Fonologia della lingua greca antica

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La fonologia della lingua greca antica studia il sistema fonologico del greco antico. Il sistema che ricostruiscono i linguisti è quello che più o meno è accreditato come plausibile per l'attico classico.

Fonemi[modifica | modifica wikitesto]

Il sistema consonantico[modifica | modifica wikitesto]

Bilabiali Alveolari Velari Glottidali
Nasali m n (ŋ)
Occlusive sonore b d ɡ
sorde p t k
aspirate
Fricative s (z) h
Vibranti r
Laterali l

/ŋ/ è allofono di /n/ davanti a consonanti velari e probabilmente anche di /ɡ/ davanti a consonanti nasali.

/r/ era probabilmente pronunciato sordo (/r̥/) ad inizio di parola, posizione in cui rho era scritto con spirito aspro (ῥ).

/z/ è allofono di /s/ davanti a consonanti sonore.

Occlusive[modifica | modifica wikitesto]

Nome tradizionale Descrizione fonetica Bilabiale Alveolare Velare
Ψιλά psilá (tenui) sorde /p/ ⟨π⟩ /t/ ⟨τ⟩ /k/ ⟨κ⟩
Μέσα mésa (medie) sonore /b/ ⟨β⟩ /d/ ⟨δ⟩ /ɡ/ ⟨γ⟩
Δασέα daséa (aspirate) sorde aspirate /pʰ/ ⟨φ⟩ /tʰ/ ⟨θ⟩ /kʰ/ ⟨χ⟩

Classificazione dei grammatici greci[modifica | modifica wikitesto]

Il greco antico conosce diciassette consonanti, di cui quattordici semplici e tre doppie. Le consonanti semplici si dividono in mute e continue: le consonanti mute sono quelle che si emettono con un'unica esplosione della voce e possono essere sorde (senza vibrazione delle corde vocali), sonore (con vibrazione delle corde vocali) e aspirate (senza vibrazione delle corde vocali ma con un leggero soffio); le consonanti continue non si pronunciano con l'esplosione della voce, sono tutte sonore tranne sigma, perciò, non esistendo opposizione sorda/sonora, questo criterio di classificazione risulta inefficace, mentre è più calzante suddividerle in nasali, liquide e spiranti. Le consonanti mute, continue e doppie si suddividono anche in base all'organo con cui vengono pronunciate: chiudendo le labbra (labiali), appoggiando il dorso della lingua sul palato (gutturali) e appoggiando la punta la lingua contro i denti (dentali).

Le consonanti mute sono nove: tre sorde, tre sonore e tre aspirate. Le consonanti mute sorde sono π, κ, τ; le mute sonore sono β, γ, δ; le consonanti mute aspirate sono φ, χ, θ. Consonanti mute labiali sono π, β, φ; consonanti mute gutturali sono κ, γ, χ; consonanti mute dentali sono τ, δ, θ.

Le consonanti continue in greco classico sono cinque, λ ρ (liquide dentali), μ (nasale labiale), ν (nasale dentale), σ (spirante dentale). Ad esse possiamo aggiungere anche digamma e jod (approssimanti, rispettivamente labiovelare e palatale), data la loro importanza per spiegare molti fenomeni fonetici.

Le consonanti doppie sono: ψ (labiale: π, β, φ + σ), ξ (gutturale: κ, γ, χ + σ), ζ (dentale: σ + δ, δ + ϳ, γ + ϳ).

Assimilazione consonantica[modifica | modifica wikitesto]

Quando nella stessa parola si incontrano due consonanti diverse, abbiamo la cosiddetta assimilazione totale regressiva quando la prima consonante si rende uguale alla seconda, oppure l'assimilazione parziale regressiva se la prima consonante si trasforma in una consonante simile alla seconda.

  • es. ἐν-λείπω > ἐλλείπω (assimilazione totale regressiva)
  • es. *λεγτός > λεκτός (assimilazione parziale regressiva)

Se la seconda consonante si assimila alla prima abbiamo l'assimilazione progressiva:

  • es. *ἄλϳος > ἄλλος (cfr. latino alius)

Fenomeni consonantici al confine di parola[modifica | modifica wikitesto]

Nessuna parola greca può terminare con una consonante che non sia ν, ρ, ς, ψ e ξ; ogni altra consonante che si trova in fine di parola viene eliminata.

Gli spiriti[modifica | modifica wikitesto]

Gli spiriti fanno parte dei segni diacritici e sono posti sempre sulle vocali iniziali di parola. Gli spiriti possono essere di due tipi: dolce e aspro.

Spirito aspro: indica un'aspirazione. La parola va quindi letta come se fosse preceduta da un'h aspirata. Ad esempio, la parola ἵππος (cavallo) andrà pronunciata "hìppos".

Spirito dolce: indica, pleonasticamente, mancanza di aspirazione; in pratica, la vocale va letta così com'è. Ad esempio, ἐγώ (io) si leggerà "egò".

Alcune osservazioni:

- la vocale υ (hypsilon), quando in inizio di parola, ha sempre lo spirito aspro;

- la consonate ρ (rho), quando in inizio di parola, porta sempre lo spirito aspro pur essendo consonante, forse dovuto anche al fatto che fosse pronunciata sorda oppure come la r francese e quindi con una sorta di ispirazione (teniamo presente che nelle parole latine derivate dal greco la r viene appunto trascritta con rh).

Il sistema vocalico[modifica | modifica wikitesto]

Anteriori Posteriori
  Non arrotondate Arrotondate
Chiuse i y
Semichiuse e o
Semiaperte ɛː ɔː
Aperte a

/oː/ si è chiuso in /uː/ probabilmente nel IV secolo a.C.

Le vocali del greco si classificano in aspre o forti, α ε ο η ω, e dolci o deboli, ι υ. Le vocali ε ο sono sempre brevi, le vocali η ω sono sempre lunghe, le vocali α ι υ sono dette ancípiti, possono cioè essere sia brevi sia lunghe. Questa classificazione tradizionale è essenziale per rendere trasparente la descrizione dei fenomeni fonetici che interessano il sistema vocalico greco.

Dittonghi[modifica | modifica wikitesto]

I dittonghi fonetici, in greco, come in ogni altra lingua che li abbia, nascono genericamente dall'incontro di una vocale aperta o semi-aperta lunga o breve (α ε ο η ω), con una vocale chiusa breve (ι υ). In greco, dal punto di vista strettamente fonetico, esistevano due tipi di dittonghi, i dittonghi brevi (formati con ι υ precedute da , ε o ο), detti anche dittonghi propri, e i dittonghi lunghi (formati con ι υ precedute da , η o ω), detti anche dittonghi impropri. La distinzione fra dittonghi brevi e lunghi è puramente convenzionale, dal momento che una sillaba che contiene un dittongo lungo o breve è, dal punto di vista della quantità, considerata comunque una sillaba lunga; inoltre, i dittonghi "lunghi" tendevano ad abbreviarsi nella forma "breve", probabilmente perché una durata di tre tempi (ᾱυ = ᾰ + ᾰ + υ) veniva fatta ricondurre alla quantità lunga ordinaria di due tempi (ᾱ = ᾰ + ᾰ, ᾰυ = ᾰ + υ). Teoricamente, i dittonghi del greco sarebbero i seguenti:

  • dittonghi brevi: ᾰι ει οι ᾰυ ευ ου inoltre υι;
  • dittonghi lunghi: ᾱι ηι ωι ᾱυ (raro in attico) ηυ (raro in attico) ωυ (inesistente in attico).

Nei dittonghi lunghi con iota (ι), tuttavia, in epoca postclassica, intorno al II sec. a.C., la vocale chiusa si era affievolita fino a sparire dalla pronuncia. Nella scrittura maiuscola propria dei codici papiracei d'età antica, lo iota veniva scritto vicino alla vocale lunga, anche quando non era più pronunciato (iota ascritto). Durante l'epoca bizantina, lo iota venne scritto sotto le vocali lunghe minuscole (iota sottoscritto), e rimase ascritto solo accanto alle vocali maiuscole iniziali di parola. Così i dittonghi ᾱι ηι ωι vennero scritti semplicemente ᾳ ῃ ῳ e in maiuscolo Αι Ηι Ωι[1].

Relativamente alla posizione grafica e fonetica dell'accento sui dittonghi propri del greco, vedi sopra, il paragrafo relativo alle leggi di limitazione dell'accento greco.

Quando l'incontro di una vocale aperta e di una chiusa non forma dittongo, ma provoca iato, sulla vocale dolce si scrive la dieresi; l'accento acuto si scrive fra i due puntini della dieresi, mentre l'accento circonflesso la sovrasta. Alcuni preferiscono non segnare la dieresi, lasciando che la posizione dell'accento grafico denunci l'assenza del dittongo.

I falsi dittonghi[modifica | modifica wikitesto]

I dittonghi greci si leggono come sono scritti, ma esiste tuttavia un'eccezione: i cosiddetti "falsi dittonghi". Convenzionalmente, il dittongo ου è letto come un'u lunga, /u:/; in realtà è noto che nel V e nel IV secolo a. C. il dittongo ου era pronunciato come un'o lunga chiusa, /o:/, mentre il dittongo ει poteva trascrivere un'e lunga chiusa, /e:/, derivante da contrazione (*ἐφίλεε > ἐφίλει)[2], il cui suono era in opposizione fonemica rispetto alla η, una e lunga aperta /ε:/, oppure il vero dittongo ει (per es., dativo di πόλις: πόλε-ι > πόλει).

Contrazione fra vocali[modifica | modifica wikitesto]

Nel greco classico, improntato soprattutto sul dialetto attico, è diffuso il fenomeno della contrazione fra vocali. Esso nasce da ragioni di eufonia, dato che si verifica come rimedio allo iato, tutte le volte che si incontrano due vocali identiche, o anche due vocali di timbro diverso che non formino dittongo, o perfino quando si ha urto di suoni fra vocale e dittongo. Il risultato della contrazione è sempre una vocale lunga o un dittongo.

La contrazione segue alcune regole ben definite:

  • due vocali uguali o simili si contraggono nella lunga corrispondente: αα dànno lungo,ιι dànno lungo, υυ dànno lungo etc;
  • si sottraggono alla regola precedente solo il gruppo εε che si contrae in ει, e il gruppo οο che si contrae in ου (ma vedi sopra la pronuncia dei dittonghi ει e ου);
  • le vocali ε ed ο, se precedono dittonghi che cominciano anch'essi per ε ο, sono assorbite dai dittonghi; unica eccezione, il gruppo vocalico οει, che può contrarre sia in οι sia in ου;
  • fra i suoni di timbro A ed E, prevale quello che precede: se precede A, la contrazione sarà lungo; se precede E, sarà η;
  • quando una vocale α η ω si contrae con un dittongo in iota (αι ει οι), il risultato è quasi sempre un dittongo improprio, cioè una lunga con iota sottoscritta (per i dittonghi impropri e lo iota sottoscritto, vedi sopra, nella sezione dedicata ai dittonghi e alla loro pronuncia). Uniche eccezioni: εαι può contrarsi sia in sia in ει; contratto con oοι.
Contrazioni parzialmente atipiche[modifica | modifica wikitesto]

Le regole fonetiche generali della contrazione possono essere in parte eluse nella flessione di nomi e verbi contratti, al fine di conservare la trasparenza della declinazione e della coniugazione. Ciò è dovuto all'azione dell'analogia linguistica, che tende a regolarizzare forme altrimenti anomale.

Eccezioni della contrazione:

  • La contrazione è spesso interdetta fra vocali di timbro diverso fra cui era presente un digamma, poi scomparso;
  • L'aggettivo verbale in -τέος, indicante opportunità ed equivalente al gerundivo latino, è refrattario alla contrazione.
Accento nella contrazione[modifica | modifica wikitesto]

L'accento nella contrazione dà luogo ai seguenti sviluppi:

  • se la prima vocale è accentata, la lunga risultante dalla contrazione avrà l'accento circonflesso;
  • se la seconda vocale è accentata, la lunga risultante dalla contrazione avrà l'accento acuto.

La crasi[modifica | modifica wikitesto]

Si definisce crasi la contrazione fra una vocale o un dittongo finale di parola e una vocale o un dittongo iniziale di parola. Se le vocali o la coppia vocale-dittongo sono separati dalle consonanti ϝ e σ, si verifica la caduta del digamma e sigma intervocalico, e una conseguente contrazione. In genere i fenomeni di crasi interessano:

  • l'articolo determinativo, che davanti ad α η ου αυ perde le sue vocali; contratto invece con il pronome ἕτερος dà luogo a crasi atipiche: ὁ ἕτερος diviene ἅτερος, τοῦ ετέρου diviene θἀτέρου, e così via;
  • I nominativi e accusativi singolari e plurali del neutro del pronome relativo ὅ, ἅ "la qual cosa, le quali cose", che si comportano come l'articolo;
  • il pronome personale ἐγώ "io", in espressioni come ἐγᾦδα "io so", da ἐγὼ οἶδα.
  • la congiunzione copulativa καί, "e";
  • la preposizione πρό;

Il segno grafico della crasi, nella scrittura in minuscola è la coronide, che è graficamente in tutto e per tutto uguale allo spirito dolce, con la differenza che quest'ultimo compare sempre nella vocale iniziale di parola non preceduta da aspirazione.

Circa alcuni fenomeni fonetici notevoli concomitanti con la crasi, va osservato che:

  • l'accento della prima parola coinvolta nella crasi va perduto e la nuova unità prosodica risultante dalla fusione delle due parole va soggetta alle leggi di limitazione dell'accento;
  • la iota si sottoscrive solo se è nella seconda parola, non si sottoscrive mai nella prima;
  • lo spirito aspro dell'articolo e del relativo si conserva, e non si segna la coronide
  • le consonanti mute π τ κ, quando si verifica crasi con una parola che ha lo spirito aspro, si aspirano in φ, θ, χ.

L'elisione[modifica | modifica wikitesto]

L'elisione è il fenomeno per cui una parola terminante per vocale perde la vocale finale davanti a una parola che comincia per vocale, senza che si verifichi crasi. L'elisione, in greco è segnalata dall'apostrofo, ed è governata da dinamiche in tutto simili a quelle dell'elisione italiana.

Due fenomeni sono tuttavia peculiari del greco:

  • Le consonanti mute si trasformano in consonanti aspirate davanti a parole che hanno lo spirito aspro: es. κατὰ ἑαυτόν, che diviene καθ'ἑαυτόν;
  • nelle preposizioni e nelle particelle ossitone in genere l'accento va perduto; le altre parole ossitone ritraggono l'accento.

La metatesi quantitativa e la sinizesi o sineresi[modifica | modifica wikitesto]

Due fenomeni fonetici che nel vocalismo del greco classico si verificano con dinamiche peculiari, sono la metatesi quantitativa e la sineresi, che spesso sono concomitanti.

La metatesi quantitativa[modifica | modifica wikitesto]

La metatesi quantitativa è un fenomeno che si verifica quando, all'interno di una parola, una vocale lunga è seguita da una vocale breve.

Si considerino ad esempio le voci ioniche arcaiche ληός "popolo, esercito", e πολῆος "di città" (gen. di πόλις), che in attico hanno come corrispondenti λεώς e πόλεως. Come si può notare, il dialetto attico trasforma il gruppo vocalico ηο in εω, per cui le vocali interessate si scambiano reciprocamente il timbro (il grado di apertura) e la durata (brevità e lunghezza): si dice allora che le vocali in questione vanno incontro a un fenomeno di metatesi (cambio di posizione), che interessa però solo le quantità vocaliche, ed è perciò detto metatesi quantitativa.

La sinizesi o sineresi[modifica | modifica wikitesto]

Spesso i gruppi vocalici interessati da metatesi quantitativa vanno incontro a sinizesi o sineresi. Si consideri ancora una volta la parola πόλεως. L'accento in essa appare ritratto sulla prima sillaba, poiché il gruppo εω è considerato alla stregua di un dittongo, pur non essendo composto da una vocale forte e una dolce. Il fenomeno per cui due vocali che non formano dittongo vengono considerate come facenti parte di una stessa sillaba, si chiama appunto sineresi, e in greco si verifica spesso negli stessi contesti articolatori dei fenomeni di metatesi quantitativa sopra descritti.

Prosodia e accento[modifica | modifica wikitesto]

La prosodia del greco richiede una trattazione a sé, data la sua importanza nella struttura della lingua greca. Qui di seguito i suoi aspetti salienti.

Natura, articolazione e leggi dell'accento greco[modifica | modifica wikitesto]

L'accento del greco antico è assai diverso da quello del greco moderno e delle lingue indoeuropee occidentali moderne. Esso è un accento di natura musicale, a tre toni, libero nei limiti delle ultime tre sillabe. Tale accento ha valore distintivo: esistono cioè coppie minime di parole distinte soltanto dalla differente accentazione: ad es. νόμος, "usanza, legge", vs. νομός, "pascolo". L'accentazione tritonale del greco, paragonabile a quella del vedico (fase arcaica del sanscrito) e a quella del lituano, costituisce una delle tre basi della ricostruzione dell'accento musicale tritonale indoeuropeo.

I tre accenti della prosodia tritonale del greco antico sono:

  • L'accento acuto, che corrisponde ad un'elevazione del tono della voce e può cadere su vocali brevi e lunghe;
  • L'accento grave, che marca sempre e soltanto l'ultima sillaba delle parole ossitone all'interno di frase, può cadere su vocali brevi e lunghe e consiste in un abbassamento del tono della voce.
  • L'accento circonflesso, che cade solo e soltanto sulle vocali lunghe, ed era pronunciato come un tono discendente (in pratica una era pronunciata più o meno: έε).

Classificazione delle parole sulla base dell'accento[modifica | modifica wikitesto]

Dal punto di vista dell'accento, le parole greche vengono classificate nel seguente modo:

  • parole ossítone: hanno l'accento acuto sull'ultima sillaba (ad es. ἐγώ);
  • parole parossítone: hanno l'accento acuto sulla penultima sillaba (ad es. ἄγω);
  • parole proparossítone: hanno l'accento acuto sulla terzultima sillaba (ad es. ἔγωγε);
  • parole perispòmene: hanno l'accento circonflesso sull'ultima sillaba (ad es. τιμῶ);
  • parole properispòmene: hanno l'accento circonflesso sulla penultima sillaba (ad es. δῶρον).

Leggi di limitazione dell'accento greco[modifica | modifica wikitesto]

L'accento greco era regolato da precise leggi (leggi di limitazione) che ne limitavano i gradi di libertà:

  • In primo luogo, si ribadisce che l'accento acuto e quello grave possono cadere sia su vocali lunghe sia su vocali brevi; l'accento circonflesso cade solo e soltanto su vocali lunghe.
  • Trisillabismo: l'accento non può in nessun caso ritrarsi oltre la terz'ultima sillaba;
  • Legge dell'ultima sillaba: se l'ultima sillaba è lunga, l'accento acuto cadrà sulla penultima, che sia lunga o meno.
  • Parole ossitone all'interno di frase: L'accento grave cade sull'ultima sillaba di una parola ossitona, all'interno di frase, non mai però prima di segno di interpunzione debole o forte.
  • legge del trocheo finale, o legge σωτῆρα: se l'ultima è breve e la penultima è lunga, allora la penultima avrà l'accento circonflesso, come nella parola σωτῆρα, "salvatore", fatti salvi i casi contemplati dalla seguente
  • Legge di Vendryes, o legge delle parole anfibrache, o legge ἔγωγε: Le parole che hanno l'ultima breve, la penultima lunga, la terzultima breve, si sottraggono all'applicazione della legge σωτῆρα e hanno l'accento acuto sulla terzultima. La legge di Vendryes è chiamata appunto legge ἔγωγε, poiché la parola ἔγωγε la esemplifica perfettamente.
  • Legge di Wheeler o legge del dattilo finale: una parola con l'accento acuto sull'ultima, ritrae l'accento sulla penultima, se la terzultima è lunga, mentre la penultima e la finale sono brevi: ad esempio, πατρασί che diventa πατράσι.
  • Si tenga presente che in greco antico l'accento tende a permanere nella sua sede originaria, a meno che una delle leggi sopra descritte non ne alteri la posizione.
  • Nota bene- Posizione grafica dell'accento rispetto agli spiriti aspro e dolce: come abbiamo già accennato, scritto sopra le vocali minuscole iniziali di parola accentate, l'accento acuto è posto a destra dello spirito aspro o dolce, come in γωγε; l'accento circonflesso è posto al di sopra dello spirito aspro e dolce. Il gruppo grafico formato da accento e spirito è posto in alto a sinistra delle maiuscole. Attenzione: nei dittonghi propri, l'accento si scrive graficamente sulla vocale chiusa, ma si legge sulla vocale aperta, come nella parola κτείνω, letta /'kteinɔ:/. Nei dittonghi impropri, se la vocale lunga è un'iniziale maiuscola, l'accento e lo spirito vengono scritti in alto a sinistra della vocale lunga, non sull'iota ascritto, come in Ἅιδης, letto /'ha:dɛ:s/.
  • Nota bene Ai fini dell'accentazione i dittonghi οι ed αι finali di parola sono sentiti come brevi. Perciò una parola come ἄνθρωποι è proparossitona e una parola come γλῶσσαι è properispomena. Invece gli stessi dittonghi sono lunghi nell'ottativo e nei nomi contratti.

Particelle clitiche[modifica | modifica wikitesto]

In ogni lingua, e dunque anche in greco antico, si definiscono clitiche le parole (in genere particelle e articoli, ma non solo) che sono prive di accentazione propria (fenomeno della enclisi).

Se la clitica si appoggia per l'accento alla parola che precede, si ha un fenomeno di enclisi; se invece la clitica si appoggia alla parola che segue, si ha un fenomeno di proclisi. Le parole clitiche caratterizzate da enclisi si chiamano enclitiche; le parole clitiche caratterizzate da proclisi si chiamano proclitiche.

Proclitiche[modifica | modifica wikitesto]

In greco sono proclitiche, si appoggiano cioè per l'accento alla parola che segue:

  • i nominativi maschili e femminili singolari e plurali dell'articolo determinativo: ὁ ἡ οἱ αἱ;
  • alcune preposizioni proprie: ἐν, εἰς (e la sua variante ἐς), ἐκ (e la sua forma prevocalica ἐξ);
  • le congiunzioni εἰ , ὡς;
  • l'avverbio di negazione οὐ (e le sue forme prevocaliche οὐκ, οὐχ).

Le proclitiche possono ricevere l'accento quando si trovano alla fine di un periodo, prima di punto fermo o punto e virgola (=punto interrogativo), o quando sono seguite o fuse con un'enclitica.

Enclitiche[modifica | modifica wikitesto]

Il greco antico possiede un nutrito gruppo di enclitiche; fra queste si annoverano:

  • il pronome indefinito τις (>i. e. *kʷis, latino ali-quis) in tutta la sua declinazione;
  • gli avverbi indefiniti derivati dal tema pronominale di τις, e cioè: που, "in qualche luogo", "forse", ποι, "verso qualche luogo", πῃ "in qualche maniera", πω e la sua variante πως "comunque", ποτε, "qualche volta", ποθεν "da qualche luogo";
  • la congiunzione copulativa τε (> i.e. *kʷe = lat. -que) e la particella modulante γε.
  • i pronomi personali al genitivo, al dativo, all'accusativo singolare, nelle forme non enfatiche: μου, μοι, με (I persona singolare); σου, σοι, σε (II persona singolare); οὑ, οἱ, ἑ (III persona singolare); inoltre, i pronomi σφωιν (genitivo e dativo di III persona duale), e σφισιν (dativo plurale di III persona) -la cosa non suona tanto strana, se si pensa alle particelle pronominali, clitiche, dell'italiano;
  • tutta la coniugazione del presente indicativo dei verbi atematici εἰμί, "io sono", e φημί, "io dico", escluse le seconde persone singolari. -Importante: quando la terza persona del verbo εἰμί, "io sono", assume la forma parossitona ἔστι, con accento acuto sulla penultima, assume il significato di: "esiste davvero", "è vero", "è reale", "è proprio", "è necessario", "è permesso", "è davvero possibile" (lat. extat).

Le enclitiche conservano il loro accento quando sono all'inizio del periodo, dopo l'elisione, e quando sono volutamente enfatizzate.

Accentazione con le particelle enclitiche - catena di enclisi[modifica | modifica wikitesto]

Le enclitiche seguono regole ben precise, riguardo all'accentazione (vedi anche Accentazione del greco):

  • ovviamente, perdono l'accento dopo una parola accentata sull'ultima; le ossitone seguite da un'enclitica non cambiano in grave l'accento acuto, perché l'enclitica fa corpo unico con la parola cui si appoggia;
  • una parola proparossitona o properispomena a cui si appoggi un'enclitica, per non violare le leggi di limitazione, assume un accento secondario sull'ultima sillaba: es.: ἄνθρωπός τις.
  • quando più enclitiche si susseguono una dietro l'altra, si crea una catena di enclisi, nella quale ogni enclitica getta il suo accento sulla parola precedente: es.: νεανίας τίς σοί τί πῄ φησι.

Divisione in sillabe e quantità sillabica[modifica | modifica wikitesto]

Quest'aspetto della prosodia greca è fondamentale per due questioni: 1) la corretta determinazione della posizione dell'accento; 2) in metrica, la determinazione della posizione dell'arsi e della tesi del verso greco.

Divisione in sillabe[modifica | modifica wikitesto]

In greco antico le sillabe si dividono in base a regole abbastanza simili a quelle che governano la divisione in sillabe in italiano e latino; unica differenza parziale: le parole composte con preposizioni vanno divise in sillabe secondo gli elementi che le compongono, a meno che la preposizione non termini in vocale e questa vocale non abbia subito elisione: dunque si dividerà προσ-έ-χω, ma, per contro, κα-τά-γω.

Quantità sillabica[modifica | modifica wikitesto]

Il greco antico, fino al III-IV secolo d.C. è una lingua quantitativa, vale a dire che la durata di pronuncia delle sillabe è pertinente per la determinazione dell'accento di parola, nonché funzionale alla costruzione del ritmo della poesia e della prosa d'arte. Appare dunque fondamentale determinare la quantità sillabica. Ciò è possibile in base alle seguenti norme:

  • si considera breve per natura una sillaba aperta terminante in vocale breve (che si trova pertanto in positio debilis).
  • si considera lunga per natura una sillaba che abbia vocale lunga o dittongo.

-Nota bene: ai fini della determinazione dell'accento di parola, contano unicamente le sillabe lunghe e brevi per natura.

Quantità sillabica e metrica[modifica | modifica wikitesto]

Ai fini della metrica sono importanti tanto le sillabe lunghe per natura, che abbiamo definite sopra, quanto le sillabe lunghe per posizione. Una sillaba è lunga per posizione, anche se ha una vocale breve come la o, se dopo la vocale ci sono due consonanti semplici o una consonante doppia (si definiscono doppie le consonanti ζ ξ ψ -ma per la classificazione delle consonanti, vedi sotto la sezione apposita): es. δό-ξα, dove la sillaba δό- è breve per natura (è aperta e finisce in o), e dunque porta l'accento acuto, ma ai fini della metrica si considera lunga per posizione (è in positio fortis), poiché seguita da ξ, equivalente a due consonanti, κ + σ. Nella metrica greca classica, convenzionalmente, una sillaba lunga è avvertita come dotata di durata pari a due sillabe brevi.

Storia della ricostruzione fonologica[modifica | modifica wikitesto]

Pronuncia roicliniana o itacistica[modifica | modifica wikitesto]

In età medievale e nel primo rinascimento predominava fra gli umanisti una pronuncia, quella cosiddetta reuchliniana o roicliniana, così chiamata poiché fu l'umanista Giovanni Roiclinio (Johannes Reuchlin), a sostenerne la validità.
Tale lettura era legata alla pronuncia itacistica, cosiddetta bizantina, ma in realtà era assai più antica, visto che traspare dai papiri dell'età ellenistica e che le prime avvisaglie di tale evoluzione della fonetica antica del greco sono già ampiamente adombrate dalla realtà fonetica sottesa ad alcune riflessioni linguistiche dei dialoghi di Platone.
La lettura itacistica fu importata in Italia dagli intellettuali bizantini scampati alla conquista e al saccheggio di Costantinopoli (1453) da parte dei Turchi. Quegli intellettuali (fra i quali spiccavano il filosofo neoplatonico Emanuele Crisolora e il cardinale Bessarione) impressero alla lettura dei classici greci il loro accento e la loro inflessione.
Essi pronunciavano come [i] le lettere ι, η e υ, nonché i dittonghi ει e οι, e pronunciavano come [ɛ] tanto la lettera ε quanto il dittongo αι; inoltre pronunciavano la lettera υ come [v] nei dittonghi αυ ed ευ prima di vocale o consonante sonora, e come [f] quando gli stessi dittonghi comparivano prima di consonante sorda; come [v] era letta anche la lettera β.

Le scoperte linguistiche di Erasmo da Rotterdam: pronuncia erasmiana o etacistica[modifica | modifica wikitesto]

Fu un altro grande umanista, l'olandese Desiderio Erasmo da Rotterdam ad opporsi alla pronuncia itacistica del greco antico.
Questi, studiando le figure di suono nei poeti comici, in particolare le onomatopee, scoprì che la pronuncia antica era diversa da quella roicliniana: il belato della pecora in Cratino (43) ed Aristofane (Fr. 642) è infatti imitato con βῆ βῆ, il che denunciava il vero suono delle lettere greche che componevano questa particolare onomatopea: non [vi], ma [bɛ:].
In sostanza, Erasmo scoprì e cercò di ripristinare la vera pronunzia classica, che da lui prende il nome di erasmiana o etacistica. A ciò si può aggiungere l'ovvia riflessione, secondo la quale non si capisce perché in greco antico, fin dalle prime attestazioni, per indicare ad esempio un medesimo suono [i] si sarebbero dovute usare tante lettere o combinazioni di lettere, così diverse tra loro.

Differenze fra la fonologia ricostruita del greco antico e la pronuncia scolastica[modifica | modifica wikitesto]

La fonologia del greco antico, di cui i linguisti hanno perfezionato la ricostruzione con l'aiuto degli storici definendone quindi i caratteri del V secolo a.C., differisce tuttavia, per diversi aspetti, dalla pronuncia scolastica convenzionale italiana:

  • la pronuncia scolastica non distingue in modo sensibile le vocali brevi dalle lunghe, come invece andrebbe fatto;
  • le consonanti φ, θ, χ, che usualmente si pronunciano come spiranti sorde, rispettivamente come la f italiana di fede, come la th inglese di third (alcuni pronunciano erroneamente il θ come la z sorda italiana di spazio) e come la ch tedesca di Bach, nel greco classico erano delle vere e proprie occlusive seguite da un'aspirazione: [p]+[h], [t]+[h] e [k]+[h];
  • la consonante ζ (zeta), che in età ellenistica già si pronunciava [z] (come la s intervocalica italiana di rosa), nel greco arcaico era pronunciata [zd] (e così ancora la pronunciavano nel V sec. i parlanti dorici e eolici, che scrivevano direttamente σδ). In età classica, in Attica si cominciò a pronunciare questa lettera come [dz] e, dalla seconda metà del IV sec. in poi, [z]. Si ricordi peraltro che i Latini introdussero la zeta (come anche la y e i digrammi ch, ph, rh e th) nel loro alfabeto per trascrivere i prestiti greci.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giacinto Agnello, Arnaldo Orlando, Manuale del greco antico. Con un profilo di greco moderno, Palumbo, 1998
  2. ^ Sidney Allen, Vox Graeca, 3a edizione, Cambridge Univerity Press, 1987, pag. 70 e 76

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Sidney Allen, Vox Graeca, 3a edizione, Cambridge University Press, 1987

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]