Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia

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Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia
Народноослободилачка војска Југославије
Flag of the Democratic Federal Yugoslavia.svg
Bandiera dei partigiani jugoslavi
Descrizione generale
Attiva 1941 - 1945
Nazione Jugoslavia
Alleanza Alleati
Ruolo Lotta contro le Potenze dell'Asse
Dimensione 800.000 soldati
Comandanti
Comandanti degni di nota Josip Broz Tito
Koča Popović

[1]

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L'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia (o Armata popolare di jugoslavi e EPJ) era un esercito nato per volontà del maresciallo Tito che combatté durante la seconda guerra mondiale durante l'invasione della Jugoslavia da parte delle truppe nazifasciste, svolgendo un ruolo importante nell'ambito della resistenza jugoslava.

Venne creato novembre del 1942 a Bihac, raggruppando otto divisioni, con il nome provvisorio di Esercito popolare di liberazione e distaccamenti partigiani della Jugoslavia.

Il 26 novembre 1942 Tito convocò una assemblea di tutte le zone liberate, conosciuta col nome di Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia (AVNOJ). Dalla seconda metà del 1944 superò anche i partigiani francesi e italiani con i suoi 800.000 uomini raggruppati in quattro armate.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'invasione della Jugoslavia[modifica | modifica wikitesto]

La Jugoslavia era un obiettivo assai importante per Hitler, vista la ricchezza di materie prime. Oltre che dall'invasore tedesco (in Croazia), la Jugoslavia venne invasa dall'esercito italiano (Carniola-Slovenia, Dalmazia e Montenegro), da quello ungherese (Nord-Est Slovenia) e quello bulgaro (Macedonia). L'apporto degli alleati anglo-americani consisteva in rifornimenti di tipo materiale (cibo, medicinali, armi ecc.), mentre i sovietici parteciparono alla liberazione di Belgrado e della Serbia settentrionale con truppe e armamenti. Nonostante ciò, l'azione dell'armata popolare di liberazione si può definire un'iniziativa totalmente interna ai popoli della Jugoslavia. Come ringraziamento ai filonazisti croati, gli ustascia, che parteggiavano per Hitler, gli invasori crearono uno stato fantoccio, lo Stato Indipendente di Croazia (NDH), affidandolo ad Ante Pavelić (denominato "Poglavnik"), un estremista nazionalista croato che seppe sfruttare l'avversione che la maggioranza dei suoi connazionali nutriva nei confronti della monarchia serba al potere per provocare il massacro di 750.000 circa tra serbi ed ebrei. La Jugoslavia quindi, oltre che calpestata, era smembrata.

Il Fronte di liberazione[modifica | modifica wikitesto]

Territori liberati dalla occupazione nazifascista o controllati dalla resistenza nel 1943

Immediatamente dopo la resa ufficiale dell'Esercito jugoslavo, nacque il movimento di resistenza che dapprima comprende varie componenti: forze comuniste, nazionalisti serbe, liberali e cristiano-sociali. Ben presto i dirigenti comunisti hanno il sopravvento sugli altri e ottengono la guida del Fronte di Liberazione. Il loro capo e Josip Broz, nome di battaglia: TITO. Già attivista di sinistra ai tempi dell'Impero austro-ungarico, già rivoluzionario comunista formatosi a Mosca, già prigioniero politico del Regno di Jugoslavia. Durante la guerra di liberazione si dimostrerà anche un eccellente tattico e stratega militare.

La Jugoslavia, ancor più che durante la guerra di invasione, venne messa a ferro e fuoco. Sia la sorpresa da parte dell'invasore in merito ad una resistenza per nulla debole, sia la fretta di Hitler di domare i Balcani e sfruttarne le ricchezze fecero sì che i massacri, le violenze e le rappresaglie non abbiano avuto pari nel resto dell'Europa. Le offensive portate dalle armate corazzate di Hitler trovarono un'eroica risposta sia nelle truppe partigiane, sempre più numerose, sia nella popolazione che sopporta durissime privazioni. Una pratica molto diffusa da parte dei nazifascisti era infatti la rappresaglia nei confronti dell'intero villaggio, se da esso si arruolavano dei partigiani: le fucilazioni di massa e gli incendi di interi villaggi erano all'ordine del giorno.

Le altre forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante stesse emergendo la leadership dei comunisti, come forza che poteva liberare la Jugoslavia, la situazione politica interna era ancora molto frammentata: anche le forze nazionaliste monarchiche serbe di Draža Mihailović, i Cetnici, fecero proseliti nelle campagne serbe e montenegrine. Gli stessi Cetnici inizialmente si batterono contro l'invasore nazifascista (insidiando ai partigiani il primato di forza antinazista in Jugoslavia agli occhi degli alleati), ma temendo il sopravvento dei partigiani come portatori del comunismo, si allearono con il nemico iniziale per combattere le truppe di Tito. Simile fu la sorte delle forze anticomuniste slovene che come unico antidoto alla prospettiva comunista videro l'arruolamento nelle file tedesche.

La guerra civile[modifica | modifica wikitesto]

Il rafforzamento del movimento antinazista partigiano portò con sé quindi anche il germe della guerra civile fratricida innescata dalle ideologie e dai nazionalismi che dall'inizio del XX secolo strangolarono l'Europa e lo faranno fino alla caduta del muro di Berlino.

Il movimento partigiano di Tito riuscì così ad espellere l'invasore tedesco, italiano (fino all'8 settembre 1943), ungherese, bulgaro nonché componenti avversarie interne come i Cetnici serbi, gli Ustascia croati e i Domobranci sloveni. Sconfisse inoltre le forze d'occupazione naziste presenti nei territori della Venezia Giulia, ancor prima dell'arrivo delle truppe angloamericane. Fu appunto in questo periodo che l'Armata popolare di liberazione della Jugoslavia incominciò sistematicamente una politica di eliminazione della popolazione italiana dalle terre appena conquistate.

Il ruolo e l'attività[modifica | modifica wikitesto]

Sotto le dirette dipendenze della Partito Comunista di Jugoslavia il Fronte di liberazione, fu, nel quadro generale europeo della seconda guerra mondiale, un avvenimento unico. L'unicità consistette nel fatto che l'ex Jugoslavia fu l'unico paese occupato dai nazisti ad aver affrontato e sconfitto l'invasore quasi esclusivamente con le proprie forze e con l'aiuto delle due formazioni partigiane formate dagli ex militari italiani: la Divisione Garibaldi e la Divisione Italia.

La sinergia fra i partigiani italiani e slavi si incrinò con l'avvicinarsi della fine del conflitto, a causa delle diverse vedute in relazione alla sorte dell'Istria e di Fiume e delle questione triestina. Fra i fatti che contribuirono ulteriormente al deterioramento dei rapporti fra le parti vanno anche ricordati gli eccidi perpetrati nei massacri delle foibe[2]. La lotta all'invasore ebbe inizio immediatamente dopo l'invasione della Jugoslavia ovvero dopo l'annientamento del suo Regio esercito.

Il nome[modifica | modifica wikitesto]

L'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia era denominato:

  • in serbo e croato: Narodnooslobodilačka vojska i partizanski odredi Jugoslavije - NOV i POJ
  • in serbo: Народноослободилачка војска и партизански одреди Југославије - НOВ и ПOJ
  • in sloveno: Narodnoosvobodilna vojska in partizanski odredi Jugoslavije - NOV in POJ
  • in macedone: Народно-ослободителна војска и партизански одреди на Југославија - НOВ и ПO на J.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Simon Adams, The Balkans, Black Rabbit Books, 2005, ISBN 978-1-58340-603-8
  2. ^ Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Mondadori, Milano, 2003, ISBN 88-04-48978-2

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • H.C. Darby e altri, Storia della Jugoslavia, Einaudi, Torino, 1969

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]