François de Barthélemy
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François de Barthélemy (Aubagne, 20 ottobre 1747 – Parigi, 3 aprile 1830) è stato un diplomatico francese. Anche noto come marchese de Barthélemy, fu membro del Direttorio nel corso della Grande Rivoluzione.
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[modifica] Esordi
Nato nella cittadina provenzale di Aubagne, godette della protezione di uno zio, l'abate Jean-Jacques Barthélemy, notevole figura di letterato ed archeologo ante-litteram, dal 1753 direttore della 'collezione reale di monete e medaglie'. Dettaglio particolarmente importante era la amicizia che lo legava al duca di Choiseul, già 'luogotenente generale' del Regno di Francia, ambasciatore a Roma e a Vienna, ove ebbe un ruolo rilevante nel capovolgimento di alleanze che legò Asburgo e Borbone, sino alla rivoluzione, poi ministro degli esteri di Luigi XV durante la guerra dei sette anni.
Tale relazione consentì al giovane François di accedere alla carriera diplomatica. Cominciò il servizio come segretario di legazione in Svezia ed in Gran Bretagna.
[modifica] Protagonista della prima e della seconda pace di Basilea
Scoppiata la rivoluzione, fu lui, nel 1791, a notificare alla corte di Giorgio III l'accettazione della Costituzione francese del 1791 da parte di Luigi XVI.
Nello stesso anno venne nominato ambasciatore di Francia in Svizzera. Con tale carica ebbe un parte di rilevo nella politica di pacificazione (interna ed esterna) condotta dalla convenzione termidoriana, nei mesi seguenti la caduta del Robespierre, il 9 termidoro (27 luglio 1794). Sua fu la responsabilità delle trattative che portarono, il 5 aprile 1795 alla prima pace di Basilea con la Prussia di Federico Guglielmo II e, il 22 luglio 1795, alla seconda pace di Basilea, con la Spagna di Carlo IV e del Godoy[1].
Ad essa va aggiunta un analogo trattato con l'elettore di Hesse ed un abortito tentativo di pacificazione anche con la grande Inghilterra.
[modifica] Membro del Direttorio
[modifica] La ripresa realista in Francia
Nel frattempo in Francia, i realisti, sempre molto popolari e rappresentati alla Convenzione, poterono riorganizzasi, dando vita ad organizzazioni di punta, quali il Club di Clichy ed una vasta rete di corrispondenti nelle province. Essi diedero, anzi, un decisivo contributo alla repressione delle due grandi insurrezioni del 12 germinale e 1 pratile (1 aprile e 20 maggio 1795), seguite dalla generale repressione dei montagnardi, impropriamente ricordata come il Terrore bianco.
Inizialmente il sovrano in esilio Luigi XVIII pensò di tentare una prova di forza, iniziata con la 'Dichiarazione di Verona', del 21 giugno 1795, che rigettava tutti i cambiamenti intercorsi in Francia a partire dal 1789. Seguirono due grandi fallimenti monarchici: la seconda guerra di Vandea (circa 24 giugno – 21 luglio 1795) e la fallimentare insurrezione del 13 vendemmiaio (5 ottobre 1795).
[modifica] La maggioranza realista ai Consigli
Al 13 vendemmiaio era seguito un breve avvicinamento dei repubblicani moderati (detti 'termidoriani') ai giacobini che ebbe, tuttavia, vita breve, concludendosi con la grande paura scatenata dall'ultimo tentativo giacobino, quello del Gracco Babeuf e la sua famosa 'congiura degli Eguali'[2]. Essa fece si che la situazione tornasse a rovesciarsi, a favore dei di un rinnovato appeasement con i monarchici[3].
Pare certo che, a questo punto, lo stesso Luigi XVIII, ormai privo di una prospettiva militare, si fosse persuaso della opportunità di seguire la via 'costituzionale' alla restaurazione. Acconsentì, quindi, a che il Club di Clichy si dedicasse alle elezioni dell'aprile-maggio 1797, per un terzo della camera. Una strategia che poteva contare sul vasto consenso popolare alla causa monarchica e che si tradusse nella conquista della maggioranza al Consiglio degli Anziani e dei Cinquecento.
[modifica] Il rimpasto del Direttorio
Seguirono lunghi mesi nei quali la maggioranza parlamentare poté imporre una decisa 'svolta a destra', segnata dall'abolizione delle leggi contro gli "émigrés" ed i "preti refrattari". Al perfezionamento del disegno di restaurazione costituzionale mancavano ancora due elementi: il Direttorio e l'esercito. Al primo si pose parziale rimedio il 20 maggio 1797, con l'ingesso del de Barthélemy al posto del Le Tourneur. Mentre, contemporaneamente, veniva acquisito il consenso del Carnot (grande generale ex-giacobino e 'regicida') e proseguivano gli abboccamenti con il Barras[4].
[modifica] L'opposizione dell'esercito
Assai più difficile appariva la conquista del consenso dell'esercito. Ciò nonostante il prestigio di alcuni fra i maggiori esponenti "realisti", quali Pichegru e Willot, i quali vennero successivamente accusati di aver diffuso fogli di propaganda realista fra i reparti. Tali tentativi vennero, tuttavia, condannati al fallimento dagli inattesi ed incredibili successi del giovane generale Buonaparte, prossimo a concludere la brillantissima Campagna d'Italia (il 17 ottobre 1797, con il Trattato di Campoformio). Più vicino a Parigi stava l'armata di Sambre e Mosella, comandata dal, decisamente repubblicano, Hoche.
L'equilibrio fra i due partiti, repubblicano e realista, restava, quindi, precario. Esso venne deciso, probabilmente, dalla posizione personale di Barras e Napoleone: entrambe avevano da farsi perdonare la repressione del 13 vendemmiaio e, comunque, ben poco avrebbero avuto da guadagnare, rispetto a quanto già non avessero, da una svolta realista a Parigi.
[modifica] Il Colpo di Stato del 18 fruttidoro
[modifica] L'affaire d'Antraigues
Napoleone intercettò l'esule realista conte d'Antraigues, in possesso di carte relative alle supposte mene di un discutibile agente segreto, il conte di Montgaillard, relative ad un progettato colpo di mano realista a Parigi. Che i documenti fossero o non fossero veri, la loro "scoperta" offrì ai direttori repubblicani la migliore delle occasioni per accusare di tradimento i deputati realisti e fermarne la ascesa politica. Accadde così che Buonaparte inviasse a Parigi il generale Augereau, il quale, all'alba del 18 fruttidoro (4 settembre 1797), fece occupare dalla truppa il centro di Parigi, facendo seguire una feroce repressione politica.
[modifica] Arresto e deportazione
Dei due direttori "realisti" destituiti, Carnot fuggì (prima in Svizzera, poi a Norimberga), mentre de Barthélemy venne rinchiuso nella prigione del Tempio e colpito dal decreto di deportazione del 19 fruttidoro (5 settembre): giunse, quindi, in Guyana, insieme ad altri notevoli deputati quali Willot, Pichegru, Marbois (sessantuno in totale, fra deputati, giornalisti e preti). Rispetto al 13 vendemmiaio, insomma, mancarono gli scontri di strada ma la repressione politica fu decisamente più feroce. Pochi mesi prima, il 30 aprile, lo zio, l'abate Jean-Jacques, suo antico protettore, era morto a Parigi, ancora membro dell'Académie française, ma, pare, in stato di grande povertà.
[modifica] Il breve esilio
Una volta in Guyana François, venne trasferito nella cittadina costiera di Sinnamary. Da lì, nel giugno 1798, circa cinque mesi più tardi, riuscì a fuggire, insieme ad altri cinque, fra i quali Willot e Pichegru, raggiungendo prima la Guyana Olandese, eppoi l'Inghilterra.
[modifica] Senatore del Primo Impero
Rientrò in Francia dopo il colpo di stato del 18 brumaio (9 novembre 1799), che diede inizio alla dittatura militare del Buonaparte. Qui diede un contributo alla instaurazione del Consolato e venne variamente ricompensato: il 24 gennaio 1800 con un seggio nel (piuttosto superfluo) Senato dell'Impero; il 9 ottobre 1803, con il titolo di cavaliere della Legion d'Onore; il 26 aprile 1808 con il titolo di conte dell'impero, nel 1814 con la carica di presidente del Senato.
Con tale carica de Barthélemy presiedette la seduta nel corso della quale venne proclamata la decadenza dell'Imperatore e venne incaricato di portare le felicitazioni del Senato allo zar Alessandro I per la sua (non inventata) "magnanimità".
[modifica] La Restaurazione
Al principio della restaurazione, non ebbe difficoltà a riallinearsi al restaurato Luigi XVIII che lo nominò membro della commissione reale incaricata della redazione della importante Carta "costituzionale", proclamata a Parigi il 4 giugno 1814. Ne venne ricompensato con il titolo di pari di Francia, quello stesso 4 giugno, nonché con il titolo di grande ufficiale della Legion d'Onore, il 4 gennaio 1815.
Nel corso dei cento giorni non aderì al rinnovato tentativo napoleonico, guadagnandone la riconoscenza dal due volte restaurato Luigi XVIII. Questi lo nominò ministro di stato,il 5 ottobre 1815, e marchese, il 2 maggio 1818.
Negli ultimi anni della sua vita politica de Barthélemy prese raramente la parola alla Camera dei Pari (di nomina reale), della quale era membro. Si ricorda, in particolare, il voto a favore della condanna a morte del maresciallo Ney, che veniva giudicato dalla Camera dei Pari, nel 1815. E, soprattutto, il suo intervento del febbraio 1819, allora passato tutt'altro che inosservato, per la restrizione dei diritti elettorali (rispetto ai limiti, già assai ristretti), allora in vigore: un tentativo coronato dalla modifica, il 2 marzo 1819, alla organizzazione dei collegi elettorali. Ma non di grande effetto, tanto che i liberali registrarono un notevole successo alle elezioni parlamentari parziali del 1819, segnate dall'ingresso alla Camera dei deputati dell'abate Grégoire, noto liberale, già noto come pretre citoyen, uno dei padri della infame 'Costituzione civile del clero'[5]
Morì appena tre mesi prima la Rivoluzione di Luglio, che segnò la definitiva caduta della monarchia dei Borbone.
Il nome ed il titolo di marchese passarono, dopo la morte, al nipote, Sauvaire-Barthélemy, ricordato come membro della Assemblea Costituente del 1848.
[modifica] Bibliografia
- Dizionario dei Parlamantari, TIV, [1]
- Marquis de Barthélemy, Papiers, published by Jean Kaulek, 4 vols. (Paris, 1886-1888)
- Ludovic Sciout, Le Directoire (Paris, 1895)
- Albert Sorel, L'Europe et la Révolution française, iv. (Paris, 1892)
[modifica] Note
- ^ Mentre non ebbe alcun ruolo nella parallela Pace dell'Aia, firmata il 16 maggio 1795 dalla Francia della convenzione termidoriana e la neonata Repubblica Batava.
- ^ Babeuf venne decretato di arresto il 5 dicembre 1795, arrestato il 10 maggio 1796 e ghigliottinato il 27 maggio.
- ^ Tale evoluzione non fu del tutto estranea alla liberazione, il 26 dicembre 1795, di Madame Royale, ultima figlia di Luigi XVI, ancora prigioniera a Parigi che portò, il successivo 31 dicembre, all'armistizio con l'Austria di Francesco II d'Asburgo.
- ^ mentre irrecuperabili erano i restanti due membri del Direttorio (composto da cinque membri): i repubblicani Reubell e La Reveillière-Lépeaux
- ^ Un fatto che allarmò moltissimo le potenze della Quadruplice Alleanza: il cancelliere austriaco Metternich si spinse sino a suggerire che tali eventi potessero comportare l'applicazione del protocollo segreto del Congresso di Aquisgrana. Luigi XVIII ne fu talmente terrorizzato, da indurre Dessolles alle dimissioni, sostituendolo, il 18 novembre 1819, con il moderato Decazes.

