Francesco Piccinino

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Epitaffio latino dei Piccinino nel Duomo di Milano.

Francesco Piccinino (Perugia, 1407 circa – 16 ottobre 1449) è stato un condottiero italiano.

[1]Signore di Borgonovo Val Tidone, Compiano, Castell'Arquato, Fiorenzuola d'Arda, Borgo Val di Taro, Varzi, Candia Lomellina, e Frugarolo. Figlio adottivo di Niccolò Piccinino e fratello di Jacopo Piccinino.

Vita[modifica | modifica wikitesto]

Alla morte di suo zio Niccolò Piccinino aveva già dato prova di valore come condottiero, militando al soldo della chiesa ed a quello del duca di Milano. Nel 1425 in val Lamone era stato prigioniero dello Sforza, nel 1429 fu al servizio di Papa Martino V. Nel 1431 scampò a un agguato orditogli non si sa se da Papa Eugenio IV o dai fiorentini. Ritornato in favore del pontefice, 1432, fu assoldato da esso e riconfermato alle armi. Nel 1436 era alla difesa del re di Aragona in Napoli. Nel 1438 prendeva parte all'assedio di Cerreto Umbra. Nelle prime scaramucce contro lo Sforza ebbe il sopravvento, ma quando le cose volsero al peggio il Piccinino preferì allontanarsi mettendosi all'assedio di Assisi e quindi alla Pergola, il 30 maggio 1438.

Due anni dopo si trovava all'assedio di Anghiari, dove suo padre subì un notevole rovescio. Il 19 agosto 1444 fu di nuovo battuto dagli sforzeschi a Montolmo e fatto prigioniero, mentre suo fratello Jacopo si salvava con la fuga.

Per due anni non ebbe modo di mettersi in luce in fatti d'arme di rilievo. Nel 1446 si trovò di fronte Micheletto Attendolo nel Cremonese: qui Scaramuccia da Forlì, inviato dalla repubblica di Venezia, intervenne liberando Cremona dall'accerchiamento del Piccinino e di Luigi dal Verme, al soldo di Filippo Maria Visconti. Il 28 settembre dello stesso anno il Piccinino subì una prima sconfitta a Casalmaggiore e un'altra più grave a Monte Brianza nel 1447.

Non disanimato, passò di nuovo al servizio di Milano, con il fratello Jacopo, quando lo Sforza con le sue arti si dimostrava né amico né fedele al ducato, divenuto nel contempo repubblica. Questo è il periodo meno brillante della vita del personaggio, lo Sforza, determinato a togliere a Milano il sussidio delle armi dei Piccinino mentre nel ducato continuavano le scorrerie e i frequenti assedi e le numerose rapine. Francesco era sempre disposto a tener fronte a colui che considerava come il maggiore nemico di suo padre e suo personale, ma lo colse il medesimo male che aveva ucciso Niccolò, idropisia, e che lo condusse alla morte il 16 ottobre 1449. Sei anni prima aveva sposato Camilla da Montone, figlia di Fortebraccio.

Valutazione sui Piccinino[modifica | modifica wikitesto]

"La famiglia dei Piccinino, né migliori né peggiori degli altri avventurieri del loro tempo, capaci personalmente di ogni trasporto di ira e di ogni delitto, furono i soli condottieri di gran fama che non accumularono ricchezze, né castelli e terre e non si infeudarono in signorie caduche o stabili. Essi quindi possono essere considerati come i più tipici venturieri del loro e degli altri secoli, intenti a combattere per chi li cercava, più per amore della guerra, più per bisogno di sfogare la loro natura esuberante e sanguinaria che per desiderio di agiatezze e di tesori".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Francesco Piccinino nell’Enciclopedia Treccani

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Block, Wolfang (1913), Die Condottieri, Anghieri-Berlino.
  • Fabretti, Ariodante (1842-1844), Biografia dei capitani venturieri dell'Umbria, scritte ed illustrate con documenti, Montepulciano, Angiolo Fumi, 3 v.
  • Spirito, L. (1849), L'altro Marte, Vicenza.

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