Giovanni Borgia
| Giovanni Borgia | |
|---|---|
Ritratto di Giovanni Borgia. |
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| Duca di Gandia | |
| In carica | 1488 - 1497 |
| Predecessore | Pedro Luìs Borgia |
| Successore | Juan Borgia |
| Altri titoli | Grande Constabile di Napoli Gonfaloniere papale Capitano generale Governatore di San Pietro Duca di Benevento Duca di Pontecorvo Duca di Terracina |
| Nascita | Roma, 1478 |
| Morte | Roma, 15 giugno 1497 |
| Casa reale | Borgia |
| Padre | Rodrigo Borgia |
| Madre | Vannozza Cattanei |
| Consorte | Maria Enríquez de Luna |
| Figli | Juan Borgia Francisca Borgia Enriquez |
Giovanni Borgia, o Juan Borgia (Roma, 1478[1] – Roma, 14 giugno 1497), secondo duca di Gandia, duca di Sessa, era figlio del cardinale Rodrigo Borgia, il futuro papa Alessandro VI, e di Vannozza Cattanei e, dunque, fratello di Cesare Borgia.
Giovanni fu padre di due figli, Juan Borja y Enriquez (pure noto come Giovanni Borgia de Candia, terzo Duca di Gandia), che fu a sua volta padre di Francesco Borgia, e Francisca (Isabella?) de Jesus Borja, che si fece suora in un convento di Valladolid.
Indice |
[modifica] Biografia
Nato nel 1478, fu il secondogenito del cardinale Rodrigo Borgia e di Vannozza Cattanei. A differenza del fratello Cesare, con il quale condivideva i lineamenti aggrazianti e il bell'aspetto, Giovanni crebbe arrogante, sciocco, fatuo e dissoluto. Nonostante questo era il preferito del padre.[1] Nel 1488 ereditò dal fratellastro maggiore Pedro morto celibe, la sua fidanzata Maria Enriquez, cugina di Ferdinando II d'Aragona, e il territorio di Gandia, divenendone il secondo duca.[2]
Il 2 febbraio 1493 assistette alle nozze per procura della sorella minore Lucrezia. Ai festeggiamenti delle nozze ufficiali, celebrate il 12 giugno, Giovanni si presentò vestito in maniera vistosa, con panno d'oro riccio, con una tunica lunga fino a terra e con intessute nelle maniche delle grosse perle, intorno al collo una catena fatta da rubini e perle e una berretta adorna con una gemma che pare valesse 150 000 ducati.[3]
All'inizio di agosto Giovanni partì per Barcellona, per sposare Maria Enriquez de Luna. Il giovane Borgia partì con un'immensa fortuna nei suoi scrigni; secondo l'«Inventario delle proprietà di sua Santità nostro signore ha ordinato di mettere in scrigni per il signor duca», documento d'archivio della cattedrale di Valencia, elenca casse e casse piene di gioielli per Giovanni e per la sposa, tessuti d'argento, broccati, velluti, seta e pellicce, damasco, ma anche tende, cuscini e copricapi ornati in oro, arazzi, stoviglie d'argento con lo stemma ducale.[4]
Papa Alessandro VI dette a Giovanni precise istruzioni per ingraziarsi i sovrani, in particolare Isabella di Castiglia, per poter ottenere altri territori. Tuttavia, seppur accolto splendidamente, i sovrani non presenziarono alle nozze, perché preoccupati per altre questioni e non giunsero perciò altri benefici. In realtà Isabella trovava inammissibile concedere certi favori a un figlio illegittimo del pontefice, mentre Ferdinando riteneva il duca di Gandia un buon ostaggio per garantirsi la lealtà del Papa verso Napoli.[4]
Il Papa successivamente si infuriò quando ricevette i rapporti sul cattivo comportamento del figlio e la notizia (infondata) che non avesse consumato le nozze. L'8 maggio, giorno dell'incoronazione di re Alfonso II, il pontefice fece ottenere a Giovanni le terre del principato di Triario, le contee di Carinola, Claramonte e Luria e altre terre, ciascuna del valore di 12 000 ducati.[5] Nonostante le numerose ricchezze ottenute, e che sperperava inducendo il padre a mandargli lettere piene di rimproveri, Giovanni voleva tornare a Roma.
Il 10 agosto 1496 Giovanni tornò sfarzosamente a Roma, dove il Papa aveva da poco passato la crisi della discesa di Carlo VIII e del suo esercito in Italia. Appena tornato, il pontefice gli affidò il compito di sgominare gli Orsini che avevano tradito Alessandro nel 1494 e che, avendo il predominio su quasi tutta la campagna romana, erano una grave minaccia per il papato.[6] Adesso che Virginio Orsini, il capo della famiglia, e il suo primogenito Giangiordano erano chiusi in prigione a Napoli, Alessandro VI ebbe l'occasione di agire.
Il 26 ottobre, Giovanni fu investito in San Pietro dei titoli di capitano e gonfaloniere della Chiesa. La scelta di affidare a Giovanni, ventenne senza esperienze militari, un'impresa così importante, seppur in veste di capitano generale vi fosse Guidobaldo da Montefeltro, fu un grave errore da parte del Papa. La campagna militare si rivelò un fallimento: la fortezza di Bracciano controllata da Bartolommea d'Alviano resistette all'attacco delle truppe papali e gli Orsini imperversarono fino a ridosso delle mura romane. Sbeffeggiarono il duca di Gandia inviando nel campo papale un asino con un cartello appeso al collo: «Sono l'ambasciatore del duca di Gandia» e con una lettera beffarda per il Papa sotto la coda.[7]
In gennaio 1497, l'esercito papale fu sconfitto a Soriano, dove Guidobaldo fu catturato. A quel punto Alessandro VI chiese la pace alla famiglia Orsini. Gli Orsini conservarono tutti i loro castelli, tranne Cerveteri e l'Anguillara, che il pontefice tenne in garanzia per il pagamento di 50 000 ducati. Alessandro VI rifiutò di pagare il riscatto di Guidobaldo e consegnò la maggior parte delle indennità degli Orsini a Giovanni.[7] In marzo, assieme a Gonsalvo da Cordova, Giovanni strappò Ostia all'ultima guarnigione francese nemica rimasta in Italia.
Nel giugno di quell'anno, Giovanni approvò, assieme a Cesare e al padre, l'annullamento delle nozze fra Lucrezia Borgia e Giovanni Sforza. Il 7 giugno, in un concistorio segreto, il Papa investì Giovanni del ducato di Benevento e delle città di Pontecorvo e Terracina che divennero così feudi ereditari del Gandia. Quest'ultima azione, che privava il papato di due città pontificie importanti, fu un grande scandalo intollerabile. Giovanni, che già con la sua arroganza si era fatto numerosi nemici, divenne così l'obiettivo principale dell'ostilità contro la famiglia Borgia.[8]
[modifica] L'omicidio
La sera del 14 giugno 1497, Giovanni insieme al fratello Cesare e ad altri parenti si ritrovò a cenare da sua madre Vannozza, nella vigna che ella possedeva vicino San Pietro in Vincoli.[9] All'improvviso comparve un uomo mascherato che si avvicinò a Giovanni per sussargli qualcosa all'orecchio: l'uomo mascherato era stato visto in compagnia del duca di Gandia da oltre un mese in occasione di qualche avventura galante. Alla fine della serata tutti erano ripartiti a cavallo di mule, scortati dagli staffieri. Arrivato a palazzo Cesarini dove abitava il cardinale Ascanio Sforza, vicecancelliere papale, l'uomo mascherato era ricomparso e montato in sella con il duca, il quale disse alla scorta di lasciarlo perché aveva intenzione di «andare a spassarsi un poco».[9] Solo un palafreniere lo aveva accompagnato. Quest'ultimo aveva l'ordine di andare in Vaticano per prendergli l'armatura notturna leggera e aspettarlo in piazza Giudea. Salutati Cesare e il cardinale, Giovanni si era allontanato verso il Ghetto.
Il giorno dopo Giovanni non era ricomparso, ma i parenti non si allarmarono pensando ad una scappatella amorosa. La sera del 15 giugno il palafreniere disse di essere stato aggredito e leggermente ferito con il pugnale, ma essendo robusto era tornato in piazza Giudea dove non vedendo tornare il padrone era rientrato in Vaticano credendo che Giovanni trascorresse la notte con una cortigiana. Il fatto che il servitore fosse stato aggredito, gettò il Papa nell'angoscia e venne dato l'ordine di ritrovare il duca di Gandia, ormai dato per morto. Il corpo del duca venne ritrovato nel Tevere il 16 giugno. Giorgio Schiavo un commerciante di legname, che teneva d'occhio il suo carico di legname vicino al fiume fu il testimone oculare dell'occultamento del cadavere da parte di alcuni uomini sconosciuti.[10]
Il Papa ordinò subito un'indagine sull'omicidio. L'omicidio – avvenuto in assenza di testimoni – apparve subito non riconducibile ad un furto in quanto il cadavere portava ancora alla cintura una borsa contenente 30 ducati d'oro. Per quanto riguarda i mandanti, alcuni indicarono persino Cesare Borgia, poiché la morte del duca di Gandia favorì il fratello maggiore Cesare, che fino ad allora era stato avviato dal padre verso la carriera ecclesiastica.
Un'altra ipotesi è che l'assassino fosse il padre di una giovane e bella ragazza, ciò che spiegherebbe l'affermazione di Giovanni che aveva preannunciato che avrebbe passato la serata a divertirsi. Più consistente è forse la pista della vendetta politica. Dopo il suo ritorno a Roma e la pioggia di ricchezze da cui fu coperto, ma anche la disastrosa campagna militare contro gli Orsini non fecero che far crescere il numero dei suoi nemici. Vi furono dubbi anche su Giovanni Sforza marito di Lucrezia Borgia che in quel periodo stava affrontando il processo per l'annullamento delle nozze: lo Sforza avrebbe così ucciso il fratello della moglie per vendicare il proprio onore. Il Papa tuttavia scartò questa ipotesi.[11]
Fu sospettato anche Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino, che aveva militato con il duca di Gandia nella campagna contro la famiglia Orsini e, fatto prigioniero, era stato abbandonato dal Borgia, dovendo pagare personalmente il riscatto.[12] Ma in special modo furono giudicati gli Orsini come mandanti dell'omicidio:
| « Più si considerano gli avvenimenti che precedettero e seguirono l'orrendo misfatto cui, forse, mai sarà fatta piena luce, e più aumenta il sospetto che pesa sulla fazione orsinesca. Insieme è possibilissimo che i membri di questa famiglia, conoscendo le viziose tendenze del duca se ne siano disfatti in occasione di qualche avventura amorosa. Tuttavia non si può andare più in là d'un forte dubbio.[13] » | |
A dimostrazione di questa ipotesi, negli anni seguenti i Borgia si sarebbero presi la rivincita sulla famiglia Orsini grazie a Cesare.[14]
[modifica] Note
- ^ a b Bradford, 2005, op. cit., p. 25
- ^ Bradford, 2005, op. cit., p. 28
- ^ Bradford, 2005, op. cit., p. 34
- ^ a b Bradford, 2005, op. cit., p. 36
- ^ Bradford, 2005, op. cit., p. 41
- ^ Bradford, 2005, op. cit., p. 55
- ^ a b Bradford, 2005, op. cit., p. 56
- ^ Bradford, 2005, op. cit., p. 60
- ^ a b Chastenet, 1996, op. cit., p. 110
- ^ Quando le autorità chiesero il perché Schiavo non avesse parlato prima, egli rispose che «in vita sua aveva visto gettare cento cadaveri in quel punto del fiume, senza che mai nessuno se ne fosse preoccupato»(Bradford, 2003, op. cit., pp. 61-62).
- ^ Gervaso, 1977, op. cit., pp. 187-188
- ^ Gervaso, 1977, op. cit., p. 189
- ^ Gervaso, 1977, op. cit., p. 190
- ^ Bradford, 2003, op. cit., p. 63
[modifica] Bibliografia
- Maria Bellonci, Lucrezia Borgia, Milano, Mondadori, 2003. ISBN 88-04-51658-5
- Sarah Bradford, Lucrezia Borgia. La storia vera, Milano, Mondadori, 2005. (ISBN non disponibile)
- Geneviève Chastenet, Lucrezia Borgia. La perfida innocente, Milano, Mondadori, 1996. ISBN 978-88-04-42107-8
- Ivan Cloulas, I Borgia, Roma, Salerno Editrice, 1989. ISBN 88-8402-009-3
- Alexandre Dumas, I Borgia, Palermo, Sellerio editore Palermo, 2007. ISBN 88-389-1979-8
- Roberto Gervaso, I Borgia, Milano, Rizzoli, 1977. (ISBN non disponibile)
- Ferdinand Gregorovius, Lucrezia Borgia. La leggenda e la storia, Milano, Messaggerie Pontremolesi, 1990. ISBN 88-7116-814-3
- Mariangela Melotti, Lucrezia Borgia, Torino, Liberamente Editore, 2008. ISBN 978-88-6311-044-9
- Indro Montanelli, Storia d'Italia (1250-1600), Milano, edizione edita con Il Corriere della Sera, 2003. (ISBN non disponibile)
- Antonio Spinosa, La saga dei Borgia. Delitti e santità, Milano, Mondadori, 1999. ISBN 978-88-04-48662-6