Galleria Estense

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Coordinate: 44°38′54.65″N 10°55′17.7″E / 44.648514°N 10.921583°E44.648514; 10.921583

Galleria Estense
Il Palazzo dei Musei ospita la Galleria Estense
Il Palazzo dei Musei ospita la Galleria Estense
Tipo Arte
Indirizzo Via Emilia centro, Modena, Italia
Sito Sito ufficiale

La Galleria Estense, situata a Modena, è un museo che espone la collezione di opere d'arte che era di proprietà dei Duchi d'Este, oltre ad una raccolta di opere acquisite in seguito, nel corso degli ultimi due secoli.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Le collezioni estensi di Ferrara[modifica | modifica sorgente]

Ferrara nel periodo dell'Umanesimo e del Rinascimento fu protagonista di una grande stagione culturale, che si protasse, seppure con esiti meno originali, anche nei secoli successivi.

I duchi Estensi tenevano una delle corti più famose d'Europa, che ospitò gli artisti e i letterati più celebri dell'epoca, come Piero della Francesca, Rogier van der Weyden, Giovanni Bellini, Andrea Mantegna, Tiziano, Cosmè Tura, Dosso Dossi, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso.

Tutti gli Estensi, soprattutto nel periodo in cui furono duchi di Ferrara, ebbero particolari cure per le loro collezioni di opere d'arte, tra cui spiccavano quelle di Lionello, Borso, Ercole I, Alfonso I, Ercole II e dei due cardinali Ippolito I e Ippolito II, proprietario della famosa Villa d'Este a Tivoli. Oltre ai dipinti gli Estensi collezionavano statue, bronzi, bronzetti, ceramiche, cammei, medaglie e monete. Gli Estensi oltre a commissionare opere nuove agli artisti dell'epoca, ricevevano dai loro corrispondenti in altre città segnalazione di oggetti o opere che avrebbero potuto interessare loro e procedevano all'acquisto, ovviamente avendo cura di spendere il meno possibile, evitando anche a volte di comparire in prima persona nelle trattative.

Molto è stato disperso nei secoli: si pensi anche solo alle monete auree antiche e medioevali, che oggi nella Galleria Estense sono trecento, ma che un inventario della metà del XVI secolo fatto per Ercole II indica in diverse migliaia.

Cesare I[modifica | modifica sorgente]

Nel trasferimento del 1598 della capitale a Modena, in sostituzione di Ferrara che si era dovuta cedere al papa Clemente VIII, il duca Cesare I cercò di portare con sé la maggiore quantità possibile delle collezioni estensi e molte casse piene di opere d'arte e oggetti rari o preziosi.

Per le opere rimaste a Ferrara Cesare, che forse non era così amante dell'arte e del collezionismo come i suoi avi, non esitò a donarne una parte per ingraziarsi alcuni potenti come il cardinale Borghese e l'imperatore d'Austria.

Francesco I[modifica | modifica sorgente]

Francesco I succeduto ad Alfonso III, nonostante s'impegnasse per riavere Ferrara, volle ricreare nella sua corte a Modena quell'atmosfera artistica che aveva caratterizzato in precedenza Ferrara. Per questa capitale del ridotto Ducato di Modena e Reggio volle una sede ducale imponente e sontuosa incaricandone del progetto l'architetto romano Luigi Bartolomeo Avanzini, consigliatogli dal Bernini che non aveva potuto accettare l'incarico rivoltogli perché impegnato col papa.

Durante un suo viaggio diplomatico in Spagna Francesco I si fece fare il ritratto, oggi nella Galleria Estense, da Diego Velázquez, altri suoi ritratti sono opera di Rubens, poi finiti a Dresda. Il Bernini eseguì il celebre ritratto marmoreo, oggi prezioso tesoro della Galleria Estense, servendosi di altri ritratti del duca, uno di Giusto Sustermans e l'altro di Boulanger, senza avere davanti né aver mai visto l'effigiato. Per vincere la ritrosia dello scultore che giudica in una lettera al cardinale Rinaldo, fratello del duca, non solo difficilissima, ma addirittura temeraria, fu pagata la somma di mille doppie, giudicata enorme per quei tempi.

Altre opere di valore donate od acquistate dal duca, entrarono a far parte della sua collezione in quel periodo, come quadri di Paolo Veronese, Salvator Rosa, Hans Holbein e il busto di marmo fatto da Bernini alla sua amante Costanza.

Francesco I iniziò poi l'abitudine, seguita in seguito anche dai successori, di appropriarsi di quadri dalle chiese e monasteri del ducato, sostituendoli, al più con copie, a volte anche di nascosto dei sacerdoti che cercavano di resistere. Entrano così nel sontuoso palazzo ducale che si andava via via costruendo quadri del Correggio, di Cima da Conegliano e del Parmigianino.

I successori di Francesco I[modifica | modifica sorgente]

Il figlio Alfonso IV aprì la Galleria al pubblico. La moglie Laura Martinozzi, nipote del cardinale Mazzarino, la quale fu reggente il ducato alla morte del marito (perché il figlio Francesco II aveva solo due anni), nonostante ereditasse cospicuamente dallo zio cardinale, non fece nuovi acquisti per la galleria dedicandosi soprattutto ad opere di bene e alla costruzione di chiese e conventi.

Durante il regno di Francesco II e quello di Rinaldo I la Galleria non si arricchì di opere di grande valore.

Un declassamento della Galleria si ebbe con Francesco III che, per finanziare le sue ambiziose riforme, decise la vendita di una parte della galleria ad Augusto III di Polonia per la grossa cifra di centomila zecchini veneziani. Partirono così nel luglio del 1746 per Dresda oltre cento quadri di grande valore, fra i quali opere di Raffaello, Andrea del Sarto, Diego Velázquez, Holbein, Rubens, Paolo Veronese, Tiziano, Parmigianino, Correggio, Caravaggio, Guercino, Guido Reni, Giorgione, Durer, Ribera, Van Dyke, Pordenone, Perugino, Carracci e tanti altri. Quelle opere confluirono poi nella Gemäldegalerie di Dresda, permettendo quell'elevato livello artistico che oggi vanta.

Francesco III ed Ercole III, che gli successe, per ricostruire la galleria ricorsero al sistema già utilizzato da Francesco I di spogliare chiese di Carpi, Reggio, Modena, usando spesso anche imposizioni crude. Si staccarono ad esempio affreschi di Nicolò dell'Abate dalla Rocca di Scandiano, da cui giunsero anche alcuni quadri.

Napoleone[modifica | modifica sorgente]

Anche Napoleone volle appropriarsi di opere d'arte della Galleria e all'armistizio di Cherasco stabilì infatti che venti quadri degli Estensi passassero a Parigi. La moglie Giuseppina nel febbraio del 1797 non fu da meno: alloggiando a Palazzo ducale volle vedere la collezione di cammei e pietre preziose, ma non si accontentò di guardarle e ne prese circa duecento, oltre a quelli di cui si impossessarono alcuni aiutanti di campo del marito che la accompagnavano.

Dall'esilio di Treviso Ercole III operò alcune vendite di oggetti che aveva portato con sé, ma operò anche alcuni arricchimenti della galleria per cercare di rimediare alle spoliazioni napoleoniche.

Restaurazione[modifica | modifica sorgente]

Con la Restaurazione giunse a Modena il duca Francesco IV d'Asburgo-Este, che provvide a recuperare alcune importanti opere e a dotare la Galleria di altre con il solito metodo di rastrellare le chiese del Ducato.

Anche il figlio Francesco V realizzò qualche acquisto e aprì di nuovo al pubblico la Galleria, che era sistemata nei locali del Palazzo ducale.

Dal 1859 ad oggi[modifica | modifica sorgente]

Nel 1859 il ducato finì la sua storia e Modena e Reggio divennero italiane. Francesco V nella sua fuga portò con sé alcuni quadri di piccole dimensioni e libri di valore compresa la famosa Bibbia di Borso d'Este, che sarà recuperata all'Italia e restituita a Modena dopo la Prima guerra mondiale grazie alla munificenza del senatore Giovanni Treccani che l'acquistò ad un'asta.

Nella transizione inevitabilmente si verificarono alcune perdite e ruberie: lo stesso Luigi Carlo Farini, dittatore per conto del governo sabaudo delle province modenesi, fu accusato da alcuni, non si conosce in base a quali indizi, di essersi appropriato di oggetti di valore custoditi nel palazzo ducale da lui abitato e sede del governo.

Nel 1879 privando la città della fruizione del palazzo e costringendo la Galleria a trasferirsi, il palazzo diventa sede dell'Accademia militare. La galleria venne trasferita nel palazzo settecentesco fatto costruire da Francesco III detto oggi Palazzo dei Musei, dove convive con il Museo lapidario, il Museo civico, l'Archivio civico e la Biblioteca nazionale Estense, ricca di codici antichi, spartiti musicali, di carte geografiche antiche, e di preziosi libri miniati fra i quali la già citata Bibbia di Borso d'Este.

La galleria ha subito diverse sistemazioni, l'ultima delle quali recentissima: dopo essere stata chiusa per alcuni mesi è stata riaperta al pubblico il 3 dicembre 2006. Durante i lavori si è provveduto a dotarla di un nuovo impianto di microclima idoneo alla conservazione delle opere esposte, di una nuova illuminazione, di un nuovo percorso espositivo e apparato didattico di didascalie.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

La galleria si apre con una serie di busti rinascimentali e del '600 di marmo e di bronzo e una vetrina con il Vaso Gonzaga in bronzo fatto per il duca di Mantova dello scultore Pier Jacopo Alari Bonacolsi detto l'Antico e il bronzo alto 27,5 centimetri di Bertoldo di Giovanni, scultore fiorentino, che fu allievo di Donatello e maestro di Michelangelo

In fondo alla sala troneggia il busto di marmo bianco di Francesco I del Bernini, alto circa un metro, opera seicentesca di estremo valore.

Segue fra gli oggetti singolari la celebre "Arpa Estense" che era riprodotta sulle banconote italiane da 1.000 lire dal 1969 al 1981. È collocata in un box con un paliotto d'altare del Seicento di pietre dure e con i quadri di fiori del '600 di Jean de la Roque su pergamena. Si tratta di uno strumento musicale alto 130 cm, rarissimo per l'epoca in cui fu costruito (1558) e per le decorazioni che lo ricoprono interamente. È opera di Jean Le Pot, strumentista francese di Amiens, decorato poi da Sebastiano Filippi detto il Bastianino, aiutato anche dal padre Camillo[senza fonte].

Tra gli artisti più noti presenti in galleria:

Le opere di pittura sono accostate a sculture dell'epoca. La galleria ospita anche una Madonna col Bambino e un telamone del grande scultore Wiligelmo e un presepe di corallo del '700.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • G. Bonsanti, Galleria Estense, Modena, 1977 (opera non in commercio edita dalla banca popolare dell'Emilia e Romagna con direzione generale a Modena, stampata dal poligrafico ARBE di Modena)
  • L. Chiappini, Gli Estensi, ed. Dall'Olio, 1967, Collana "Le grandi famiglie d'Europa - Gli Estensi
  • G. Panini, La famiglia estense da Ferrara a Modena, Edizioni Armo, 1996, stampato da Arbe Modena
  • L. Amorth, Modena capitale, Martello Editore, Milano, 1973
  • Le Muse e il Principe. Arte di corte del Rinascimento Padano, Franco Cosimo Panini Editore, Modena, 1991

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