Giornale degli economisti e Annali di economia

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Giornale degli economisti e Annali di economia
Stato Italia Italia
Lingua inglese
Periodicità quadrimestrale
Genere stampa nazionale
Formato rivista
Fondazione 1875
Sede Milano
Editore Egea
Direttore Michele Polo
ISSN 0017-0097
Sito web http://giornaledeglieconomisti.unibocconi.it
 

Il Giornale degli economisti e Annali di economia, fondato a Padova nel 1875, è la rivista accademica italiana di ambito economico con maggiore tradizione e diffusione internazionale[senza fonte]. Pubblica articoli di ricerca in lingua inglese e italiana.Dal 1939 proprietaria della testata è l’Università Commerciale Luigi Bocconi. Viene edita da Egea, la casa editrice della stessa Università.

Prima serie (Serie padovana)[modifica | modifica wikitesto]

La nascita della rivista risale all’aprile 1875, quando l’Associazione per il progresso degli studi economici in Italia decide di trasformare la Rassegna di agricoltura, industria e commercio della Società d’incoraggiamento di Padova nel proprio organo ufficiale. Il titolo scelto per la nuova rivista è Giornale degli economisti. Alla direzione viene confermato Eugenio Forti. Nei primi numeri della rivista scriveranno fra gli altri Fedele Lampertico, Luigi Luzzatti, Antonio Scialoja, ossia i nomi più eminenti della neo-costituita associazione.[1]

Il primo numero del Giornale degli economisti (1875)

Le tematiche principali del Giornale degli economisti sono di ambito sociale, ma non mancano articoli di teoria economica. L’orientamento della rivista è in difesa del protezionismo e a favore di un intervento legislativo in materia di assistenza, previdenza e tutela del lavoro. La tematica più discussa è quella relativa al lavoro femminile e minorile nelle fabbriche. Luzzatti, che in parlamento aveva patrocinato anche un’inchiesta industriale[2], scrive più volte al riguardo.[3] Fra il 1876 e il 1878 il Giornale degli economisti pubblica sia una rassegna della legislazione in altri paesi europei sul lavoro di donne e bambini, sia alcune inchieste sulle condizioni lavorative in alcune città italiane. Il giornale si schiera in base a considerazioni di carattere militare, sanitario e morale. Viene sollecitato un intervento legislativo per limitare il lavoro di donne coniugate e bambini. Per le donne coniugate si chiede almeno una legge che proibisca il lavoro nel periodo immediatamente precedente e successivo al parto.[4] Queste posizioni sono in aperta opposizione con quelle liberiste allora dominanti della Società Adamo Smith e della rivista ufficiale di questa: il settimanale fiorentino L’economista.[5] Il consenso attorno al liberoscambismo degli smithiani cresce rapidamente e, infine, isola il Giornale degli economisti e i suoi teorici che finiscono per essere percepiti come austeri ma antiquati, “vestiti dei panni invernali in un clima estivo.”[6] Così a soli quattro anni dal suo inizio nel 1879 la pubblicazione del Giornale degli economisti viene cessata.

Seconda serie (Serie bolognese e romana)[modifica | modifica wikitesto]

La pubblicazione del Giornale degli economisti riprende a Bologna nel 1886 per opera di Alberto Zorli. Zorli era allora libero docente di scienza delle finanze presso l’Università di Bologna, ed in quell’ambiente maturò l’idea di riprendere la rivista padovana. Secondo i suoi piani: “pur mantenendosi fedele ai principi del Giornale di Padova, questo di Bologna avrebbe particolarmente curato di derimere gli attriti fra gli economisti, divenendo una vera palestra per tutte le opinioni non sovversive.”[7] In breve pervennero adesioni per la nuova rivista da molti fra i maggiori economisti italiani. La periodicità da bimestrale torna ad essere mensile e la direzione della rivista dopo pochi anni viene spostata a Roma, ma per la stampa la rivista continua ad affidarsi alla tipografia Fava & Garagnani di Bologna. Il proposito della nuova serie diventa sempre più promuovere un riaccostamento fra protezionisti e liberisti. Accanto infatti ai protezionisti Eugenio Forti e Fedele Lampertico nel Giornale degli economisti si aggiungono fra gli altri le nuove firme del fondatore della Società Adamo Smith Tullio Martello e del giovane e brillante liberista Maffeo Pantaleoni. Pantaleoni inoltre per il giornale decide di curare anche la rubrica Rassegna finanziaria.[8] La formula conciliatoria di “palestra di idee” ha successo ed in pochi anni il Giornale degli economisti cessa di essere in passivo.[9] Ma in breve vi sarà un nuovo cambiamento nella linea editoriale del giornale. Nel 1890 Zorli infatti venne affiancato nella direzione del giornale da Maffeo Pantaleoni, Antonio De Viti De Marco e Ugo Mazzola che del giornale acquisirono anche i 3/4 della proprietà. I tre già da tempo accarezzavano l’idea di creare una nuova rivista che si riconoscesse scuola economica marginalista di cui tutti e tre erano esponenti. Avevano finito però per accantonare l’idea di nuova iniziativa editoriale decidendo invece di indirizzarsi verso la rivista dello Zorli.[10] Il diverso orientamento fra i direttori è evidente e ben presto lo Zorli finisce per essere sempre più emarginato. In breve il primo direttore si accorge di essere “un pesce fuor d’acqua”, il giornale gli è sfuggito di mano e la vicinanza al marginalismo si accentua di anno in anno.[11] Anche sul piano politico l’indirizzo del Giornale degli economisti cambia. Diventa liberista, anti-protezionista e antisocialista. Le posizioni del giornale sono anche quelle dell'Associazione economica liberale italiana di cui è presidente sempre Pantaleoni. Gli uomini del Giornale degli economisti si oppongono alla tariffa doganale[12] e alle guerre commerciali con la Francia della sinistra storica. Simpatizzano con Napoleone Colajanni e l’estrema[13] in contrasto con Francesco Crispi. Contro Crispi si battono strenuamente durante lo Scandalo della Banca Romana.[14] Anche nella forma c’è un proposito nuovo: il giornale si impegna a “trattare e far trattare quanto più [si possa] questioni di attualità e di arte economica, con speciale riguardo ai problemi di politica economica che si agitano in Italia […] la scienza pura non è esclusa. Viene soltanto in seconda linea”.[15] Coerentemente con la nuova linea nel giornale viene inserita una rubrica di Cronaca politica tenuta prima da Mazzola e poi dal 1893 da Vilfredo Pareto. Inizia allora il periodo di maggior successo del Giornale degli economisti. Eppure sia Pareto che Pantaleoni subiranno osteggiamenti alle loro carriere accademiche per le posizioni intransigenti e antigovernative assunte sul Giornale.[16] Con gli ultimi anni del secolo si interrompe il sodalizio fra gli autori che aveva fatto la fortuna del Giornale degli economisti. Mazzola scompare nel 1899 a soli 35 anni, Pantaleoni inizia ad allontanarsi,[17] ed anche Pareto interrompe la collaborazione dopo essere stato accusato con la sua Cronaca politica “di ingiuriare anziché ragionare e quindi di non convincere.”[18] A partire dal 1897 De Viti De Marco resta in pratica l'unico direttore responsabile della rivista. La linea editoriale viene rivista, vengono pubblicati solo articoli brevi e i fascicoli non superano le 90 pagine. Non solo: Il Giornale degli economisti attenua il liberismo che lo aveva contraddistinto negli ultimi anni. Tale è il cambiamento che nel 1900, anche per le incombenti difficoltà finanziarie, sembra possibile un'unione con la rivista che a lungo gli era stata contrapposta: La riforma sociale.[19]

Terza serie (Serie romana)[modifica | modifica wikitesto]

Nel primo decennio del XX secolo il Giornale, sempre meno segnato dalle vicende politiche, apre le sue pagine alla collaborazione di una nuova generazione di studiosi. Nel 1910 la comproprietà della rivista viene acquistata da Alberto Beneduce e da Giorgio Mortara che assieme a Pantaleoni ne assumono anche la direzione. Si dà inizio così a quella che viene denominata serie terza della rivista e al titolo viene aggiunto “Rivista di statistica”. Ed è ben comprensibile: sia Beneduce che Mortara erano degli statistici e l’utilizzo di metodi quantitativi andava sempre più affermandosi per la trattazione dei problemi economici. Beneduce aveva iniziato a collaborare con il Giornale nel 1904 con articoli di demografia e statistica, poi attratto dalla politica avrebbe abbandonato gli studi e si sarebbe allontanato dal giornale, pur conservandone formalmente la codirezione. Mortara invece proseguì nella guida della rivista traghettando il Giornale fuori dal difficile periodo finanziario dovuto alle conseguenze della Prima guerra mondiale.[20] Nonostante le difficoltà di bilancio Mortara riesce a tenere alto il prestigio scientifico internazionale del Giornale attraendo anche riuscendo anche ad attrarre nuovi celebri collaboratori stranieri come Eugen Slutsky.[21]

Quarta serie (Serie milanese)[modifica | modifica wikitesto]

Intanto nel 1922 Mortara si sposta da Roma a Milano dove viene chiamato a insegnare nella nuova facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano e poi a dirigere l’istituto di statistica dell’Università Bocconi.[22] La direzione della rivista verrà così spostata a Milano, dando avvio alla terza serie della rivista nel 1923. Un duplice lutto segna quasi subito la nuova serie. Nel 1924 scompaiono infatti quelli che erano stati i principali collaboratori del Giornale degli economisti: Pantaleoni e Pareto. In ricordo verranno dati alle stampe due sentiti fascicoli speciali di commemorazione.[23] Al posto di Pantaleoni nella direzione subentrerà Gustavo Del Vecchio, mentre la quota di proprietà del Pantaleoni resta alla figlia Marcella Tommasini Pantaleoni.[24] Come tutta l’editoria italiana, in seguito alla stretta sulla stampa con le leggi fascistissime, il Giornale degli economisti è costretto a compromessi e particolari cautele. Compaiono articoli che sembrano vicini alle politiche del regime, mentre riesce ad essere salvaguardata l’indipendenza di articoli di carattere più tecnico, come quelli di statistica. Pur senza esporsi eccessivamente, tuttavia il Giornale degli economisti continua ad ospitare anche oppositori del regime. Con il Giornale degli economisti collaborano Antonio Graziadei, Ugo La Malfa, e persino Ferruccio Parri – che si firma con la sigla F.P. o con lo pseudonimo “Un lettore qualunque”.[25] La formula di cauta indipendenza del Giornale degli economisti sembra funzionare e per tutti gli anni del regime consente la pubblicazione della rivista senza particolari ingerenze fino al 1938, quando per il Giornale degli economisti si apre un periodo particolarmente difficile.[26] Nell’autunno di quell’anno l’entrata in vigore delle leggi razziali obbligavano all’allontanamento dei docenti di origine ebrea dalle scuole e dalle università. In molti all’interno della Bocconi speravano in un’applicazione morbida della legge.[27] Invece sia Del Vecchio che Mortara dovettero essere allontanati dalla Bocconi e dal Giornale degli economisti. La prima reazione di Mortara fu quella di pensare alla chiusura del Giornale. Non sopportava l’idea che il Giornale degli economisti cadesse in mano a quanti avevano voluto le leggi razziali:

“Accanto ai quattro figli che lo seguirono in Brasile vi era un figlio dell’intelletto che non poteva emigrare, ed era il Giornale. L’impulso di Mortara fu di sopprimerlo.”[28]

Scriveva Mortara:

“Spero vedere entro il mese Beneduce e convertirlo alla tesi dell’eutanasia del G.d.E. Mi pare l’unica soluzione dignitosa: hara-kiri in giapponese.”[29]

Un comunicato rivolto agli abbonati inserito nel numero di novembre-dicembre 1938 annuncia la cessazione della pubblicazione. A giustificazione della chiusura, nell’ultima pagina del fascicolo, viene inserita la comunicazione: “il lavoro degli economisti italiani è andato disperso, negli ultimi anni, fra una troppa numerosa schiera di rassegne periodiche.”[30] Sempre il comunicato annuncia che Mortara e il comitato di direzione del giornale hanno autorizzato l’Università Bocconi ad aggiungere ai suoi Annali di economia il sottotitolo Giornale degli economisti.[31] Ma molti economisti vicini al regime mirano ad impossessarsi della testata. I più interessati sembrano essere tre intellettuali vicini al regime: Alberto De Stefani, Luigi Amoroso e Felice Vinci. I tre dirigevano la Rivista italiana di scienze economiche che, dagli anni trenta in cui era stata fondata, non aveva avuto particolare fortuna.[32] Per questo l’occasione di fonderla con il Giornale degli economisti si presentava a loro avviso particolarmente attraente.[33] Il Giornale nei piani di De Stefani sarebbe dovuto diventare anche l’organo di una costituenda Società di Economia da lui presieduta. Tuttavia l’intervento di Giovanni Gentile, allora vicepresidente della Bocconi, con la sua autorità riesce a scongiurare il piano di De Stefani.[34] Gentile si era mosso seguendo un piano opposto rispetto all’operazione immaginata da Mortara. Nella fusione fra Giornale degli economisti e Annali di economia non doveva più essere il primo a cessare la pubblicazione, ma i secondi.[35] Il Giornale degli economisti sarebbe stato ceduto a titolo gratuito all’Università Bocconi. Salvaguardando così il nome della testata di più lunga tradizione e garantendo una soluzione che ne preservasse l’autonomia ed il rigore scientifico. Il primo ad accettare il piano fu Del Vecchio. Arrivarono anche le adesioni di Mortara e Beneduce. La più restia ad accettare fu la figlia di Pantaleoni, ancora comproprietaria della rivista, che testardamente difendeva la soppressione della rivista come il miglior modo per difendere la rivista del padre dalle mire fasciste.[36] Altrettanto importante fu il convinto sostegno all’operazione del nuovo rettore della Bocconi Giovanni Demaria, che dal 1939 della nuova serie, adesso denominata Giornale degli economisti e Annali di economia, si assunse l’onere della direzione.

Nuova serie (Università Bocconi)[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi mesi nuova serie sembra andare nel migliore dei modi,[37] ma con l’entrata in guerra il Giornale degli economisti entra in rotta di collisione con il fascismo. La politica economica del regime diventa il bersaglio di articoli di critiche sempre meno velate. Articoli in tal senso apparirono a firma di Costantino Bresciani Turroni e Luigi Einaudi.[38] Agostino Lanzillo scriveva della probabilità di una disfatta nelle condizioni economiche in cui l’Italia si trovava ad entrare in guerra.[39] Ma furono due articoli uno di Demaria[40] e soprattutto uno di Epicarmo Corbino[41] a suscitare le ire del regime contro il Giornale degli economisti.[42] La disamina del naviglio mercantile di Corbino era impietosa: nell’ipotesi di una guerra lunga la marina giapponese e quella italiana erano destinate a ridursi ad un’entità trascurabile, mentre quella angloamericana avrebbe presentato già dal 1943 un incremento netto. A peggiorare la situazione giunse una trasmissione radio americana di propaganda, intercettata dai servizi di sicurezza italiani, che citava ampiamente l’articolo di Corbino.[43] Così, quando nel maggio del 1942 Demaria intervenne durante un convegno[44] attaccando l’autarchia fascista e proponendo il ritorno alla libertà economica e l’apertura al commercio internazionale, la reazione del regime non si fece attendere. La relazione di Demaria non venne pubblicata fra gli atti del convegno e alla guida del Giornale degli economisti, a partire dal fascicolo luglio-agosto 1942, venne imposto il rettore della Bocconi Paolo Greco.[45] Neanche il cambiamento di direzione garantì tranquillità al Giornale degli economisti e Annali di economia. In seguito ad una recensione a firma “G.D.”[46] la rivista venne sequestrata “per propaganda antipatriottica americana” e le conseguenze per Demaria sarebbero state anche peggiori se non fosse stato per l’ennesimo intervento di Gentile presso Bottai e Mussolini.[47] Le pubblicazioni del Giornale degli economisti e Annali di economia riprendono con il 1946. La numerazione riportata sul primo fascicolo è gennaio/febbraio 1943-gennaio/febbraio 1946 a sottolineare la continuità dopo la sospensione e Demaria torna ad essere direttore. Il Giornale degli economisti nel secondo dopoguerra riesce ad attrarre numerosi contributi di studiosi stranieri e ad internazionalizzare la ricerca. A partire dagli anni settanta appaiono sempre più scritti in lingua inglese.[48] Compaiono articoli di Franco Modigliani, Duncan Black, Jan Tinbergen, François Perroux, Gerhard Tintner, Fritz Machlup, Oskar Morgenstern. Di gran rilievo nel 1952 sono la relazione di Marco Fanno[49] alla prima riunione della Società italiana degli economisti e l’articolo di Bruno De Finetti[50] di introduzione al Teorema di Arrow-Pratt.[51] Nel 1956 viene pubblicata la relazione di Demaria alla seconda riunione della Società italiana degli economisti in cui viene teorizzata la causazione esogena dei cicli economici. Da questa relazione e dall’articolo hanno origine le Ricerche di cinematica storica prodotte da gruppi di lavoro di studenti e parzialmente pubblicate sul Giornale degli economisti e Annali di economia dal 1964 al 1973.[52] Dopo il ritiro di Demaria nel 1976 la guida del Giornale degli economisti e Annali di economia viene assunta da Innocenzo Gasparini che a Demaria era succeduto sulla cattedra di Economia politica. Gasparini aveva iniziato a collaborare con il Giornale degli economisti fin dal 1947 con l’articolo Nota critica sulla tesi hayekiana dell’effetto di Ricardo,[53] ed al Giornale affidò un suo articolo Considerazioni sul ruolo dell’imprenditorialità, pubblicato pochi mesi prima della sua scomparsa nel 1985.[54] A Gasparini subentrerà Mario Monti che ne era stato un allievo.[55] Succederanno poi come direttori Franco Bruni e Michele Polo. Negli anni recenti tutti gli articoli del Giornale degli economisti e Annali di economia appaiono in lingua inglese.[56] Vengono adesso delineate due aree di maggiore interesse: 1- temi di politica economica di rilievo per il dibattito economico italiano 2- Studi critici sui recenti sviluppi della letteratura teorica ed empirica.[57] La rivista è aperta ad economisti di ogni tendenza. L’unica discriminante per l’accettazione, come già era stato durante il periodo di Demaria[58] e come confermato dall’attuale linea editoriale, resta il valore scientifico degli articoli.[59]

Direttori[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il Congresso degli economisti in cui viene fondata l’associazione si era svolto a Milano dal 4 al 6 gennaio 1875. Cfr. Magnani, op. cit., p.18
  2. ^ Magnani, op. cit. p. 21
  3. ^ La legislazione sociale nel parlamento inglese, “Giornale degli economisti”, apr. 1875 ; La libertà economica ed il lavoro dei fanciulli e delle fanciulle nelle fabbriche, “Giornale degli economisti”, ago. 1875 ; Il lavoro dei fanciulli, “Giornale degli economisti”, mar. 1876
  4. ^ Finoia, op. cit., p. 525-527
  5. ^ Sul dibattito fra le due scuole Cfr. Magnani, op. cit., p. 17-22
  6. ^ Bagiotti, op. cit., p. 178
  7. ^ Zorli, op. cit. p. 110
  8. ^ Magnani, op. cit., p. 125
  9. ^ Zorli, op. cit. p. 110
  10. ^ Magnani, op. cit., p. 54-55
  11. ^ Zorli riporta così la vicenda “Nel quinto anno […] decisi di associare alla direzione della rivista l’opera attiva di altri colleghi, e così mi unii ad alcuni amici personali, specie a Maffeo Pantaleoni, nella fiducia che mi aiutassero a mantenere al Giornale il carattere di palestra scientifica; ma a lungo andare mi accorsi di essere diventato nel Giornale … un pesce fuor d’acqua, in quanto il Giornale ogni anno accentuava sempre più il nuovo carattere di organo di un’unica propaganda, la propaganda cioè della scuola inglese”, Zorli, op. cit., p. 111
  12. ^ Fra gli articoli di opposizione: Maffeo Pantaleoni, Come il governo volendo giovare all’industria vinicola sia riuscito a danneggiarla, “Giornale degli economisti”, ago. 1890 ; Antonio De Viti de Marco, La fallacia di una legislazione internazionale limitatrice del lavoro, “Giornale degli economisti”, ago. 1890
  13. ^ Magnani, op. cit., p. 70
  14. ^ Magnani, op. cit., p. 70-109
  15. ^ Da una lettera di Pantaleoni. Cit. in Magnani, op. cit., p. 70
  16. ^ Magnani, op. cit., p. 90-97
  17. ^ Pantaleoni scrive a Colajanni il 16 aprile 1897: “I miei rapporti con il Giornale degli economisti non sono più quelli di prima. Lo fa De Viti e lo fa come vuole lui.” Magnani, op. cit., p. 209
  18. ^ È questo il giudizio del De Viti De Marco. Magnani, op. cit., p. 209
  19. ^ Magnani, op. cit., p. 260
  20. ^ Lenti, op. cit., p. 102
  21. ^ Eugen Slutsky, Sulla teoria del bilancio del consumatore, “Giornale degli economisti”, lug. 1915
  22. ^ Lenti, op. cit., p. 102
  23. ^ Gen.-feb. 1924 ; mar. 1925
  24. ^ Lenti, op. cit., p. 102
  25. ^ Lenti, op. cit., p. 103-104
  26. ^ Lenti, op. cit., p. 103
  27. ^ Luigi Filippo De Magistris, docente di geografia alla Bocconi scriveva in una lettera: “Se ho ben compreso lo spirito della difesa, non si desiderano altri ebrei in Italia. Quelli che vi sono non dovrebbero temere. […] Perché dovrebbe preoccuparsi l’amico Mortara?” Romani, op. cit., p. 49
  28. ^ Il giudizio è di P. Baffi, cit. in D’Aroma, op. cit., p. 599
  29. ^ D’Aroma, op. cit., p. 599
  30. ^ “Giornale degli economisti”, nov.-dic. 1938
  31. ^ Montesano, op. cit., p. 291
  32. ^ Montesano, op. cit., p. 291
  33. ^ Lenti, op. cit., p. 106
  34. ^ Montesano, op. cit., p. 291
  35. ^ Cattini, Decleva, De Maddalena, Romani, op. cit., p. 220-221
  36. ^ Romani, op. cit., p. 50-55
  37. ^ I primi numeri della nuova serie piacquero molto a Del Vecchio. Joseph A. Schumpeter poi scrisse a Demaria di considerare la rivista “one of the 3 or 4 first scientific periodicals in the world”. Romani, op. cit., p. 54
  38. ^ Costantino Bresciani Turroni, La funzione del regime aureo e del regime dei “clearings” e la ricostruzione dei rapporti commerciali internazionali, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, lug.-ago. 1941, p. 418-457 ; Luigi Einaudi, Intorno alla disciplina degli impianti industriali, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, lug.-ago. 1941, p. 458-470
  39. ^ Gli articoli critici di Agostino Lanzillo apparsi nel Giornale degli economisti e Annali di economia del periodo furono: Preliminari ad un’economia di guerra, set.-ott. 1939, p. 669-680 ; Il comunismo e la guerra, mar.-apr. 1940, p. 182-189 ; Blocchi e monete : considerazioni monetarie attuali, mag.-giu. 1941, p. 292-307
  40. ^ Giovanni Demaria, Il problema industriale italiano, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, set.-ott. 1941, p. 516-552
  41. ^ Epicarmo Corbino, Gli effetti della seconda guerra mondiale sul naviglio mondiale mercantile e previsioni per il dopoguerra, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, mar.-apr. 1941, p. 109-118
  42. ^ Bagiotti, op. cit., p. 183
  43. ^ Cattini, Decleva, De Maddalena, Romani, op. cit., p. 228
  44. ^ Convegno sui problemi economici dell'”Ordine nuovo” (Pisa, Maggio 1942) dove Demaria tenne una relazione intitolata L'”Ordine nuovo” e il problema industriale italiano del dopoguerra
  45. ^ Montesano, op. cit., p. 293
  46. ^ G.D. [Giovanni Demaria], Recensione a Pergolesi, Orientamenti sociali delle costituzioni contemporanee, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, mag.-giu. 1942, p. 284-285
  47. ^ Cattini, Decleva, De Maddalena, Romani, op. cit., p. 229
  48. ^ Montesano, op. cit., p. 295
  49. ^ Marco Fanno, Le teorie delle fluttuazioni economiche, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, set.-ott. 1952, p. 533-570
  50. ^ Bruno de Finetti, Sulla preferibilità, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, nov.-dic. 1952, p. 685-709
  51. ^ Montesano, op. cit., p. 294
  52. ^ Montesano, op. cit., p. 294
  53. ^ Innocenzo Gasparini, Nota critica sulla tesi hayekiana dell’effetto di Ricardo, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, gen.-feb. 1947, p. 75-82
  54. ^ Innocenzo Gasparini, Considerazioni sul ruolo dell’imprenditorialità, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, nov./dic. 1984, p. 851-860
  55. ^ Lenti, op. cit., p. 111
  56. ^ Cfr gli indici: http://giornaledeglieconomisti.unibocconi.it/on-line/Home/artCatVolumes.5.1.10.2.html
  57. ^ “The journal welcomes submissions in two areas […] 1 Economic policy issues relevant for Italy […] 2 Critical surveys of recent developments in the theoretical and empirical literature.” http://giornaledeglieconomisti.unibocconi.it/on-line/Home/Aboutus.html
  58. ^ Lenti, op. cit., p. 108
  59. ^ “Contributions […] will have to satisfy first rate professional standards and will undergo a refereeing process .“ http://giornaledeglieconomisti.unibocconi.it/on-line/Home/Aboutus.html

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Tullio Bagiotti, Storia della Università Bocconi, Milano, Università Bocconi, 1952
  • Marco Cattini, Enrico Decleva, Aldo De Maddalena, Marzio A. Romani, Storia di una libera Università. Volume secondo: l’Università commerciale Luigi Bocconi dal 1915 al 1945, Milano, Egea, 1997
  • Antonio D’Aroma, Luigi Einaudi, Il «Giornale degli economisti» e la Bocconi, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, 1984, fasc. 9/10, p. 587-618
  • Massimo Finoia, La Questione femminile attraverso il «Giornale degli economisti», 1875-1935, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, set.-dic. 1991, 525-538
  • Libero Lenti, Il «Giornale degli economisti» compie cento anni, “Nuova Antologia”, ott.-dic. 1986, fasc. 2160, 97-111
  • Italo Magnani, Dibattito fra economisti italiani di fine Ottocento, Milano, Franco Angeli, 2003 ISBN 8846443357
  • Aldo Montesano, Giovanni Demaria e il Giornale degli economisti, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, dic. 1998, p. 289-296
  • Enrico Resti, L’Università Bocconi dalla fondazione a oggi. Milano, EGEA, 2000
  • Marzio A. Romani, 1938: un anno difficile per Giovanni Demaria e per il Giornale degli economisti, in: Giovanni Demaria e l’economia del Novecento. Milano, Università Bocconi, 1999, p. 48-72
  • Alberto Zorli, Breve storia della prima serie del “Giornale degli economisti” di Roma, “Giornale degli economisti e Annali di economia”, gen.-feb. 1939, p. 109-112