Giulia Agrippina Augusta

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Agrippina minore
Agrippina minore
Consorti degli imperatori romani
In carica 1º gennaio 49 d.C. – 13 ottobre 54 d.C.
Nascita Oppidum Ubiorum (Colonia), 7 novembre 15 d.C.
Morte Misenum, 23 marzo 59 d.C.
Luogo di sepoltura Misenum
Casa reale dinastia giulio-claudia
Padre Germanico
Madre Agrippina maggiore
Coniugi Gneo Domizio Enobarbo
Gaio Sallustio Crispo Passieno
Claudio
Figli Nerone, imperatore di Roma

Giulia Agrippina (in latino: Iulia Agrippina; Ara Ubiorum, 6 novembre 15Miseno, 59) fu augusta dell'Impero romano dal 49 al 54 e madre dell'imperatore Nerone. È conosciuta come Agrippina Minore, così detta per distinguerla dalla madre Agrippina Maggiore. Agrippina ebbe il ruolo di reggente durante l'assenza del marito e zio Claudio, e fu la prima donna a governare di fatto l'impero durante i primi anni di regno del figlio.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Cameo raffigurante Claudio e Agrippina minore e, a destra, i genitori di lei, Germanico e Agrippina maggiore.

Nacque ad Ara Ubiorum l'attuale città tedesca di Colonia, nell'accampamento militare dove si trovavano il padre Germanico, acclamato condottiero diretto discendente del triumviro Marco Antonio e fratello del futuro imperatore Claudio, e la madre Agrippina Maggiore, figlia del console Agrippa e nipote di Augusto. Fortissimamente convinta dell'importanza della propria stirpe, ambiziosa, dominatrice, ma anche accorta, lungimirante, pregna di senso dello Stato, Agrippina fu una delle più significative figure femminili dell'Impero romano, e l'unica che riuscì a conseguire uno status effettivo comparabile a quello di un Principe-donna, ovvero di un'autentica imperatrice.[1] Fu isolata, umiliata e perseguitata ed infine giustiziata dal figlio, Nerone, con la morte del quale si estinse la dinastia giulio-claudia.

Sulla storia e le gravi vicende della sua dinastia, Agrippina scrisse dei Commentari, utilizzati da Tacito e Plinio il Vecchio come fonte storica.

Fu la fondatrice della moderna Colonia sul Reno (Colonia Agrippinense), sorta su un pacifico patto di convivenza tra i veterani romani delle campagne germaniche ed il popolo germanico degli Ubii, alleati dei Romani dai tempi di Giulio Cesare. Gli abitanti di questa nuova città si chiamarono Agrippinensi. Nel 1993, la Città di Colonia ha eretto una statua ad Agrippina sulla facciata del proprio Municipio.

Il suo favore verso il mondo celtico fu confermato allorché concesse la grazia al re britannico Carataco, giunto a Roma in catene.

Ebbe dal Senato di Roma il titolo di Augusta, che non corrispondeva a quello di imperatrice nel senso moderno del termine, ma che era comunque un riconoscimento di grande prestigio e pressoché unico, concesso a personalità di particolare spicco.

Gli anni sotto il principato di Tiberio (14-37)[modifica | modifica sorgente]

Tiberio

Fin da ragazza Agrippina covò un odio profondo verso Tiberio, suo parente in quanto fratello di suo nonno Druso. Tiberio, infatti, le sterminò la famiglia: è probabile che suo padre Germanico fosse stato avvelenato proprio da Tiberio, invidioso della sua fama presso il popolo e delle sue conquiste militari; i fratelli maggiori di Agrippina, Nerone Cesare e Druso Cesare, furono l'uno esiliato e lasciato morire e l'altro rinchiuso nelle segrete del palazzo imperiale, dove impazzì e morì poco dopo; la madre, Agrippina Maggiore, fu confinata sull'isola di Pandataria e si lasciò morire di fame.

Allo sterminio compiuto da Tiberio sopravvissero solo Agrippina, le sorelle Giulia Livilla e Giulia Drusilla, e Gaio Cesare, meglio noto alla storia come Caligola.

Nel 29 Tiberio obbligò la quattordicenne Agrippina a contrarre matrimonio con Gneo Domizio Enobarbo, che ella odiava. Dal matrimonio nacque un unico figlio, nel dicembre del 37, Lucio Nerone, e nel 40 Enobarbo morì di malattia.

Caligola imperatore (37 - 41)[modifica | modifica sorgente]

Caligola, fratello di Agrippina

Alla morte di Tiberio, avvenuta nel 37, gli successe al trono il fratello di Agrippina, Gaio Cesare, detto Caligola (per via dei sandali militari che era solito portare, chiamati appunto "caligae"), e l'Impero sembrò aver trovato finalmente un sovrano che avrebbe portato pace e tranquillità dopo il regno del crudele e dispotico Tiberio; ed, effettivamente, così fu per i primi mesi di regno di Caligola.

Nel 38 l'amata sorella Drusilla morì ventenne; i maltrattamenti da parte di Caligola si accentuarono a tal punto, che Agrippina e la sorella Livilla decisero di organizzare una congiura, anche se non è storicamente accertato che le due sorelle abbiano tentato di assassinare il fratello. Scoperte, il marito di Livilla, Marco Vinicio, fu giustiziato e nel 40 le due sorelle dovettero partire in esilio per Ponza; Agrippina fu costretta a lasciare il figlio alle cure della zia paterna Domizia, donna corrotta e di dubbia moralità.

Nel 41 Caligola fu assassinato in seguito ad una congiura capeggiata da Cassio Cherea: il nuovo imperatore fu Claudio.

Claudio[modifica | modifica sorgente]

Agrippina e Livilla furono richiamate dall'esilio e diedero una degna sepoltura al fratello Caligola. Ma ben presto l'imperatrice Messalina, gelosa dell'avvenenza di Livilla, l'accusò di adulterio con Lucio Anneo Seneca e la mandò nuovamente in esilio. Pochi giorni dopo, la testa di Livilla fu portata a Roma: Agrippina era ora l'unica sopravvissuta della famiglia di Germanico.

Nel 42 sposò il facoltoso Gaio Passieno Crispo, alla morte del quale ereditò il suo patrimonio. Nel 48 Messalina fu travolta dallo scandalo della bigamia e l'influente liberto Narciso ne approfittò per eliminarla e sponsorizzare la propria favorita, Elia Petina.

Facendo credere di aver ricevuto un preciso ordine dal Principe, inviò alcuni soldati contro la moglie di Claudio e la fece crudelmente assassinare. Invece egli aveva udito l'Imperatore voler concedere udienza alla moglie, prima di eventualmente condannarla. Successivamente Agrippina fece giustiziare Narcisso.

La terribile condotta del liberto è stigmatizzata da Racine nel suo Britannicus, ove Narcisso è assimilato ad un demoniaco Jago shakespeariano.

Augusta (49 - 54)[modifica | modifica sorgente]

Nel 49 Claudio fu convinto a cercare una nuova moglie; Agrippina, appoggiata dal potente liberto Pallante, fu una delle candidate, ed alla fine, con la sua ipnotica bellezza, il prestigio dei natali, il carisma della personalità, riuscì a farsi preferire dal Principe, nonostante lo scandalo costituito dall'esserne la nipote (a cui si pose prontamente rimedio con una legge che regolarizzava questo genere di nozze).

Agrippina divenne sempre più potente e popolare e riuscì a far sposare il figlio Nerone con Claudia Ottavia, figlia di Claudio e Messalina, nonché a convincere Claudio a designare erede al trono non il figlio Britannico, avuto da Messalina, ma Nerone stesso.

Passarono alcuni anni e l'anziano Claudio si ammalò senza rimedio. Avvicinandosi alla morte, egli si pentì di aver posposto il figlio naturale, Britannico, a quello adottivo, Nerone. Questo suo ripensamento ingenerò dissidi con Agrippina. Poiché la morte intervenne in un tale contesto, molte voci si levarono contro di lei.

Racine interpreta Tacito in luce favorevole ad Agrippina, lasciando all'infido Narcisso di muoverle l'accusa di veneficio. Si era comunque all'inizio di ottobre dell'anno 54. Nerone divenne il nuovo imperatore.

Agrippina divenne la flaminica del Divo Claudio e della Casa Giulia, ovvero la massima sacerdotessa dello Stato romano. Ce lo ricordano Tacito ed una ieratica statua in basanite rinvenuta a Roma sul Celio, ove fece costruire il tempio del Divo Claudio.

Vittima di Nerone[modifica | modifica sorgente]

Nerone, figlio di Agrippina

Il rapporto tra madre e figlio, però, non era destinato a mantenersi solido e collaborativo: Agrippina non tollerava ombre al proprio potere e, quando il figlio prese a preferirle come consiglieri Sesto Afranio Burro e Lucio Anneo Seneca e a mostrare scarsa disponibilità al sacrificio, nonché a tradire Ottavia con la liberta Atte, ella cominciò ad esercitare pressione sul figlio, avvicinandosi al giovane Britannico, suo figliastro.

Nerone, insofferente dell'autorità materna, tolse di mezzo Britannico, avvelenandolo durante un banchetto. Da allora, madre e figlio si dichiararono guerra aperta. Nerone tolse ogni protezione alla madre e la fece allontanare dalla corte. Prese quindi come amante la bella Poppea Sabina, la quale istigò l'imperatore a sbarazzarsi di sua moglie Ottavia e della stessa madre Agrippina.

Nerone si risolse dunque al matricidio, senza temerne le conseguenze, che lo porteranno invece ad un inesorabile declino.

L'assassinio fu peraltro difficile: non bastò far affondare la nave che riportava Agrippina ad Anzio dopo una festa a Baia (ora in provincia di Napoli), alla quale era stata invitata dal figlio: la compagna di Agrippina, Acerronia Pollia, precipitata in mare insieme all'Augusta, cominciò a gridare ai marinai che giungevano, complici di Nerone, di essere Agrippina e di trarla in salvo, ma quelli la uccisero colpendola alla testa con i remi; Agrippina, assistendo alla scena nel buio, benché ferita, si allontanò silenziosamente a nuoto e venne tratta in salvo da alcuni pescatori, che la condussero ad una villa nei pressi del lago Lucrino. Da qui ella fece avvisare Nerone che era sana e salva, ma questi perseverò nel delitto ed inviò alcuni sicari alla villa della madre.

Il rimorso dell'imperatore Nerone dopo l'assassinio di sua madre (1878) di John William Waterhouse

Racconta Tacito che, ferita e colpita con una mazza, Agrippina porse il ventre ai suoi assassini, gridando: Ventrem Feri ("Colpisci il ventre!"). I sicari colpirono molte volte. Questa frase tanto nota va però accolta con prudenza, data la mancanza di testimoni, considerato l'evidente intento simbolico di Tacito e visto il fatto letterario che Seneca chiuda con una situazione pressoché identica e con le medesime parole la propria tragedia Edipo (Giocasta è Agrippina). Tutta la scena della morte presenta punti oscuri e forti contraddizioni, ben rilevati dalla critica. I nomi caricaturali dei sicari (Erculeio ed Obarito), la presenza sulla scena del pantomimo Mnestere, battute da teatro tragico, come quella sopra richiamata e come il "tu quoque" (alla Giulio Cesare) proferito all'ancella infedele, la mancata individuazione della villa del matricidio, tutto ciò induce a ricostruire con prudenza le circostanze della morte.

Tramanda Tacito che Agrippina sia stata sepolta nottetempo e di gran fretta a Bacoli; il monumento che ancora oggi lì viene indicato come "Tomba di Agrippina" porta in realtà un nome di fantasia, dato secoli fa ai resti di un odeion di una villa romana, situata sulla costa dell'antica Bauli. Stando alla testimonianza di Tacito, la sua tomba si trovava invece sulla collina tra Baia e Bacoli e dunque dovrebbe situarsi lungo l'attuale via Belvedere. Seppure in occasione di un recente allargamento della strada siano state rinvenute tutta una serie di tombe ad inumazione "alla cappuccina", di epoca romano-imperiale, di fatto attualmente nessun resto archeologico è assimilabile al mausoleo funerario al quale accenna lo storico romano.

Agrippina di Racine[modifica | modifica sorgente]

La massima interpretazione artistica del personaggio di Agrippina Augusta si deve al "Virgilio di Francia", Jean Racine (1639-1699). Questi le ha infatti dedicato una delle sue più acclamate tragedie: il Britannico. Non bisogna, a questo riguardo, farsi fuorviare dal titolo dell'opera, che nasce da una semplice esigenza di ortodossia letteraria: gli eventi della tragedia si interrompono, infatti, prima della morte di Agrippina e dunque, benché questa sia l'effettiva protagonista, non è al tempo idonea a nominare l'opera, che, in quanto tragedia, va intitolata alla vittima più illustre degli eventi scenici, ovvero Britannico.

Racine fu subito considerato un maestro. La sua penetrazione del difficile linguaggio di Tacito sembrò formidabile: "Si vide come questa tragedia fosse il ritratto fedele della corte di Nerone. In essa si ammirò come tutta l'energia di Tacito si esprimesse in versi degni di Virgilio." (Maria Luisa Spaziani). In effetti l'Agrippina di Racine è quella più vicina a Tacito e, nella difficile ricostruzione della sua controversa personalità, bisognerebbe più spesso rifarsi a Racine. L'Agrippina di Racine è tutt'altro da quella figura avida ed insensibile, che in genere viene evocata dalla storiografia moderna. Ella è l'unica ad opporsi con l'energia necessaria alla tirannia di Nerone ed opera con senso dello Stato a favore delle aspirazioni di Britannico, Giunia e Ottavia. Nella realtà storica, inoltre, ella fu la giustiziera del diabolico Narciso di Racine, sorta di Jago shakespeariano. Mai doma di fronte alle avversità, l'Agrippina di Racine rappresenta l'unica difesa effettiva contro la tirannia. In un recente giudizio di Ben Brantley, riferito alla conclusione dell'opera, appena dopo l'assassinio di Britannico da parte di Nerone, si legge: She is appalled and, in some way, broken, but there is also some cold internal mechanism that clicks on and allows her to start assessing the damage and think about tidying up. ("Lei è inorridita e, in qualche modo, distrutta, ma è presente in lei anche un freddo meccanismo interno, che scatta e le permette di iniziare a valutare i danni e pensare a rimettere ordine.").

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ In latino non esiste neppure in nuce un senso femminile di "Princeps"; Virgilio ricorse alla nozione di "dux femina", Eneide 1.364, per cercare di definire Didone agli occhi dei Romani.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Dimitri Landeschi, Sesso e potere nella Roma imperiale. Quattro vite scandalose, Edizioni saecula 2012. ISBN 978-88-906426-8-5

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Consorti degli imperatori romani Successore
Valeria Messalina 49–54 Claudia Ottavia

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