Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù

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Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù
Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù
Autore Dosso Dossi
Data 1523-1524 circa
Tecnica olio su tela
Dimensioni 111,3 cm × 150 cm 
Ubicazione Castello di Wawel, Cracovia

Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù è un dipinto a olio su tela (111,3x150 cm) di Dosso Dossi, databile al 1523-1524 circa e conservato nel Castello di Wawel a Cracovia.

Descrizione e stile[modifica | modifica sorgente]

L'opera è uno dei complessi dipinti allegorici ed esoterici che erano in voga alla corte di Ferrara nel primo Cinquecento, quando a corte erano ospitati letterati illustri tra i quali spiccava l'Ariosto.

Dossi costruì un dipinto con tre figure principali legate da continui rimandi, in una struttura che ricorda l'arte veneziana ma più densa di simboli e messaggi reconditi, che mettono in secondo piano anche la bellezza delle figure o del paesaggio, qui ridotto a un accenno sintetico sullo sfondo di un cielo carico di nubi.

A sinistra Giove, riconoscibile per la saetta appoggiata ai piedi, è ritratto nell'atto creativo, cioè mentre dipinge delle farfalle su una tela. L'animale è simbolo della volatilità del pensiero, così come anche l'arcobaleno che appare dietro il cavalletto è emblema dell'evanescenza delle idee. Col dipingere egli sottintende come al principio di ogni creazione sia necessario un'idea ispiratrice, legata a un concetto di ordine universale. La sua veste rossa, illuminata in maniera incidente, crea una forte macchia di colore, che si ricollega al drappo dello stesso colore su cui è seduto Mercurio, il secondo personaggio al centro. Anche i suoi attributi sono evidenti: l'elmo e i calzari alati, nonché il caduceo dorato, che esprimeva il suo potere esoterico di addormentare e ridestare i viventi. Egli, quale dio dei commerci, è qui intermediario tra il mondo del manifesto, ossia il dipinto di Giove, e il non manifestato, ovvero l'idea simboleggiata dalla Virtù che accorre da destra. Il mercurio è anche il metallo liquido che poteva assumere qualsiasi forma, quindi l'elemento che più si presta a rappresentare le cose mutevoli e inafferrabili. Il suo gesto di invocare il silenzio allude all'ispirazione, che richiede la quiete iniziatica e che è necessaria condizione come preludio alle varie forme di creazione, tra cui quella artistica. Tale iconografia si ritrova nelle Simbolicae quaestiones di Achille Bocchi e nell'Emblemarum Liber di Andrea Alciati, opere spesso consultate come repertorio di immagini nel Rinascimento e in epoca barocca.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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