Giovanni Gerolamo Albani

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Giovanni Gerolamo Albani
cardinale di Santa Romana Chiesa
Moroni Giovanni Gerolamo Albani.jpg
G. B. Moroni: Giovanni Girolamo Albani
CardinalCoA PioM.svg
Nato 3 gennaio 1509,
Creato cardinale 1570 da papa Pio V
Deceduto 25 aprile 1591

Giovanni Gerolamo Albani (Bergamo, 3 gennaio 1509Bergamo, 25 aprile 1591) è stato un politico, giurista e cardinale italiano della Chiesa cattolica, nominato da papa Pio V nel 1570.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

La rocca di Urgnano

Giovanni Gerolamo, o Gian Gerolamo Albani, nacque a Bergamo da Caterina Pecchio e da Francesco Albani, una famiglia di notabili: il padre Francesco si era guadagnato dai bergamaschi il lusinghiero appellativo di Padre della patria. A Bergamo fece i primi studi di grammatica e di retorica con Giovita Rapicio, un maestro nativo di Chiari che godeva di una consolidata fama umanistica, proseguendo poi gli studi superiori di diritto con Marco Mantua e Francesco Sfondrati nell'Università di Padova, dove si laureò in utroque iure nel 1529.

Il rango nobiliare e il prestigio degli studi gli aprirono le porte della carriera politica e militare nella città di Bergamo: il doge Andrea Gritti lo nominò cavaliere aurato, una dignità di carattere militare che bene si confaceva alla tradizione della famiglia della sposa, Laura Longhi, discendente di Abbondio Longhi, collaboratore di Bartolomeo Colleoni. La Longhi gli portò in dote il castello di Urgnano, già dei Visconti e poi del Colleoni, e gli diede sette figli, prima di morire prematuramente nel 1539.

Rimasto vedovo, l'Albani non volle più risposarsi e continuò i suoi studi di diritto: già nel 1535 aveva dato alle stampe il suo De donatione Constantini Magni, nel quale difendeva, contro il trattato del Valla, composto nel 1440 ma pubblicato solo nel 1517, e soprattutto contro le accuse dei protestanti, la genuinità del falso documento costruito sei secoli prima per giustificare il dominio temporale del papato.

La sua difesa delle prerogative delle cattoliche gerarchie ecclesiastiche proseguì nel 1541 con lo scritto De cardinalatu e nel 1544 con il De potestate Papae et Concilii, nel quale l'Albani riaffermava il primato del papa sul concilio anche nei casi acclarati d'indegnità, sia morale che dottrinale, del pontefice romano.

Nelle temperie della lotta contro l'«eresia» che i più zelanti difensori dell'ortodossia cattolica temevano si stesse diffondendo in città e nelle valli bergamasche, il 30 agosto 1550 l'Albani fu a capo di una delegazione di Anziani chiamata a valutare le accuse di luteranesimo lanciate dal frate Girolamo Finucci contro il vescovo Vittore Soranzo.[1] Il francescano dovette ritrattare, pur senza intima convinzione, le proprie accuse, ma l'eco della vicenda giunse a Roma.[2]

Nel corso delle lunghe indagini a cui partecipò, tra gli altri, il noto inquisitore Antonio Michele Ghislieri, futuro papa Pio V, deciso a stroncare il minimo segno di eresia in quella provincia, l'Albani si trovò inizialmente dalla parte della Repubblica veneziana, che mal sopportava l'ingerenza romana e il fanatismo dell'inquisitore piemontese, contro i metodi del quale, tacciati di irregolarità, fu diretta una formale lettera di protesta,[3] respinta sprezzantemente dal Ghislieri. Le proteste si concretizzarono in alcune agitazioni avvenute in città e nella comparsa di immagini «in vituperio del summo pontefice e d'altri reverendi frati»:[4] è possibile che questi fatti abbiano contribuito a provocare l'improvvisa partenza del Ghislieri da Bergamo, il 15 maggio 1551, ma è escluso che questi sia mai stato aggredito e sia sfuggito alla morte rifugiandosi nel castello dell'Albani, come un apologeta del futuro papa volle poi far credere.[5] Qualche anno dopo l'Albani, riguardo alla repressione delle eresie in terra bergamasca, si schierò sulle «posizioni rigoriste che gli avrebbero infine consentito di diventare cardinale».[6]

Nel 1553 l'Albani pubblicò il De immunitate ecclesiarum e le Disputationes ac Consilia e l'11 febbraio 1555 gli venne da Venezia la prestigiosa nomina a collaterale generale, ossia a vice-comandante delle forze militari di terra della Repubblica. Nel 1556 accolse il giovane Torquato Tasso, inviato da Napoli dal padre Bernardo presso i parenti. Nel 1559 pubblicava le sue riflessioni sull'opera giuridica del Sassoferrato, le Lucubrationes in Bartoli lecturas.

Quando la vita di Giovanni Gerolamo Albani sembrava avviata verso un regolare e progressivo corso onorifico, un gravissimo ma non imprevedibile evento le impose una drammatica svolta: il 1º aprile 1563 i suoi figli Giovanni Domenico, Giovanni Francesco e Giovanni Battista, insieme con un altro nobile bergamasco, Manfredo Landi e numerosi sicari, uccisero a pugnalate Achille Brembati durante la messa celebrata in Santa Maria Maggiore, segnando così un nuovo episodio della faida che da decenni divideva le due potenti famiglie bergamasche.

Baia dell'isola di Lesina

Mentre Giovanni Domenico e Manfredo Landi si resero irreperibili fuggendo oltre i confini della Repubblica, gli altri due fratelli e lo stesso padre Giovanni Gerolamo vennero arrestati il 5 aprile: tradotti a Venezia e processati, il 2 settembre Giovanni Francesco fu confinato in perpetuo nell'isola di Creta, mentre Giovanni Battista e il padre ebbero un confino di cinque anni rispettivamente nelle isole di Cherso e di Lesina. Naturalmente i giudici della Serenissima riservarono le pene più severe agli imputati di bassa estrazione, i sicari che, condannati tutti a morte, prima dell'esecuzione furono torturati e poi decapitati e squartati.

Si ammette comunemente che Giovanni Gerolamo non abbia avuto parte attiva nella trama omicida, anche se pare indubbio che sia stato connivente nel complotto. Non rimase, né lui né i figli, a lungo in esilio: se a nulla valsero le poesie latine De carcere e il De mundi contemptu e l'invocazione alla Madonna Ad Beatam Virginem, indirizzate al governo veneziano per implorarne la revoca dall'esilio, tutto poté, nel gennaio del 1566, l'elezione al soglio pontificio dell'inquisitore Ghislieri. Domenico Albani, da Ferrara, dove si era in un primo tempo nascosto, poteva raggiungere liberamente Parigi, Francesco Albani evadeva da Creta trovando ospitalità a Costantinopoli, mentre Giovanni Battista Albani era rilasciato e veniva nominato dal nuovo papa patriarca di Alessandria e il loro padre poteva raggiungere Roma dove, ottenute le necessarie dispense, veniva fatto ecclesiastico e nominato protonotario apostolico e governatore della Marca di Ancona. Il Senato veneziano annullava le condanne inflitte e il 17 maggio 1570 l'Albani veniva creato cardinale del titolo di San Giovanni a Porta Latina.

La sua dottrina lo rese consigliere ascoltato di Pio V, di Gregorio XIII e di Sisto V, sotto il quale fu membro della congregazione per la repressione del banditismo. Fu anche un serio candidato al papato durante i due conclavi che videro eletti Sisto V e Urbano VII, al quale non riuscì ad accedere quasi certamente per i suoi stessi trascorsi e soprattutto per quelli dei suoi figli. È sepolto nella chiesa romana di Santa Maria del Popolo, in una tomba monumentale opera di Giovanni Antonio Paracca.

Giovanni Gerolamo Albani ebbe anche tre figlie, per due delle quali si hanno notizie: Giulia Albani fu la moglie del letterato Enea Tasso, cugino di Torquato, e Lucia Albani fu una poetessa della bresciana «Accademia degli Occulti».

Opere[modifica | modifica sorgente]

Santa Maria del Popolo, monumento a Giovanni Gerolamo Albani
  • De donatione Constantini Magni, Coloniae 1535; ristampa con il titolo Pro oppugnata Romani Pontificis dignitate et Constantini donatione adversus obtrectatores libri tres, Romae 1547; nuova ristampa in Tractatus universi iuris, XIII, 2, Venetiis, Ziletti 1584
  • De cardinalatu ad Paulum III Pontificem Maximum, Romae 1541; ristampa in Tractatus universi iuris, XIII, 2, Venetiis, Ziletti 1584
  • De potestate Papae et Concilii, Venetiis 1544; nuova edizione accresciuta, Lugduni 1558; ristampa, Venetiis 1561; ristampa in Tractatus universi iuris, XIII, 1, Venetiis, Ziletti 1584
  • De immunitate ecclesiarum et de personis confugientibus ad eas liber I ad Iulium III Pontificem Maximum, Romae 1553; ristampa in Tractatus universi iuris, XIII, 2, Venetiis, Ziletti 1584
  • Disputationes ac Consilia, Romae 1553; ristampa, Lugduni 1563
  • Lucubrationes in Bartoli lecturas sive Commentaria, 2 voll., Venetiis 1559; ristampe, ivi, 1561 e 1571

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Massimo Firpo, Vittore Soranzo vescovo ed eretico, 2006, pp. 255-268.
  2. ^ Massimo Firpo, Sergio Pagano, I processi inquisitoriali di Vittore Soranzo, I, 2004, p. 775-777
  3. ^ Archivio di Stato di Venezia, lettera datata 15 maggio 1551, 160.
  4. ^ M. Firpo, Vittore Soranzo vescovo ed eretico, cit., pp. 320 e 454.
  5. ^ Girolamo Catena, Vita del gloriosissimo papa Pio V, 1587, pp. 9-10; M. Firpo, Vittore Soranzo vescovo ed eretico, cit., pp. 388 e 456.
  6. ^ M. Firpo, Vittore Soranzo vescovo ed eretico, cit., p. 399.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Girolamo Catena, Vita del gloriosissimo papa Pio V, in Roma, per Alessandro Gardano et Francesco Coattino 1587
  • Bortolo Belotti, Una sacrilega faida bergamasca del Cinquecento, Bergamo, Istituto italiano d'arti grafiche 1937
  • Ludwig von Pastor, Storia dei Papi, Roma, Desclée 1942
  • Bortolo Belotti, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, 6 voll., Bergamo, Banca Popolare di Bergamo-Poligrafiche Bolis 1959
  • Giovanni Cremaschi, Albani Giovanni Gerolamo, in Dizionario biografico degli Italiani, I, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana 1960
  • Massimo Firpo, Sergio Pagano, I processi inquisitoriali di Vittore Soranzo, 2 voll., Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano 2004 ISBN 88-850-4240-6
  • Massimo Firpo, Vittore Soranzo vescovo ed eretico, Roma-Bari, Laterza 2006 ISBN 88-420-8134-5

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]