Falloforia

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Scena di falloforia da un cratere a colonnette

Nel mondo greco classico, le Falloforie, dette anche fallagogie, erano processioni solenni in onore di Priapo e Dioniso nelle quali si trasportavano enormi falli di legno, accompagnando il corteo con canti tipici, come quello che il poeta Semos di Delo[1] mise in una sua opera teatrale:

« Ritiratevi, fate posto
al dio! Perché egli vuole
enorme, retto, turgido,
procedere nel mezzo. »

Rituale[modifica | modifica wikitesto]

Nelle falloforie propiziatorie del raccolto, molto diffuse nel mondo agricolo dell'antica Grecia e poi in Italia e nei territori dominati dai Romani, le processioni con il fallo terminavano con una pioggia di acqua mista a miele e succo d'uva, indirizzata verso i campi, che rappresentava l'eiaculazione del seme origine della vita e quindi propiziava l'abbondanza del raccolto.

Plutarco ci descrive una di queste processioni in campagna:

« in testa venivano portati un'anfora piena di vino misto a miele e un ramo di vite, poi c'era un uomo che trascinava un caprone per il sacrificio, seguito da uno con un cesto di fichi e infine le vergini portavano un fallo con cui venivano irrigati i campi. »
(De cupiditate divitiarum, VIII, 527 D)

Contesto mitico[modifica | modifica wikitesto]

Il contesto mitico della festa risiede nell'episodio dello smembramento di Dioniso. Il dio viene fatto a pezzi dai Titani e divorato e solo un organo viene salvato e nascosto da Pallade Atena. Questo organo, che nel mito viene chiamato "cuore", secondo Karl Kerényi è una metafora per indicare la sua parte più importante, vale a dire il fallo, vero simbolo della ζωη (zoé), la vita indistruttibile. Nel mondo classico e poi nella cultura greco-romana, il fallo era infatti considerato l'origine della vita, in quanto considerato il generatore del seme. Nel rito fallico si sacrificava un caprone e se ne occultava il fallo, che poi nella processione veniva sostituito da un enorme simulacro fallico di legno di fico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ citato da Ateneo, XIV, 622b.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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