Essenzialismo

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L'essenzialismo è quella speculazione filosofica orientata alla ricerca dei principi essenziali, intesi come realtà prime e definitive degli oggetti di conoscenza.[1]

L'essenzialismo nella scienza[modifica | modifica sorgente]

La ricerca dell'essenza o della sostanza, che ha caratterizzato dapprima la filosofia naturalista dei filosofi presocratici, convinti che esistesse un principio primo da cui derivassero tutte le cose, si consolidò infine con la filosofia platonica ed aristotelica, nell'ambito di un contesto religioso-contemplativo:

« Tra nessuno dei poeti di quaggiù vi è, né vi sarà mai, chi abbia cantato degnamente lo spazio iperuranio... Infatti l'essenza reale, che non ha colore, né forma, né si può toccare, che soltanto il nocchiero dell'anima, cioè l'intelletto, può contemplare, e che compete alla vera scienza, occupa questo luogo. »
(Platone, Fedro, 247 e)

Anche Aristotele, fondatore della logica razionale, in forma meno poetica fa dell'essenza l'oggetto di una contemplazione divina:

« L'intelletto, infatti, è il contenitore dell'intellegibile, cioè dell'essenza, e l'intelletto, nel momento in cui ha il possesso del suo oggetto, è in atto, e di conseguenza l'atto, piuttosto che la potenza, è ciò che di divino l'intelletto sembra possedere, e l'atto della contemplazione è cosa piacevole e massimamente buona. Se, pertanto, Dio è sempre in uno stato di beatitudine, che noi conosciamo solo qualche volta, un tale stato è meraviglioso; e se la beatitudine di Dio è ancora maggiore essa deve essere oggetto di meraviglia ancora più grande. Ma Dio, è appunto, in tale stato »
(Metafisica, XII, 7, 1072 b 9-30)

Questo atteggiamento, secondo Popper, avrebbe causato nella scienza «scolasticismo, misticismo e sfiducia nella ragione»[2] fino a quando Galilei contestò questo modo d'intendere la conoscenza scientifica.

Galileo Galilei[modifica | modifica sorgente]

« Il tentar le essenze, l'ho per impresa disperata[3] »
Galileo Galilei

Galilei criticò l'essenzialismo.[4] Che cosa, si domanda Galilei, l'uomo nelle sue ricerca vuole arrivare a conoscere? «O noi vogliamo specolando tentar di penetrar l’essenza vera ed intrinseca delle sustanze naturali; o noi vogliamo contentarci di venir in notizia d’alcune loro affezioni»[5]. Per conoscenza intendiamo arrivare a cogliere i principi primi dei fenomeni o come essi si sviluppano? Risponde Galilei:

« Il tentar l’essenza, l’ho per impresa non meno impossibile e per fatica non men vana nelle prossime sustanze elementari che nelle remotissime e celesti: e a me pare essere egualmente ignaro della sustanza della Terra che della Luna, delle nubi elementari che delle macchie del Sole; né veggo che nell’intender queste sostanze vicine aviamo altro vantaggio che la copia de’ particolari, ma tutti egualmente ignoti, per i quali andiamo vagando, trapassando con pochissimo o niuno acquisto dall’uno all’altro.[6] »

La ricerca infatti dei principi primi essenziali comporta una serie infinita di domande poiché ogni risposta fa nascere una nuova domanda: se noi ci chiedessimo quale sia la sostanza delle nuvole, una prima risposta sarebbe che è il vapore acqueo ma poi dovremo chiederci che cos'è questo fenomeno e dovremo rispondere che è acqua, per chiederci subito dopo che cos'è l'acqua, rispondendo che è quel fluido che scorre nei fiumi ma questa «notizia dell’acqua» è soltanto «più vicina e dependente da più sensi», più ricca di informazioni particolari diverse, ma non ci porta certo la conoscenza della sostanza delle nuvole, della quale sappiamo esattamente quanto prima. Ma se invece vogliamo capire le «affezioni», le caratteristiche particolari dei corpi potremo conoscerle sia in quei corpi che sono da noi distanti, come le nuvole, sia in quelli più vicini, come l'acqua.[7]

La critica di Popper[modifica | modifica sorgente]

Karl Popper

Sebbene Popper non si pronunci sull'esistenza o meno delle essenze,[8] un aspetto negativo della permanenza nella storia della filosofia di quest'atteggiamento, consisterebbe secondo lo stesso Karl Popper nell'"essenzialismo metodologico", un metodo cioè che, sulla linea della concezione platonica, vorrebbe risolvere problemi scientifici riconducendoli ad un'unica e fondamentale spiegazione che non può essere ulteriormente spiegata, mentre invece «ogni spiegazione può venire ulteriormente chiarita mediante una teoria di universalità superiore.»[9]

All'opposto è la soluzione degli strumentalisti i quali cercano di evitare il problema negando che vi sia la necessità di spiegare i fenomeni scientifici in quanto essi hanno un carattere di strumento predittivo senza alcun valore esplicativo.

Vi è infine un "essenzialismo modificato",[10] definizione ripresa da Popper, dove alligna una concezione animistica che fa credere di poter rispondere alla domande del tipo «che cos'è?», avanzando la tesi che in ogni singola cosa ci sia un principio intrinseco che la fa essere ed agire così com'è portando gli essenzialisti «(come Newton) a rifuggire dalle proprietà relazionali, come la gravità, e a credere...che una spiegazione soddisfacente debba essere formulata in termini di proprietà intrinseche (anziché di proprietà relazionali)» [11]

Popper, per il quale la vita non ha un significato religioso ma consiste piuttosto nel perenne tentativo di risolvere problemi,[12] contrappone all’essenzialismo il cosiddetto «nominalismo metodologico» sostituendo alla domanda «che cosa è?» il quesito «come accade che?». Il nominalismo metodologico è l'opposto dell’essenzialismo, che si limita a descrivere le cose e gli eventi che noi sperimentiamo sevendosi delle parole come strumenti contingenti poiché la scienza non dipende dalle definizioni ma dalla verità delle sue teorie: «Nella scienza tutti i termini che sono realmente necessari devono essere termini indefiniti.»[13]

L'essenzialismo nelle scienze sociali[modifica | modifica sorgente]

Se nell'ambito del pensiero scientifico moderno l'essenzialismo è stato abbandonato in quanto inadeguato, nel campo delle cosiddette scienze sociali esso continua invece a trovare utili campi di applicazione: «La società muta, ma prima e dopo il mutamento noi dobbiamo essere capaci di dire ancora cosa sia il governo, cosa sia lo stato o la moneta. E ciò vuol dire cogliere l'essenza delle cose, delle istituzioni, dei fenomeni.»[14]

Ancora più importante ai fini dei rapporti sociali è riuscire a definire l'essenza di concetti come "essere umano". Si potrebbe parlare dell'esistenza di un'essenza umana se tutti gli elementi culturali fossero ritenuti per comune accordo "accidentali", e ci si limitasse a una descrizione essenziale puramente biologica basata su aspetto fisico o codice genetico. D'altro canto, rifiutare l'esistenza d'una simile "essenza", cosa in sé non contraria alla logica, lascia aperta la possibilità di ritenere che alcuni esseri viventi "sembrino" umani (per esempio gli ebrei, o gli aborigeni australiani, o i portatori di handicap, o le donne, o...), ma che in realtà non siano tali ma si limitino a "sembrarlo", così come fu apertamente teorizzato dal pensiero nazista. Pertanto postulare un concetto di "natura umana" essenziale e non accidentale, è in questo caso necessario per motivi non solo epistemologici ma sociali e politici.

Sembrerebbe allora che l'analisi sociologica potesse fare a meno di utilizzare nella sua ricerca lo stesso metodo sperimentale alla base della scienza: ma le cosiddette "essenze sociali" se sono osservabili lo sono «per l'effettivo lavoro dei sociologi i quali, al pari dei fisici o dei biologi, fanno progredire la loro disciplina» ipotizzando teorie che mettono alla prova utilizzando il criterio della falsificabilità, «primo requisito delle teorie scientifiche».[15]

La credenza di una conoscenza essenzialistica dei fenomeni sociali deriva dal fatto che

« la maggior parte degli oggetti della scienza sociale, se non tutti, sono astratti [16], sono costruzioni teoretiche (... perfino la "guerra" o l'"esercito" sono concetti astratti. Uomini ammazzati, uomini in divisa ecc. - ecco ciò che è concreto). Queste costruzioni teoretiche... risultano dalla costruzione di certi modelli...[illudendoci] che i nostri modelli teorici siano delle cose... e [il modello] noi crediamo di vederlo in mezzo al mutare degli eventi osservabili o dietro di esse come una specie di spettro permanente o di essenza.[17] »

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Enciclopedia Treccani alla voce corrispondente
  2. ^ K. Popper, La società aperta e i suoi nemici,Armando Editore, Roma, 1996, II 31
  3. ^ G. Galilei, Terza lettera del sig. Galileo Galilei al sig. Marco Velseri delle macchie del sole, Villa delle Selve, l' dicembre 1612
  4. ^ Galileo Galilei, Le lettere copernicane a cura di M.Baldini, Armando Editore, 1995 p.15 - p.121 e sgg.; Maurizio Pancaldi, Mario Trombino, Maurizio Villani, Atlante della filosofia: gli autori e le scuole, le parole, le opere, Hoepli editore, 2006 p.217; G.Galilei, La terza lettera a Mark Welser in "Opere" - Portale Galilei - Museo Galileo - Istituto e Museo di Storia della Scienza
  5. ^ Galileo Galilei, Lette­re al Welser: terza lettera (V. 186-239)
  6. ^ G. Galilei, Op.cit. ibidem
  7. ^ G. Galilei, Op. cit.V, 187-188
  8. ^ «La mia critica dell'essenzialismo non mira a stabilire l'inesistenza delle essenze, ma solo a mostrare il ruolo oscurantistico svolto da questa concezione nella filosofia della scienza galileiana, e fino a Maxwell» (Popper, op. cit., pag. 52).
  9. ^ Karl R. Popper, La mia filosofia. Dizionario filosofico, Armando Editore, 1997, p.51
  10. ^ Espressione usata in una recensione di Tre punti di vista a proposito della conoscenza umana, comparsa nel Times Literary Supplement nel 1959. Fu accolta da Popper non senza condizioni. (Cfr. nota 2 a pag. 55 di Scienza e Filosofia, Edizione CDE spa, su licenza di Giulio Einaudi Editore, 1998)
  11. ^ K. Popper, Op.cit., p.53
  12. ^ Popper, Tutta la vita è un risolvere problemi, 1999.
  13. ^ K. R. Popper, La società aperta e i suoi nemici, Roma 1974, vol. II, p. 30
  14. ^ Dario Antiseri, Didattica della storia: epistemologia contemporanea, Armando Editore, 1999, p. 117
  15. ^ D. Antiseri, Op. cit., Ibidem.
  16. ^ J. A. Passmore, The Objectivity of History in Philosophical Analysis and History di AA.VV. New York-London, 1966 p.92
  17. ^ K. R. Popper, Op. cit. p.110-111

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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