, fecero seguito l’assegnazione della Cattedra Dantesca e l’insegnamento nell’Istituto Superiore di Magistero, che dipendeva dalla medesima Università Cattolica, suddiviso in due Sezioni a Milano ed a Castelnuovo Fogliano (Piacenza).

Il contatto con Giulio Salvadori non lasciava nessuno indifferente, ma imprimeva un orientamento al pensiero ed allo spirito che non svaniva col passar del tempo.

Egli conduce una vita in assoluta povertà francescana; tutto quello che ha finisce in beneficenza. Sostiene con convinzione la Congregazione delle Suore Calasanziane, che a Roma, nel quartiere di Primavalle, accolgono nei loro spazi le figlie dei carcerati. In quegli anni, infatti, intellettuali come Cesare Lombroso vedevano nei figli dei carcerati persone ineluttabilmente inficiate dal germe della delinquenza, e non erano in pochi a rifiutare l’educazione di questi ragazzi. A Milano Giulio mette in campo tutta la propria influenza perché si raggiunga l’obiettivo di una stabile istituzione in favore delle famiglie dei carcerati. Essa vedrà la luce poco dopo la morte del Salvadori.

Molti, tra i suoi studenti, furono i giovani che lo ricercarono, molti furono quelli che si legarono a lui per sempre. Di questi incontri e di questi colloqui si trova bella testimonianza nelle oltre 3.000 lettere che formano l’epistolario salvadoriano[1].

Riceveva a qualsiasi ora. I suoi visitatori erano specialmente i giovani. Volle rimanere a disposizione di essi, a loro consacrò il suo tempo. Li aiutò a riconoscere quell’amore che dà la certezza di essere amati, anche nel dolore, nella desolazione, nell’umiliazione, nell’errore, nella colpa stessa; testimoniò che il dono inestimabile della fede non può essere custodito altrimenti che mettendolo a frutto nella carità. Sostenne i suoi giovani richiamati al fronte nel corso della prima guerra mondiale, si interessò di loro, li incoraggiò, a loro dedicò il volume di poesie “Ricordi dell’umile Italia”. Alla sua scuola si formarono personalità di spicco dell’Italia cattolica, come Fanfani, Tecchi, Bontadini, Vian, il cardinale Pellegrino ed il cardinale Giovanni Colombo, divenuti arcivescovi di Torino e di Milano.

Il valore della sua opera fu pienamente intuito dal Papa Pio X, il quale ritenendolo oltre che un grande letterato, un santo, volle che al Salvadori fosse affidata la revisione letteraria del famoso catechismo passato alla storia proprio con il nome del pontefice di quel tempo. Era il 1912. L’intervento del Salvadori nel Catechismo di San Pio X fu dal punto di vista letterario, essenziale. Il Papa stesso ne elogiò il lavoro. Nel 1922 si tenne a Roma il XXVI° Congresso Eucaristico Internazionale; l’inno ufficiale di quell’importantissima assise, musicato dal maestro Licinio Refice fu scritto da Giulio Salvadori; si tratta del famoso inno “Pane del Ciel”.

Come uomo di cultura si adoperò per mantenere uniti alla Chiesa tanti intellettuali, che in preda alla crisi modernista si erano allontanati; a loro in particolare egli faceva comprendere che la grande civiltà dell’Italia e dell’Europa ha le sue origini nei valori cristiani, come lo dimostrano le grandi figure di santi, e invece lo smarrimento di queste radici cristiane porta, come profeticamente scrisse, ad “un mondo di violenza e di sopraffazione”.

A poco a poco le persone più care se ne erano andate ed egli era rimasto solo. Nel 1916 morì suo fratello Alfredo, mentre nel 1923 si spense l’amato maestro G. F. Gamurrini. Nel luglio del 1924 morì il fratello don Enrico. L’ultimo immenso dolore giunse nel marzo del 1926 con il decesso della carissima sorella Giuseppina.

La vita gli appariva quasi inconcepibile senza l’appoggio morale e materiale della sorella, non di meno continuò ad essere attivissimo anche se ormai viveva tutto proteso verso Dio. I suoi abiti, come pure il suo stipendio sparivano per destinazioni ignote. L’arredamento della sua stanza che era le più piccola e la più fredda della sua abitazione, era poverissimo. Si prodigava, soprattutto nelle ore serali, ad insegnamenti gratuiti mettendo a dura prova la sua fragile salute. Invano l’affezionata domestica lo esortava a non consumarsi; egli rispondeva che il suo dovere era di dedicarsi ai giovani.

Alla fine del settembre 1928 Giulio ritornò a Roma per la ripresa autunnale degli esami di maturità. Scrisse una lettera cortese ma ferma a Giovanni Gentile, ideologo intelligente del regime fascista, per dirgli che non poteva accettare la collaborazione all’Enciclopedia Italiana.

LETTERA A GIOVANNI GENTILE Milano, 19 settembre 1928

Eccellenza,

Ho tardato a risponderLe perché dal lavoro ordinario e straordinario di questi mesi di vacanze sono stato sopraffatto. Sono grato a Lei del pensiero e dell’invito[di scrivere per l’Enciclopedia Italiana]. Ma a Lei devo dire che io non mi sento di potere, in coscienza, dare la mia collaborazione ad un’opera, dove la filosofia dominante nega Dio vivo e vero per adorare la divinità dell’uomo. Grazie a Dio, formato per rendere testimonianza alla Verità, ho cercato di renderla nella scuola e negli scritti come ho potuto. Sono alla vigilia della morte, e vorrebbe che smentissi in questo breve scorcio di vita mortale la testimonianza data con le parole?

Per dimostrarLe che nessuna intenzione ostile a persona mi detta questa lettera, aggiungerò che ho avuto il vero piacere di conoscere Suo figlio che è qua, e a lui potrei dare le indicazioni necessarie per un articolo sul Degola e fargli conoscere, anche prima che siano pubblicate, le conclusioni del mio studio su questo personaggio.

Con vero rispetto, di lei , dev.mo

Giulio Salvadori

Il 1º ottobre 1928, il fisico già debole e provato di Giulio fu colpito da una violenta polmonite. Nell’imminenza del trapasso, un sacerdote che ben conosceva l’animo del Salvadori, gli si avvicinò per gli estremi conforti e gli disse che il Maestro, il più indulgente degli esaminatori, era presente e lo chiamava, il volto del morente si illuminò di un sorriso paradisiaco e con un filo di voce rispose «Vengo». Alle tre di notte del 7 ottobre, il Salvadori, morente, fu trovato disteso a terra; al domestico che lo vide rispose oscure e tremende parole: «Presenza di Dio». Morì alle 10.45 dello stesso giorno. Venne sepolto nella Basilica di S. Maria in Ara Coeli.

Aveva custodito fino all’ultimo quanto aveva ricevuto nell’ora della grazia, con fermezza, ma non senza travaglio e tremore. Questa sofferenza lo mantenne in uno stato di umiltà che ne costituì l’attrazione maggiore. Affinò il suo spirito attraverso la rinunzia e la povertà liberamente abbracciate.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Guido MAZZONI, Poeti giovani; testimonianze di un amico, Livorno 1885 (seconda ed.: Napoli 1916);
  • A. CASTELLI, Giulio Salvadori, in "Corriere Adriatico", 16 ottobre 1928; G. CAPOGRASSI, Giulio Salvadori, in "Rivista Internazionale di filosofia del diritto", XII, fasc. II (marzo-aprile 1929);
  • Arnaldo FRATEILI, Vita e poesia di Giulio Salvadori, in "Pégaso", gennaio 1929; A. GIACOMELLI, Ricordando Giulio Salvadori, Milano 1929;
  • Pietro Paolo TROMPEO, Giulio Salvadori prima del suo dolce stil novo, in "Cultura", marzo 1929;
  • M. GIANTURCO, Giulio Salvadori, Collez. "I Nostri", edita dalla "Pro Famiglia", Milano 1930;
  • Corrado LAZZERI, Giulio Salvadori nelle sue lettere a Gian Francesco Gamurrini, in AMAP, n.s., VIII (1930), pp. 61–86;
  • Tommaso GALLARATI SCOTTI, Il rinnovamento di Giulio Salvadori, Roma, Studium 1932;
  • G. CALCATERRA, Salvadori. e Carducci, in "Aevum", 1933; Bonaventura TECCHI, Maestri e amici, Pescara 1933 (pp. 19–30 e 291-294);
  • D. MATTALIA, Giulio Salvadori, in "Nuova Italia", dicembre 1934;
  • M. BARBERIS, M., Prof. Giulio Salvadori, terziario francescano. Conferenza, Roma, Tip. "La Precisa" 1936;
  • Enrica MASCHERPA, Giulio Salvadori. La vita e l'opera letteraria, Milano, Albrighi Segati & C. 1937 [MSS];
  • G. SARRI, Giulio Salvadori, Firenze, Vallecchi 1937;
  • Giovanni Bucci, Giulio Salvadori, l'operaio della parola, Firenze, Univ. francescana 1940;
  • Giulio MANFREDI, Il culto manzoniano di Giulio Salvadori, in "Convivium", XIII, 2 (marzo-aprile 1941), pp. 138–150;
  • Bonaventura TECCHI, Commemorazione di Giulio Salvadori nel I Centenario della nascita, in AMAP, n.s., XXXVII (1958-1964), pp. 364–374;
  • Pietro Paolo TROMPEO, Giulio Salvadori in "Enciclopedia Italiana", sub voce.;
  • "Centro Ambrosiano di Documentazione e Studi Religiosi" (Milano), Salvadoriana, l'ora presente, Rivista di documentazione e studi sul poeta servo di Dio Giulio Salvadori [MSS: a. III, n. 5 (gennaio 1987), a. V, n. 14 (agosto 1990); a. V, n. 15 (dic. 1990), a. VI, n. 13 (febb. 1990); a. VI, n. 16 (apr. 1991), a. VI, n. 17 (agosto 1991)].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giulio Salvadori, Lettere (1878-1928), F. Le Monnier, 1945 - 375 pagine

Controllo di autorità VIAF: 5028353 SBN: IT\ICCU\RAVV\018121