Giardino dell'Eden

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Il Giardino dell'Eden in un dipinto di Hieronymus Bosch

Il Giardino dell'Eden, in ebraico Gan Eden, è un luogo citato nella Bibbia ebraica e presente anche nella mitologia sumera.

L'Eden nella Bibbia[modifica | modifica sorgente]

Nel libro della Genesi nella Bibbia è il luogo in cui Dio creò tutti gli esseri viventi, tra cui Adamo ed Eva, la prima coppia umana. Esso si trovava ad oriente (della Palestina), e dal giardino usciva un fiume che si divideva in quattro rami fluviali: il Tigri, l'Eufrate, il Pison che circondava la terra di Avila, e il Ghihon che circondava la terra di Etiopia. Inoltre Eden potrebbe essere una parola sumera che significa "parco/giardino in pianura", mentre in ebraico il Paradiso (sia quello terrestre primigenio che l'Aldilà) viene indicato con la locuzione Gan 'Eden ( גן עדן ), traducibile con "Giardino delle Delizie" (Genesi 2,8-14). E' probabile che tale giardino si trovasse su un'altura o monte.

Ipotesi sulla localizzazione geografica[modifica | modifica sorgente]

Secondo queste indicazioni l'Eden si collocherebbe nell'attuale regione della Mesopotamia meridionale, nella pianura attraversata dal fiume Shatt al-'Arab, sepolto sotto decine di metri di sedimenti. Nello Shatt al-‘Arab oggi confluiscono due dei fiumi citati nella Genesi: il Tigri e l'Eufrate.

Un'altra ipotesi sulla localizzazione dell'Eden si trova nel saggio Omero nel Baltico di Felice Vinci, dove l'autore, nell'ambito della totale localizzazione geografica dei poemi omerici in Scandinavia, teorizza diversi collegamenti con le mitologie di molti altri popoli, tra cui quello ebraico. E una volta identificata l'Etiopia con la penisola di Varanger, in Norvegia: «Esaminiamo [...] uno dei fiumi che la bagnano, il Tana (che pertanto potrebbe corrispondere al Gihon biblico): esso nasce in una zona della Lapponia finlandese [...] da cui effettivamente si dipartono altri corsi d'acqua. Uno è l'Ivalo, che i Lapponi chiamano Avvil. L'assonanza con Avila [...] da sola potrebbe essere casuale, ma proprio questo territorio è ricco d'oro» (Felice Vinci, Omero nel Baltico, pagg. 647 - 648). Il passo citato prosegue con l'identificazione di Tigri ed Eufrate con i loro corrispettivi scandinavi; il complesso di questi fiumi delinea, secondo Vinci, "una sorta di Mesopotamia finnica, straordinariamente assomigliante a quella asiatica".

Gli alberi della conoscenza e della vita[modifica | modifica sorgente]

Dio dice ad Adamo ed Eva di non mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male (dettaglio della facciata del duomo di Orvieto).

Secondo il racconto biblico tra tutti gli alberi piantati nel giardino, ne erano due particolari: l'"albero della conoscenza del bene e del male" e l'"Albero della vita". Dio proibì all'uomo di mangiare i frutti del primo, e la disobbedienza portò alla cacciata dal giardino dell'Eden, negando all'Uomo anche i frutti del secondo, come in Genesi 3,22: Poi Dio YHWH disse: «Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre.

La cacciata di Adamo ed Eva dall'Eden (Gustave Doré)

L'Eden nei miti sumeri[modifica | modifica sorgente]

Il paradiso dei Sumeri si chiamava Dilmun e può essere identificato nel golfo Persico[senza fonte], cioè nelle terre a sud sommerse. In questo luogo dove non esistevano malattie e morte, il dio Enki usava accoppiarsi sessualmente con le dee sue figlie. Dopo aver mangiato i frutti degli alberi creati dalla dea Ninhursag venne da questa maledetto e condannato ad atroci sofferenze. Per far guarire la costola di Enki, Ninhursag creò quindi una dea dal nome Ninti che significa colei che fa vivere, e il significato del nome traslato in ebraico avrebbe originato il nome Eva.

In un altro mito sumero il contadino Shukallituda, non riuscendo a coltivare la sua terra troppo arida, chiese aiuto alla dea Inanna: questa gli consigliò di piantare degli alberi per fare ombra, facendo così nascere la prima oasi, con una tecnica di coltivazione comune nei deserti intorno al golfo Persico. Il mito si conclude con una trasgressione sessuale in cui il contadino stupra la dea addormentata: come punizione per l'affronto Shukallituda è costretto ad abbandonare il suo giardino.

Infine nel mito di Gilgamesh l'eroe cerca l'ultimo uomo sopravvissuto al diluvio, Utnapishtim, il quale conosce la pianta dell'immortalità che cresceva in paradiso. Utnapishtim rivela a Gilgamesh che il paradiso è sprofondato nel mare, allora Gilgamesh recupera una fronda della pianta sul fondo del mare, ma durante il ritorno un serpente divora la fronda e ritorna giovane.

È quindi probabile[senza fonte] che i compilatori dei testi biblici abbiano adottato e modificato il racconto mitologico sumero sull' E.DIN (come veniva chiamato dai Sumeri). La parola "E.DIN" significava la Dimora dei Giusti[senza fonte].

È già noto che lo stesso abbiano fatto i cinesi[senza fonte] (ciò viene confermato dai caratteri di scrittura cinese[senza fonte]) riguardo all'Eden ed al diluvio.

L'Eden nei miti di varie civiltà[modifica | modifica sorgente]

L'idea di uno stato felice perduto e non più ritornato è presente anche nella civiltà classica greca e romana. Lo attestano ad esempio lo scrittore greco Esiodo (Opere e Giorni, 109-119) e il poeta latino Publio Ovidio Nasone (Metamorfosi, I, 89-112).

Lo studioso Arturo Graf espone ampiamente i risultati dei suoi studi sul mito del Paradiso Terrestre nella prima parte del suo saggio Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo. Egli scrive che "i libri sacri dell'India e il Mahābhārata celebrano l'aureo monte Meru da cui sgorgano quattro fiumi, che si spandono poi verso le quattro plaghe del cielo, e sulle cui giogaie eccelse olezza e risplende, incomparabile paradiso, l' Uttara-Kuru, dimora degli dei, prima patria degli uomini, sacra ai seguaci di Buddha non meno che agli antichi adoratori di Brahma. Gli Egizi, a cui forse appartenne in origine la immaginazione degli Orti delle Esperidi, serbavano lungo ricordo di una età felicissima, vissuta dagli uomini sotto la mite dominazione di Ra, l'antichissimo dio solare. L' Airyâna vaegiâh, che sorgeva sull' Hara-berezaiti degli iranici, fu un vero Paradiso terrestre, innanzi che il fallo dei primi parenti e la malvagità d' Angrô-Mainyus l'avessero trasformato in un buio e gelido deserto; e nell'Iran, e nell'India, come in Egitto, durava il ricordo di una prima età felicissima. I Cinesi coronarono il Kunlun di un Paradiso, ove sono parecchi alberi meravigliosi e d'onde sgorgano parecchi fiumi. Nelle tradizioni religiose degli Assiri e dei Caldei il mito appare con sembianze che non si possono non riconoscere come simili affatto a quelle del mito biblico. Greci e Latini favoleggiavano dell'età dell'oro, dei regni felici di Crono e Saturno, e di più terre beate".[1]. I quattro fiumi che scaturivano dall'Eden biblico (Genesi 2, 10-17) lasciano congetturare che esso fosse un monte, così come lo erano il Meru indiano, l'Alburz iranico, l'Asgard norrena, il Kâf arabico nonché l'Eden citato dal profeta Ezechiele nel Vecchio Testamento (28, 12-19).[2] Inoltre Graf ricorda i miti delle Isole Fortunate nel mondo greco, rappresentazioni del Paradiso terrestre. Esse sono l'isola dei Feaci e di Ogigia in Omero (Odissea), l'isola di Pancaia descritta da Diodoro Siculo, l'Atlantide di Platone, la Merope di Teopompo. Gli Arabi credevano nell'isola beata di Vacvac, oltre il monte Kâf, ricordata nei viaggi di Sindbad nelle "Mille e una notte". Di un'isola "dalle poma d'oro" narravano i Celti.[3]Questa fu la credenza dei Padri della Chiesa e dei Dottori della Chiesa, ripresa da Dante quando a Matelda nel Paradiso Terrestre faceva dire: "Quelli che anticamente poetaro / l'età dell'oro e suo stato felice / forse in Parnaso esto loco sognaro" (Purgatorio, XXVIII, vv. 139-141). Dante Alighieri pone l'Eden nell'opposto emisfero terrestre, proprio secondo le indicazioni dei Padri della Chiesa e dei Dottori della Chiesa. D'altra parte le indagini degli studiosi hanno portato ad individuare una lontana convergenza dei miti paradisiaci dei popoli della doppia famiglia ario-semitica. Graf rileva altresì che "nel mito paradisiaco ario-semitico, e in altri affini, si trovano tracce di un antichissimo culto della natura. L'albero della vita è albero che porge il nutrimento; l'albero della scienza è l'albero che dà responsi: entrambi appaiono in numerose mitologie, fatti spesso compagni dell'albero generatore da cui procedono gli uomini".[4][5][6]

L'Eden nella Divina Commedia[modifica | modifica sorgente]

Nella Divina Commedia di Dante Alighieri il Paradiso terrestre è posto sulla sommità del monte del Purgatorio, situato agli antipodi del mondo allora conosciuto, e rappresenta l'ultima tappa del percorso di purificazione che compiono le anime per poter accedere al Paradiso. È rappresentato come una foresta lussureggiante percorsa dal fiume Letè, che toglie la memoria del male commesso, ed il fiume Eunoè, che rinnova la memoria del bene compiuto. Il giardino dell'Eden compare in tutti i canti dal ventottesimo al trentatreesimo del Purgatorio. Il poeta fa qui il suo primo incontro con Beatrice e conosce Matelda, una donna che funge da allegoria dello stato d'innocenza dell'uomo prima del Peccato originale. Inoltre assiste ad una processione che rappresenta la storia dell'uomo e del suo rapporto con la fede, dal Peccato originale al tempo di Dante.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Arturo Graf; Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Oscar Mondadori, 1990.
  2. ^ Arturo Graf, op. cit. pag. 56.
  3. ^ Arturo Graf, op. cit. pag. 49.
  4. ^ Arturo Graf; Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Oscar Mondadori, pag. 41.
  5. ^ J. Delumeau, Storia del Paradiso. Il giardino delle delizie, Bologna, Il Mulino, 1994
  6. ^ D'Arco S. Avalle, L'età dell'oro, in "Dal mito alla letteratura e ritorno", Milano, Il Saggiatore, 1990, pag. 38 e sgg.

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