Fuga di cervelli

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Fuga dei cervelli

L'espressione "fuga dei cervelli" (in inglese brain drain) indica l'emigrazione verso paesi stranieri di persone di talento o alta specializzazione professionale. Tale termine, riferito al cosiddetto "capitale umano", rievoca quello della "fuga dei capitali", ovvero il disinvestimento economico da ambienti non favorevoli all'impresa. Il fenomeno è preoccupante perché rischia di rallentare il progresso tecnologico ed economico dei Paesi dai quali avviene la fuga, fino ad arrivare allo stesso ricambio della classe docente.

Il fatto che giovani neolaureati e neodottorati vadano a lavorare in università e centri di ricerca esteri non è in sé negativo. La ricerca è fortemente globalizzata e i grandi centri di ricerca attirano persone brillanti provenienti da tutto il mondo. La mobilità degli studiosi è un fenomeno comune fin dagli albori delle università e di per sé un fattore di arricchimento culturale e professionale, perché la ricerca non conosce frontiere. Il problema nasce quando il saldo tra gli studiosi che lasciano un paese e quelli che vi ritornano o vi si trasferiscono è negativo.

La fuga dei cervelli avviene tipicamente dal resto del mondo verso gli Stati Uniti e l'Europa, dall'Europa verso gli Stati Uniti, e all'interno dell'Europa dai Paesi del Sud e dell'Est.

[modifica] Il fenomeno in Italia

Le cause in Italia sono che la ricerca è sottofinanziata e mal gestita. Tutto ciò si traduce in scarsa meritocrazia e, in definitiva, nella scarsa capacità di trattenere e attrarre intelligenze. Se, dunque, alcuni dei ricercatori italiani che decidono di recarsi all'estero lo fanno per sfuggire a mali propri dell'università italiana - quali baronie, nepotismi e clientelismi, che rendono le procedure di reclutamento e di carriera poco trasparenti - la maggior parte di essi fugge dalle scarse opportunità economiche offerte dal proprio paese. I due aspetti sono correlati poiché il clientelismo si manifesta comunemente attraverso la limitazione dell'accesso (per esempio, con raccomandazioni e il pre-assegnamento dei posti, malgrado il concorso pubblico) e l'assegnazione delle poche risorse disponibili a coloro che sono riusciti a vincere i concorsi. In aggiunta, a complicare ancor di più la situazione, il fatto di essere riusciti a farsi assegnare il concorso non sempre implica l'assegnazione del posto o dei finanziamenti necessari alla ricerca o all'insegnamento.

La borsa di studio per un dottorato di ricerca in Italia è da sempre assai inferiore rispetto ad altri paesi avanzati, e i giovani ricercatori migliori trovano facilmente lavoro presso università e centri di ricerca stranieri, con livelli di retribuzione adeguati, migliori tutele e soprattutto, interessanti prospettive di ricerca e inserimento professionale.

La fuga dei cervelli dall'Italia non è un fenomeno che si manifesta unicamente nel mondo della ricerca. Molti giovani neolaureati interessati ad utilizzare e sviluppare le proprie capacità lasciano l'Italia poiché lì non riescono a trovare posizioni adatte alle loro capacità, ben remunerate e soprattutto con migliori prospettive di fare carriera.

Le ragioni di tale fenomeno emergono chiaramente dalla voce stessa dei ricercatori, raccolte in due libri, Cervelli in Fuga (Avverbi Editore, 2001), e Cervelli in Gabbia (Avverbi Editore, 2005) a cura dell'Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani.

I dati disponibili non consentono di stimare con precisione quanto sia la perdita annua, ma è verosimile ritenere che nei quattro anni, dal 1996 al 1999, hanno lasciato il paese 12 mila laureati, in media 3 mila all’anno. Nel 2000, il tasso di espatrio dei laureati si attestava al 7%. [1]

[modifica] Collegamenti esterni

[modifica] Note

  1. ^ http://www4.soc.unitn.it:8080/dsrs/content/e242/e245/e2209/quad35.pdf/ Realtà e retorica del brain drain in Italia. Stime statistiche, definizioni pubbliche e interventi politici. Elaborazione su dati OECD (pag. 20).
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