Giovanni Francesco Grossi
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Giovanni Francesco Grossi, detto Siface (Chiesina Uzzanese, 12 febbraio 1653 – Malalbergo, 29 maggio 1697), è stato uno dei massimi cantanti lirici castrati italiani del XVII secolo. Il soprannome gli derivò da una magistrale interpretazione del melodramma Scipione l'Africano di Nicola Minato, con musiche di Pietro Francesco Caletti detto il Cavalli.
[modifica] Un vero divo
Figlio del chiesinese Giovanni di Pellegro e di Ortensia De Cesari da Lucca, esordì come cantore nella cappella pontificia sotto la protezione del cardinale Benedetto Pamphilj. Successivamente, fu assunto come virtuoso presso varie corti d'Italia e d'Europa, dapprima a Modena da Francesco II, poi a Torino dai Savoia, ancora presso gli Estensi a Ferrara e infine giunse a Londra da re Giacomo II Stuart, per intercessione della moglie del sovrano Maria Beatrice d’Este.
In Inghilterra ottenne un successo strepitoso, ma il clima umido rischiava di danneggiare la sua voce, per cui decise di far ritorno in Italia. Fu accolto a Roma da Cristina di Svezia e contestualmente pellegrinò attraverso i teatri di Napoli, Firenze e Milano. Siface era un vero e proprio divo della sua epoca e ciò lo portò ad assumere atteggiamenti non sempre rispettosi dell’autorità e dell'etichetta. Nel 1683, il duca di Modena fu costretto a metterlo agli arresti domiciliari per aver offeso l'Ambasciatore di Francia a Roma, colpevole di non averlo ascoltato con sufficiente attenzione e ammirazione durante una sua esibizione.
[modifica] Una morte melodrammatica
Nonostante fosse stato castrato da bambino per poter cantare come sopranista, Siface intrattenne un'appassionata relazione con la bella nobildonna bolognese Maria Maddalena Marsili, vedova del conte Gaspari-Forni. I fratelli della Marsili, Giorgio e Alessandro, considerarono disdicevole tale relazione, perciò tentarono dapprima di convincere il duca di Modena ad allontanare Siface, poi, visto il rifiuto del duca, protettore e amico del cantante, fecero richiudere Maria Maddalena nel convento di San Lorenzo a Bologna. Dopo molto tempo, però, Siface fu chiamato al teatro di Bologna a interpretare Perseo e la relazione ebbe modo di ristabilirsi. Giorgio e Alessandro Marsili decisero quindi di togliere di mezzo definitivamente colui che, secondo il loro punto di vista, disonorava la sorella. Il 29 maggio 1697, Siface stava rientrando a Bologna allorché la sua carrozza fu fermata al passo della catena, nel comune di Vigarano (FE), da quattro loschi figuri, i quali lo fecero scendere, gli spararono tre colpi di archibugio e gli fracassarono il cranio.
Il duca di Modena rimase sconvolto dall'uccisione del suo artista preferito e, dopo lunghe trattative diplomatiche, essendo il fatto avvenuto nei territori dello Stato Pontificio, ottenne che i fratelli Marsili venissero arrestati e mandati in esilio dalle legazioni di Bologna e Ferrara.
[modifica] Un bel regalo alla sua terra
A pochi anni dalla morte, come tributo alla sua terra d’origine, Siface volle finanziare la realizzazione nel Duomo di Pescia del nuovo altar maggiore, scolpito in marmi policromi dallo scultore carrarese Giuseppe Vaccà.

