Gennaro Sora

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Gennaro Sora

Gennaro Sora (Foresto Sparso, 18 novembre 1892Foresto Sparso, 23 giugno 1949) è stato un militare italiano, ufficiale degli alpini, che operò nella prima guerra mondiale, nella seconda spedizione di Umberto Nobile per il raggiungimento del Polo Nord e nella seconda guerra mondiale.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Figlio di Antonino da Villongo e di Giuditta Leonini da Buonconvento,

Prima guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Arruolato giovanissimo, era nel 1913 allievo ufficiale presso il 3º Reggimento Alpini in Piemonte.

Nel maggio del 1915 al comando del 3º plotone della cinquantesima compagnia del Battaglione Alpini Edolo partecipò alle operazione belliche, che nell'ambito della prima guerra mondiale si svolgevano tra la Forcellina di Montozzo e il Pizzo d'Albiolo nel bacino montano del Tonale.

Incaricato, il 25 maggio 1915, di effettuare una ricognizione sull'Albiolo ebbe il primo battesimo di fuoco respingendo un'azione austriaca dopo essersi avvicinato alle postazioni nemiche.

Tra i suoi commilitoni c'era Cesare Battisti che lo soprannominò Muscoletti per la sua forma fisica, bassa e tarchiata, e col quale ebbe un cordiale rapporto di amicizia rinsaldato dalla comune militanza bellica.

Gennaro Sora

Nel luglio 1915 il Comando di Divisione ordinò, per alleggerire la posizione degli alpini che il disgelo rendeva più difficile, l'occupazione di una cresta antistante Punta Albiolo da cui si sarebbe controllata la valle di Stino e le fortificazioni austriache sottostanti.

Si trattava di un'azione pericolosa, quasi da guerriglia, dove la velocità e la sorpresa erano fondamentali, ne fu incaricato Gennaro Sora che, al comando di sette alpini, si slanciò di corsa e saltando di roccia in roccia, sotto il fuoco delle mitragliatrici austriache riuscì a raggiungere la cima del Torrione, snidando il nemico, e a tenerla fino all'arrivo dell'altro plotone di cui faceva parte Cesare Battisti.

Questa azione, dove mise in mostra le sue doti di coraggio al limite della temerarietà, gli valsero la prima medaglia d'argento al valor militare[1]

Una seconda medaglia d'argento gli verrà assegnata, per il suo contributo determinante nella conquista della Cresta Croce, l'11 aprile 1916, e una terza per la conquista della quota 2432 della Cresta dei Monticelli, il 28 maggio 1918.

Il Polo Nord[modifica | modifica sorgente]

Sora e la sua squadra al Polo Nord

Nel 1928 Gennaro Sora fu chiamato assieme ad altri otto alpini[2], di cui gli fu affidato il comando, a partecipare alla seconda spedizione che il generale Umberto Nobile si accingeva a fare per raggiungere il Polo Nord con il dirigibile Italia.

Il suo intervento, che avrebbe dovuto essere di supporto, ebbe una fine non prevista a causa del disastro del dirigibile Italia, che il 25 maggio precipitò sul pack polare determinando il fallimento della spedizione.

Nell'urto del dirigibile contro i ghiacci furono sbalzati fuori il generale Nobile e altri membri della spedizione oltre a una certa quantità di materiale e di vettovagliamento, mentre il dirigibile stesso riprendeva quota sparendo definitivamente con sei membri dell'equipaggio che non furono più ritrovati[3]

Nobile, ferito, e gli altri superstiti ebbero la possibilità di sopravvivere riparandosi in una tenda che colorarono di rosso per essere più visibile e utilizzando il vettovagliamento e il materiale, compresa una radio, che erano caduti o erano stati gettati dal dirigibile: fu il famoso e famigerato episodio della Tenda Rossa, nome con cui passò alla storia.

I soccorsi[modifica | modifica sorgente]

Non appena la notizia del disastro giunse al campo base, che faceva capo alla nave Città di Milano comandata dal comandante Romagna Manoja, Sora espresse la sua intenzione di mettersi subito alla ricerca dei naufraghi entrando per questo in contrasto con il Romagna che intendeva seguire una linea di maggiore cautela.

Dal contrasto si arrivò all'insubordinazione di Gennaro Sora che, il 13 giugno, partì, senza essere autorizzato, con la baleniera Braganza alla ricerca dei superstiti.

Nel frattempo era stata organizzata dal comandante Romagna una spedizione di soccorso via terra con slitte e Sora fu raggiunto dall'ordine di cercare e soccorrere un gruppo di naufraghi che avevano lasciato la Tenda Rossa in cerca

Gennaro Sora e Sjef van Dongen

di aiuto.

Il 18 giugno Sora con l'ingegnere danese Ludovico Warming e l'olandese Sjef van Dongen, un esperto conduttore di cani da slitta, partirono con due slitte alla ricerca del cosiddetto gruppo Mariano[4], ma il 19 Warming colpito da un malessere agli occhi dovette abbandonare la spedizione.

Il 4 luglio, stremati dalle marce, Sora e Van Dongen raggiunsero l'isola di Foyn da dove non furono più in condizione di andare avanti trasformandosi così da soccorritori in naufraghi: furono tratti in salvo il 13 luglio da idrovolanti svedesi.

Le polemiche[modifica | modifica sorgente]

Il fallimento della seconda spedizione di Nobile ebbe una enorme coda di polemiche contro lo stesso Nobile mentre l'insubordinazione di Gennaro Sora portò a una commissione d'inchiesta che tuttavia non produsse alcunché ma pesò negativamente sullo sviluppo della sua carriera, fu promosso, infatti, maggiore solo il 18 gennaio 1934 ed ebbe il comando del battaglione Edolo.

Gennaro Sora rimase, tuttavia, nel sentire della sua gente l'Eroe del Polo, come lo appellò Mussolini in occasione di un incontro durante le grandi manovre al confine italo-austriaco.

Mentre era in Val Venosta scrisse la prima forma della Preghiera dell'Alpino, in una lettera a sua madre il 4 luglio 1935, da Malga Pader.

La guerra coloniale[modifica | modifica sorgente]

Il 20 marzo 1937 Gennaro Sora si trovava in Etiopia al comando dell'VIII brigata dell'ex Divisione Pusteria in appoggio di quella che fu chiamata Operazione di grande polizia contro gruppi di rivoltosi etiopi. Successivamente fu chiamato al comando del Battaglione Speciale Alpini Uork Amba in attività di fortificazione, protezione e polizia.

Nell'aprile del 1939 al comando del XX Battaglione Eritreo eliminò, nella cosiddetta Battaglia della Grotta Cajá-Zeret, un grosso gruppo di combattenti Etiopici guidato da Teshome Sciancut, tra i luogotenenti di Abebe Aregay, un fedele del Negus. La battaglia fu aspra e culminò con la resa degli assediati dopo la fuga di Teshome, dopo che pezzi d'artiglieria caricati con fosgenina e iprite avevano contaminato tutta l'acqua a disposizione dei circa 1500 assediati.

Seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Nel 1940 si distinse con il suo XX Battaglione nella conquista del Somaliland, nel 1941 difese il Passo Mard nell'Harar contro le truppe inglesi ma la campagna d'Africa era ormai perduta.

Il 12 aprile 1941, dopo che il generale Santini aveva ordinato la resa, si consegnò prigioniero alle truppe sudafricane.

Trasferito in Kenya ebbe l'opportunità durante la prigionia di scalare, invitato da un ufficiale inglese, il monte Kenya.

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Sora a Como

Alla fine della seconda guerra mondiale rientrò dalla prigionia il 12 maggio 1945 e fu destinato al comando del distretto militare di Como col grado di colonnello.

Il 23 giugno 1949, a seguito di un attacco cardiaco, Gennaro Sora morì a Foresto Sparso, il suo paese natale, che gli dedicò un monumento nella piazza principale.

Note[modifica | modifica sorgente]

Monumento a Sora
  1. ^ La motivazione recitava: Ricevuto l'incarico di occupare con il proprio plotone un'aspra e difficile posizione avversaria, noncurante del pericolo, con coraggio ammirevole, si slanciava alla testa del proprio reparto, giungendo primo alla ridotta nemica scacciandone i difensori [...]. (L. Viazzi. Il capitano Sora op. cit. in bibliografia.
  2. ^ La squadra era formata oltre che dal Sora, al centro della foto, dagli alpini, a partire da sinistra, caporale Giulio Bich, Silvio Pedrotti, Beniamino Pelissier, sergente maggiore Giovanni Gualdi, sergente maggiore Giuseppe Sandrini, Angelo Casari, Giulio Deriad e Giulio Guidoz. (Ex atti Foresto Sparso).
  3. ^ I nomi di questi dispersi erano Pontremoli, Arduino, Ciocca, Lago, Alessandrini e Caratti.
  4. ^ Il gruppo era costituito dai superstiti Mariano, Zappi e Malmgren che avevano lasciato la Tenda Rossa in cerca di soccorso.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Wilbur Cross. Disastro al Polo. La tragica spedizione di Nobile al Polo Nord con il dirigibile 'Italia. Milano, Corbaccio, 2001. ISBN 88-7972-445-2.
  • Umberto Nobile. La tenda rossa. Memorie di neve e di fuoco. Milano, Mondadori, 1969.
  • Luciano Viazzi. Il capitano Sora, l'eroico leggendario alpino. Trento, Monauni, 1969.
  • Marco Viganó, articolo sulla battaglia di Zeret, [1].

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]