Evandro (mitologia)

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Evandro è una figura della mitologia romana. Era figlio di Carmenta e nipote di Pallante di Tegea[1].

Ha un ruolo rilevante nell'ultima parte dell'Eneide come alleato di Enea. Quest’ultimo, dopo la fuga da Troia, approda finalmente nel Lazio, con l’intento di fondare una città nella patria di Dardano (il suo antenato che sempre secondo la leggenda era stato il fondatore di Troia). Qui viene accolto dal re Latino, che gli fa conoscere la figlia Lavinia di cui Enea si innamora perdutamente. Latino ha però già promesso la figlia a Turno, re dei Rutuli. Il padre di Lavinia ascolta le intenzioni di Enea ma temendo una vendetta da parte di Turno si oppone ai suoi desideri. La disputa per la mano della fanciulla diventa una guerra, in cui vengono coinvolte diverse genti italiche, compresi Etruschi e Volsci. Enea si allea con le popolazioni greche provenienti da Argo e stanziate nella città di Pallante sul Palatino, regno appunto dell’arcade Evandro e di suo figlio Pallante. La guerra è molto sanguinosa (subito muore Pallante ucciso da Turno), e per evitare ulteriori vittime si decide che la sfida fra Enea e Turno dovrà risolversi in un combattimento tra i due pretendenti. Enea ha il sopravvento, sposa Lavinia e fonda la città di Lavinio (l'odierna Pratica di Mare).

Per approfondire, vedi la voce Fondazione di Roma.

La città che quindi fondò sul colle Palatino ha il nome di Pallante o Pallanteo, in onore del nonno. Ma il personaggio e la sua città rivestono anche un’importanza che probabilmente esula da quella esclusivamente mitologica. Dal nome della città potrebbe infatti essere derivato lo stesso toponimo di Palatino. La coincidenza poi che le feste “Palilie” si celebrassero nella stessa data della fondazione di Roma può far pensare ad un’ipotesi di accordo e di spartizione del territorio tra la gente di Romolo, stanziata sul Germalo, l’altura settentrionale del Palatino, e quella di Evandro, stabilitasi sul Palatino vero e proprio, più a sud, riservando alla Velia, l’altura orientale, il ruolo forse di area cimiteriale, come i reperti archeologici lasciano supporre.

Al di là dell’aspetto evidentemente mitologico della narrazione, scavi archeologici effettuati dal 1937 nell’area adiacente la chiesa di S. Omobono, all’incrocio tra le attuali via L. Petroselli e Vico Jugario, hanno portato in luce reperti di chiara origine greca, risalenti alla metà dell’VIII secolo a.C., e quindi perfettamente coincidenti con l’epoca della tradizionale fondazione di Roma. Tali ritrovamenti possono pertanto essere considerati come la conferma archeologica della realtà storica degli indizi che hanno poi contribuito a generare la tradizione mitologica sulle origini leggendarie della città.

[modifica] Note

  1. ^ Sia Livio (Ab Urbe condita libri, I, 7) che Ovidio (I Fasti, I, 470 e sgg.) narrano di una migrazione dalla città greca di Argo, guidata da Evandro

[modifica] Bibliografia

  • Mauro Quercioli, Le mura e le porte di Roma, Newton Compton, Roma, 1982

[modifica] Voci correlate

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