Giasone (Bibbia)

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Giasone è un personaggio della Bibbia.

Personaggio biblico[modifica | modifica sorgente]

La sua storia compare nel Secondo libro dei Maccabei. Era fratello del sommo sacerdote Onia III e fu a sua volta sommo sacerdote per tre anni, più o meno dal 175 a.C. al 172 a.C.

Onia era in contenzioso con Simone di Bilga, un sovrintendente del tempio di Gerusalemme che, viste le ricchezze del tesoro del tempio, aveva consigliato al Re Seleuco IV di confiscarle, poiché altrimenti i soldi che egli versava per i sacrifici sarebbero sembrati mal spesi. Onia invece controbatteva che quelli erano soldi in deposito di vari fedeli. Un'apparizione di una cavaliere dorato e flagellatori divini aveva bloccato il tentativo del mandante del re, Eliodoro, di riprendere il tesoro con la forza. Simone allora diffamò Onia come autore dell'aggressione di Eliodoro.

Mentre Onia stava recandosi dal re per chiedere un intervento pacificatore, il sovrano morì e salì al trono Antioco IV Epifane. Qui entrò in scena Giasone, che promise 440 talenti d'argento in cambio dell'incarico di sommo sacerdote, oltre a 150 come extra se gli fosse stata concessa l'autorità di erigere e controllare un ginnasio e altre istituzioni nello stile della polis greca a Gerusalemme. Inoltre chiese di fondare una nuova città, chiamata Antiochia in onore del re. Il re accettò e subito Giasone iniziò le sue riforme, cercando di convertire gli ebrei ai costumi ellenici e privandoli della libertà di religione concessa ai tempi di Antioco III. Per queste attività egli viene descritto come "empio e falso" oltre che "scellerato".

Quando però i suoi inviati ai giochi quinquennali in onore di Ercole presso Tiro sparirono con i soldi destinati ai sacrifici religiosi, il re Antioco iniziò a preoccuparsi della condotta di Giasone. Accadde che Menelao, fratello di Simone, si presentasse tre anni dopo con più soldi per corrompere il re, superando di trecento talenti l'offerta di Giasone, il quale si vide così privato del suo titolo (172 a.C.). Lasciò la città santa e si rifugiò nell'Ammanitide.

Dante Alighieri lo cita nella Divina Commedia come esempio lampante di simonia, paragonandolo a Papa Clemente V (Inf. XIX, 85-87).

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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