Gina Pane

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Gina Pane (Biarritz, 24 maggio 1939Parigi, 5 marzo 1990) è stata un'artista francese, nata in Francia e vissuta in Italia.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nata da padre italiano e madre austriaca, Gina Pane trascorse parte della sua infanzia in Italia. Studiò all'Académie des beaux-arts di Parigi dal 1961 al 1966. Dalla formazione accademica di Gina Pane deriva l'interesse per il corpo e la sua fisicità, fino al limite della sofferenza imposta allo stesso corpo. Insegnò presso l'Ecole des Beaux-Arts di Mans tra il 1975 ed il 1990; condusse workshop sulle performance al Centre Georges Pompidou tra il 1978 ed il 1979. Morì prematuramente nel 1990 a causa di un cancro.

Prima di cominciare ad occuparsi di sculture e d'installazioni, realizzò mumerosi dipinti geometrici. Essi, vicini alle esplorazioni di Bruce Nauman e di Robert Morris, al di fuori di una ricerca formale, impiegano già le tematiche dei suoi lavori successivi, in cui la relazione del corpo con la natura determina le sue sculture "penetrabili" e, soprattutto, le sue performance.

Figura di primo piano della body art degli anni settanta, realizzò una serie di performance, minuziosamente preparate e documentate, in cui ogni gesto, spesso legato alla dimensione dolorosa del corpo, viene compiuto con un'apparenza rituale.

Nel 1973 Gina Pane realizzò per esempio una performance chiamata Azione sentimentale. Essa era composta di più parti che illustravano una dimensione cattolica del martirio attraverso l'automutilazione: nella galleria milanese di Luciano Inga Pin l'artista è vestita di bianco e porta un bouquet di rose rosse, dalle quali stacca tutte le spine conficcandosele poi nel braccio. Successivamente le toglie lasciando colare un rivolo di sangue. Le rose rosse del bouquet diventano bianche. E a questo punto l'artista s'incide il palmo della mano con una lama di rasoio. Nel 1981 la Pane terminò il ciclo delle sue performance ed iniziò le sue Partizioni, in cui l'argomento centrale è il ruolo del corpo e la sua relazione col mondo. Come essa stessa ebbe modo di dichiarare:

« Vivere il proprio corpo vuol dire allo stesso modo scoprire sia la propria debolezza, sia la tragica ed impietosa schiavitù delle proprie manchevolezze, della propria usura e della propria precarietà. Inoltre, questo significa prendere coscienza dei propri fantasmi che non sono nient'altro che il riflesso dei miti creati dalla società… il corpo (la sua gestualita) è una scrittura a tutto tondo, un sistema di segni che rappresentano, che traducono la ricerca infinita dell'Altro. »

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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