Reparti italiani al fronte orientale

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Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR)
poi
8ª Armata (ARMIR)
Distintivo assegnato ai componenti del CSIR
Distintivo assegnato ai componenti del CSIR
Descrizione generale
Attiva 10 luglio 1941 - 9 luglio 1942 (CSIR)
9 luglio 1942 - marzo 1943 (ARMIR)
Nazione Italia
Servizio CSIR: R. Esercito, (e sue truppe straniere), R. Aeronautica, MVSN
ARMIR: R. Esercito (e sue truppe straniere), MVSN, R. Aeronautica e R. Marina
Dimensione 62.000 uomini (CSIR)
230.000 uomini (ARMIR)
Battaglie/guerre CSIR: Due fiumi, Petrikowka, Nikitovka, Chazepetovka, Battaglia di Natale (1941)
ARMIR:
1ª Don, Izbušenskij, Piccolo Saturno, Arbuzovka, Ostrogorzk-Rossoš, Nikolaevka
Comandanti
Comandante attuale Francesco Zingales, Giovanni Messe (CSIR)
Italo Gariboldi (ARMIR)

[senza fonte]

Voci su unità militari presenti su Wikipedia

Il Corpo di Spedizione Italiano in Russia, spesso abbreviato come CSIR, e l'8ª Armata Italiana in Russia, o ARMIR, furono le grandi unità del Regio Esercito italiano impegnate, in successione, sul fronte orientale tra il luglio del 1941 e il febbraio del 1943.

Premesse storiche[modifica | modifica sorgente]

La partecipazione alla guerra contro l'Unione Sovietica rappresentò uno sforzo notevole per le forze armate italiane, già duramente impegnate nei Balcani e in Africa settentrionale, e le ingenti perdite colà subite rappresentarono un duro colpo per le già scarse capacità militari dell'Italia. Già dai primi di giugno 1941, in previsione dell'ormai certa campagna tedesca sul fronte orientale, Mussolini offrì a Hitler di partecipare con truppe italiane e contemporaneamente attivò il Generale Cavallero (Capo di SM Generale). Alla fine fu decisa la costituzione del CSIR. L'offerta di Mussolini venne formalmente accettata, pur senza eccessivo entusiasmo, da Hitler con lettera consegnata all'Ambasciata Italiana di Berlino il 22 giugno 1941, giorno dell'inizio delle operazioni sul fronte orientale.

Circa le ragioni strategiche delle spedizioni, si suppone che il principale desiderio di Mussolini fosse quello di "riequilibrare" lo stato dell'alleanza con la Germania, in quel momento fortemente sbilanciato in favore dei tedeschi; in tale ottica, la partecipazione italiana alla campagna di Russia avrebbe pareggiato l'intervento dell'Afrika Korps tedesco in Libia. Vi erano anche considerazioni economiche, ovvero il timore di arrivare in ritardo alla spartizione delle risorse di un nemico considerato ormai sconfitto. Meno importanti erano invece le considerazioni ideologiche (la partecipazione dell'Italia fascista alla lotta contro il comunismo), che pure ebbero ampio risalto nella propaganda degli opposti schieramenti.[1]

Corpo di Spedizione Italiano in Russia[modifica | modifica sorgente]

Il Corpo di Spedizione Italiano in Russia, inviato sul fronte russo, inizia la sua attività il 10 luglio del 1941. Questa grande unità corrispondeva al XXXV Corpo d'armata del Regio Esercito ed integrava anche reparti di Camicie Nere della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e truppe straniere (come la Legione croata ed il Gruppo squadroni cosacchi "Campello"). Inoltre al CSIR era aggregato uno stormo della Regia Aeronautica. L'ordine di battaglia era il seguente:

A partire dal 10 luglio e fino al 5 agosto le truppe vennero trasportate da Roma (52ª Divisione fanteria "Torino"), Cremona (Comando CSIR) e Verona (9ª Divisione fanteria "Pasubio" e 3ª Divisione Celere "Principe Amedeo Duca d'Aosta") tramite 216 treni fino alle città, allora ungheresi e ora rumene, di Marmaros Sziget, Felsoviso e Borsa; da lì raggiunsero, superati i Carpazi Orientali, dapprima la zona di adunata in Romania e quindi il teatro delle operazioni con una marcia di centinaia di chilometri attraverso le pessime strade di Romania, Moldavia, Bessarabia e Ucraina. Questa lunga marcia, che molti reparti, per scarsità di automezzi, dovettero compiere a piedi o in sella ai cavalli, causò un certo ritardo rispetto al programma.

Il comandante del CSIR, il Generale di Corpo d'Armata Francesco Zingales, venne colto da malore durante il trasferimento e ricoverato a Vienna il 13 luglio 1941 e sostituito nell'incarico con il Gen. di CA Giovanni Messe il 17 dello stesso mese.

Il Corpo d'Armata, fin dal suo arrivo in zona di operazioni, fu posto alle dipendenze dell'11ª Armata tedesca del generale Eugen Ritter von Schobert, schierata in Ucraina meridionale nel settore operativo del Gruppo di Armate Sud guidato dal feldmaresciallo Gerd von Rundstedt.

Operazioni di guerra del CSIR[modifica | modifica sorgente]

Agosto 1941: primi scontri della divisione Pasubio presso il fiume Bug[modifica | modifica sorgente]

Il CSIR entrò in azione per la prima volta nell'agosto del 1941. Dopo aver superato il Dnestr in più punti, stabilendo diverse teste di ponte, i tedeschi stavano tentando di chiudere in una morsa le forze sovietiche attestate tra il Dniestr e il Bug. In alcuni punti però i russi stavano opponendo una forte resistenza e servivano nuove forze per alimentare l'offensiva. A fine luglio, con il CSIR ancora in fase di organizzazione, il generale Eberhard von Mackensen, comandante del III° Corpo germanico, richiese quindi al generale Messe almeno una divisione da utilizzare subito in battaglia e due gruppi di artiglieria per appoggiare il suo attacco alle forze sovietiche. Il 30 luglio venne così inviata urgentemente al fronte la divisione Pasubio, rinforzata da una compagnia motociclisti e dal 30º Raggruppamento artiglieria.

La pioggia abbondante, che aveva trasformato le già disastrose piste russe in enormi pantani, ritardò la marcia della Pasubio, che raggiunse le rive del Bug a nord di Voznesens'k solo il 10 agosto. Nei due giorni successivi la Pasubio, marciando lungo la riva destra del Bug in direzione sud-est per tagliare ai russi la ritirata verso la strategica città di Nikolayev, finì per entrare in contatto con il nemico, partecipando così alla cosiddetta “Battaglia dei due fiumi”, ovvero la grande manovra effettuata dall'esercito tedesco per intrappolare le forze sovietiche tra i fiumi Dniestr a ovest e Bug a est. Nei due giorni di scontri presso i villaggi di Pokrovskoje e Yasna Poliana, la divisione Pasubio ebbe la meglio su un reggimento sovietico, che si ritirò lasciando sul campo centinaia di caduti e prigionieri.

Il 14 agosto il CSIR venne assegnato al Gruppo corazzato von Kleist, con il compito di proteggere il fianco sinistro dell'avanzata dei panzer tedeschi verso il fiume Dnepr. Dal 15 al 20 agosto, rallentate dal maltempo e dalle incursioni aeree dei sovietici, vennero attuate quindi le operazioni di trasferimento della divisione Pasubio sulla riva destra del Dniepr. Il 21 agosto i reggimenti della Pasubio erano attestati sul Dniepr, nella zona di Verkhnodniprovsk, a circa 50 km a nord-ovest della città di Dnipropetrovs'k. I gruppi d'aviazione si stabilirono invece a Krivoy Rog, a distanza utile per proteggere i ponti e le unità sul Dniepr. Nei giorni seguenti raggiunsero il Dniepr anche i reparti motorizzati della Celere, l'artiglieria della Torino e le altre unità motorizzate del CSIR. Il 28 agosto Benito Mussolini, dopo avere visitato con Hitler il quartier generale del Gruppo di Armate Sud, passò in rassegna i reparti del CSIR a Tekusha. Soltanto il 5 settembre, dopo avere percorso quasi mille chilometri a piedi, anche i reparti non motorizzati della Torino (divisione autotrasportabile più che altro soltanto sulla carta) riuscirono a essere finalmente in linea sul Dniepr con il resto del CSIR.

Settembre 1941: traversata del Dniepr e battaglia di Petrikowka[modifica | modifica sorgente]

Finalmente al completo, il compito del CSIR agli inizi di settembre era quello di difendere circa 150 chilometri di fronte a nord e a sud della città di Dnipropetrovs'k, tra la 17ᵃ Armata tedesca di von Stülpnagel a nord ed il III° Corpo di von Mackensen a sud. Il 21 settembre l'intero CSIR passò all'offensiva. L'intento dei tedeschi era quello di sfondare la linea del Dnepr e quindi accerchiare ed annientare le forze sovietiche (i resti di cinque divisioni) attestate tra il Dniepr a ovest e i fiumi Orel a nord e Samara a sud. La Pasubio oltrepassò il Dniepr a Derivka, circa 80 km a nord-ovest di Dnepropetrovsk, per proteggere il fianco destro della 17ᵃ armata, che avanzava verso Poltava. Più a sud la Torino scattò verso nord-ovest dalla testa di ponte di Dnepropetrovsk e attraversò il Dniepr in vari punti sotto il fuoco dell'artiglieria e dell'aviazione nemiche (i soldati del genio lavorarono instancabilmente giorno e notte per riparare o costruire ponti di fortuna).

All'alba del 23 settembre la Pasubio, coadiuvata dai carri della Celere e da panzer tedeschi, riuscì a stabilire una testa di ponte sul fiume Orel presso Tsarychanka. Dal 24 al 26 settembre le forze italo-tedesche riuscirono a resistere ai furiosi contrattacchi sovietici contro le teste di ponte sull'Orel. Il 28 settembre l'offensiva del CSIR riprese ed il 30 le truppe della Pasubio da nord-est, i bersaglieri della Celere da nord-ovest e i reggimenti della Torino da sud-est si incontrarono finalmente nel villaggio di Petrikowka, obiettivo della manovra a tenaglia, ponendo termine alla battaglia. In mano italiana restarono circa 10.000 prigionieri, mentre vennero distrutti 450 carri armati nemici. Nel suo piccolo la vittoria italiana a Petrikowka (costata quasi 90 morti e 200 feriti) contribuì all'occupazione tedesca di Poltava e di Kiev, ove i tedeschi catturarono 655.000 prigionieri sovietici.

Autunno 1941: avanzata nel bacino del Donetz[modifica | modifica sorgente]

Agli inizi di ottobre il CSIR venne schierato come ala sinistra della 1ª Armata Corazzata di von Kleist che stava avanzando nella grande zona industriale del bacino del fiume Severskij Donetz. Le truppe italiane erano attestate su un fronte di 100 chilometri lungo la riva occidentale del fiume Vovcha, a circa 60 km a est del Dniepr. Dal 9 all'11 ottobre il CSIR appoggiò con la 63ª Legione CC.NN. "Tagliamento" l'attacco di una divisione tedesca contro la città di Pavlograd, sulla riva orientale del fiume Vorscla, che venne infine conquistata, aprendo così la strada per l'avanzata verso il Severskij Donetz. A guidare l'avanzata verso la città di Stalino (l'attuale Donezk), circa 100 chilometri a sud-est di Pavlograd, fu la divisione Celere (la Pasubio era ancora bloccata a Pavlograd in attesa della costruzione di un nuovo ponte sul fiume Vorscla) con i suoi reggimenti di cavalleria e bersaglieri. Il 20 ottobre il 3º Reggimento bersaglieri, nonostante la strenua resistenza dei sovietici, riuscì ad occupare l'importante stazione ferroviaria a nord-ovest, mentre i tedeschi conquistarono il resto della città.

Il Comando tedesco, intenzionato a sfruttare al massimo l'avanzata verso il Donetz, non dando tregua al nemico in ritirata, ordinò di riprendere immediatamente l'offensiva, occupando anche le città minerarie di Rykovo(attuale Enakievo) e Gorlovka (Horlivka), a una trentina di chilometri a nord-est di Stalino. Il 22 ottobre, quindi, l'avanzata della Celere riprese. Dopo aspri combattimenti contro le retroguardie sovietiche in ritirata, il 1º novembre il 3° bersaglieri riusciva ad occupare la città di Rykovo, scacciandone tre divisioni nemiche (la 74ª, la 262ª e la 296ª), mentre il giorno successivo furono i reggimenti della Pasubio, dopo una lotta casa per casa, a conquistare Gorlovka. Nell'abitato di Nikitovka, a qualche chilometro a nord di Gorlovka, invece, l'80º Reggimento della Pasubio si trovò circondato dal 6 al 12 novembre da preponderanti forze sovietiche (la 74ª divisione fucilieri) e riuscì a sganciarsi e rientrare a Gorlovka solo grazie all'aiuto di altri reparti della Pasubio e della Celere e dell'aviazione, che ora operava dal vicino aeroporto di Stalino: la Battaglia di Nikitovka costò al CSIR centinaia di vittime, tra morti e feriti. La divisione Torino fu invece impegnata il 19 novembre in un combattimento presso il villaggio di Ubeschischtsche.

Con l'approssimarsi del temibile inverno russo era giunta infine l'ora di consolidare il fronte raggiunto, calcolando anche che il CSIR era ormai stremato, essendo avanzato in territorio nemico in poco più di un mese per più di 200 chilometri dalla testa di ponte di Dnepropetrovsk, nonostante le avverse condizioni meteorologiche dell'autunno russo (freddo, pioggia costante, piste nella steppa diventate fango che bloccava continuamente il movimento degli automezzi). Oltre alle difficoltà nelle operazioni offensive causate non solo dalla forte resistenza nemica, ma anche dalle grandi distanze, dalle pessime condizioni meteorologiche, dalla endemica mancanza di automezzi da un lato e di strade percorribili dall'altro (si dovettero perfino adattare le linee ferroviarie per renderle percorribili dagli automezzi), giova ricordare anche le grandi difficoltà logistiche causate dal ritardo dei treni che dovevano rifornire le truppe in avanzata di enormi quantità di derrate e di materiali. Di conseguenza, per le unità più esposte, si dovette spesso affidare agli aerei da trasporto il rifornimento di viveri, di munizioni, di indumenti di lana per l'inverno imminente e di materiali di più urgente necessità, oltre che lo sgombero dei feriti).

Inverno 1941-42: battaglie difensive[modifica | modifica sorgente]

Ormai bloccato dall'arrivo dell'inverno russo, con temperature che scendevano fino a 20, se non 30, gradi sotto zero[6], il CSIR utilizzò il resto del mese di novembre e le prime settimane di dicembre per attestarsi su una linea più corta e meglio difendibile. Le operazioni di rafforzamento del fronte durarono una decina di giorni, dal 5 al 14 dicembre, e furono chiamate la Battaglia di Chazepetovka, dal nome di un villaggio ad alcuni chilometri da Rykovo. Gli italiani (in particolare i fanti della divisione Torino) affrontarono il 95º Reggimento della Guardia, una formazione speciale della NKVD, oltre a squadroni di cavalleria cosacca e battaglioni di fanti siberiani.

Al termine della dura battaglia (costata 135 morti e più di 500 feriti) il CSIR si trovava ora schierato su una linea difensiva formata da capisaldi tra la città di Rykovo (oggi Enakievo) a ovest ed il fiume Mius a est; sul fianco sinistro, invece, a partire dal villaggio di Debaltseve, era attestata la 17ª Armata tedesca. Proprio su questa linea i sovietici, meglio abituati e più attrezzati a resistere ai rigori dell'inverno russo rispetto agli italo-tedeschi, il giorno di Natale scatenarono una pesante offensiva, poi denominata Battaglia di Natale, che investì in pieno il 3º Reggimento bersaglieri e la Legione "Tagliamento". Un battaglione di bersaglieri fu accerchiato per dieci ore prima di riuscire a ritirarsi. Il CSIR comunque riuscì a riorganizzarsi e tra il 26 ed il 28 dicembre le divisioni Pasubio e Celere, insieme a un reggimento e una formazione di panzer tedeschi, fecero scattare la controffensiva, che consentì di riprendere le posizioni perse nel corso dell'attacco sovietico di Natale (la battaglia costò 168 morti, 715 feriti e quasi 210 dispersi). A fine gennaio il CSIR dovette invece soccorrere con alcuni reparti le truppe tedesche della 17ª Armata tedesca in difficoltà nell'area di Izium (100 chilometri a nord di Gorlovka), dove i sovietici avevano sfondato il fronte penetrando nelle retrovie per un centinaio di chilometri.

Da gennaio a marzo del 1942 il CSIR, scarsamente impegnato in azione[7] fu potenziato[8] con nuove unità giunte dall'Italia: Battaglione alpini sciatori ''Monte Cervino'', 6º Reggimento bersaglieri, 120º Reggimento artiglieria. Il 4 giugno 1942 il CSIR passò alle dipendenze della 17ª Armata tedesca; dal 9 luglio, infine, il CSIR entrò a far parte dell'ARMIR[9] con la denominazione di XXXV Corpo d'armata. Fino a quel momento il CSIR, su un totale di circa 62 000 uomini, aveva avuto oltre 1 600 morti, 5 300 feriti, più di 400 dispersi e oltre 3 600 colpiti da congelamento[10].

Armata Italiana in Russia[modifica | modifica sorgente]

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Soldati dell'ARMIR in URSS nel 1942
« La popolazione russa ben presto s'era istintivamente accostata agli alpini; la gente d'Ucraina aveva trovato via d'intesa con gli uomini dalla penna nera e si mostrava larga di simpatia e di attenzioni verso quei ragazzi gioviali; offriva spontanea ospitalità nelle isbe e si intratteneva volentieri a conversare fino a tardi »
(Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio, Mursia)

L'Armata Italiana in Russia[11] (la denominazione ufficiale del Corpo di spedizione inviato sul Fronte Orientale) venne costituita nel luglio 1942 su specifica richiesta dei vertici militari tedeschi che nella primavera del 1942 hanno bisogno di divisioni per continuare l'avanzata in territorio russo[12] e designata come 8ª Armata. Da un punto di vista prettamente teorico non vi era identità tra l'8ª Armata e l'ARMIR poiché sotto la prima furono dipendenti anche formazioni provenienti da altre nazioni, mentre la seconda avrà la capacità di distaccare proprie divisioni sotto altri comandi[13]. L'armata era strutturata su un nucleo di unità direttamente dipendenti dal comando di Armata, sul II Corpo d'Armata, il XXXV Corpo d'Armata (ex CSIR) ed il Corpo d'Armata Alpino, come segue:

All'autunno del 1942 l'8ª Armata guidata dal generale Italo Gariboldi metteva quindi in campo:

Operazioni di guerra dell'ARMIR[modifica | modifica sorgente]

Luglio e Agosto 1942: la partenza verso la Russia[modifica | modifica sorgente]

La prima delle divisioni alpine a lasciare l'Italia è la Tridentina il 14 luglio 1942, seguita dalla Cuneense il 27 luglio. La Julia invece partirà solo verso ferragosto a causa della necessità di ristabilire gli effettivi dopo le perdite subite in Grecia. Prima di partire ad alcuni ufficiali viene offerta la possibilità di acquistare dall'esercito il fucile mitragliatore Beretta nonché le relative pallottole. Molti soldati saranno disposti a spendere mille lire per il fucile e dieci lire a pallottola impauriti dalle notizie sul fucile parabellum in dotazione ai reparti russi[20]. Dopo un lunghissimo viaggio su convogli di carri merce attraverso Monaco, Lipsia, Varsavia, Minsk, Gomel, Charkiv e Izjum in cui gli alpini bevvero e cantarono nenie di lutto[21][22] le penne nere dovettero affrontare 500 km di marcia a piedi per raggiungere la linea del fronte, con tappe giornaliere dai 32 ai 40 km.

Estate 1942: avanzata e posizionamento sul Don[modifica | modifica sorgente]

Il battesimo del fuoco toccò alla Tridentina, sul finire dell'agosto 1942. L'ARMIR venne proprio in questo periodo posta alle dipendenze del Gruppo di Armate B[23] tedesco e venne destinata alla protezione del fianco sinistro delle truppe impegnate nella battaglia di Stalingrado[24]. Tra l'inizio e la metà di agosto l'ARMIR si schierò, infine, lungo il bacino del Don[25], tra la 2ª Armata ungherese a nord e la 6ª Armata tedesca, sostituita a fine settembre dalla 3ª Armata romena, a sud. La prima avvisaglia che quello degli italiani non sarebbe stato un settore facile avvenne tra il 30 luglio e il 13 agosto a Serafimovic (a circa 150 chilometri a nord-ovest di Stalingrado): qui, a un primo tentativo dei sovietici di oltrepassare il Don, si opposero tenacemente i bersaglieri della Celere (i sovietici persero la testa di ponte, ma il prezzo in vite umane per gli italiani fu alto)[26].

Prima battaglia difensiva del Don e carica di Isbuscenskij[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima battaglia difensiva del Don e Carica di Isbuscenskij.

Tra il 20 agosto 1942 e il 1º settembre le truppe sovietiche scatenarono un'offensiva di vaste proporzioni contro i reparti ungheresi, tedeschi e italiani, che subirono il peso maggiore dell'attacco, schierati nell'ansa settentrionale del Don. Nel settore dell'ARMIR, i russi erano riusciti a stabilire due teste di ponte nei villaggi di Bobrovskij (presso Serafimovic) e Kremenskaya (a circa 40 chilometri a est di Serafimovic) e da qui colpirono con tre divisioni (97ª, 203ª e 14ª della Guardia) la divisione Sforzesca, composta da elementi al battesimo del fuoco e sfiancati dalle lunghe marce per raggiungere il fronte (anche 50 chilometri al giorno). L'ordine di resistere a ogni costo su un fronte di 25 chilometri fu eseguito dalla Sforzesca con abnegazione, ma dopo due giorni di aspri combattimenti la divisione venne travolta. Gli italiani riuscirono a chiudere la pericolosa falla intervenendo con reparti della Celere, tra cui il Savoia Cavalleria e un battaglione di Camicie Nere, il Battaglione alpini sciatori "Monte Cervino" e in seguito anche la 2ª Divisione alpina "Tridentina".

Il generale Messe, per allentare la pressione, ordinò anche di caricare con la cavalleria: i Lancieri di Novara attaccarono il 20 agosto a Yagodnij, mentre il 24 agosto il Savoia Cavalleria con i suoi seicento uomini caricò duemila sovietici nell'episodio di Isbuscenskij, passato agli annali come l'ultima carica della cavalleria italiana nella storia. Alla fine il fronte venne mantenuto e le divisioni sovietiche, dopo aver perso metà dei loro effettivi, dovettero ritirarsi rinunciando all'obiettivo di raggiungere la rotabile Bolshoy-Gorbatovskij alle spalle della prima linea italiana, venti chilometri a sud del fiume Don, ma le teste di ponte erano state consolidate e a Verchnij Mamon, circa 200 chilometri a ovest del settore della Sforzesca, i sovietici erano riusciti a stabilire una robusta testa di ponte sulla riva destra del Don, utile per le future offensive, strappando il terreno alle divisioni Ravenna e Cosseria e al 318º Reggimento tedesco. In queste circostanze, il rapporto fra reparti tedeschi e italiani si dimostrò sempre più difficile, tanto che, rievocando quelle vicende, il generale Messe scriverà: "Il contegno [del 17º corpo germanico] giustificava il sospetto di cosciente malafede, intesa a trar profitto dal sacrificio delle truppe italiane a vantaggio della propria situazione, con tanta sfrontata spregiudicatezza da sollevare un senso di profonda indignazione".

Schieramento dell'ARMIR sul Don[modifica | modifica sorgente]

Settembre e ottobre trascorsero tranquillamente, con le truppe italiane disposte a difesa di un tratto di fronte lungo circa 270 km[27](da Belegore a nord-ovest fino a Veshenskaya a sud-est): l'ampiezza era tale che tutte le divisioni erano schierate in prima linea, con l'eccezione della Vicenza (impegnata a contrastare i partigiani nelle retrovie) e del Raggruppamento Barbò (giudicato inadatto al ruolo di difesa statica). A partire da nord-ovest, il fianco sinistro da Belegore a Novo Kalitva era costituito dal Corpo d'Armata alpino (divisioni Tridentina, Julia e Cuneense con alle spalle la Vicenza), al centro da Novo Kalitva a Sukhoy Donets c'erano il II Corpo d'Armata (divisioni Cosseria e Ravenna) ed il XXXV Corpo d'Armata (ex CSIR, ora formato dalla divisione Pasubio e dalla 298ª Divisione tedesca), all'ala destra da Sukhoy Donetz fino a Veshenskaya si trovava il XXIX Corpo d'Armata tedesco (divisioni Torino, Celere, Legione Croata, 62ª Divisione tedesca[28] e divisione Sforzesca, ancora in fase di riorganizzazione dopo la disastrosa battaglia di fine agosto)[29].

Alle estremità dello schieramento italiano si trovavano, invece, altre due deboli armate alleate: a nord la 2ª Armata ungherese, sul fianco destro la 3ª Armata rumena che, entrata in linea solo nei primi giorni di ottobre, prese le difese del pericoloso settore di Serafimovič sostituendo i reparti italiani. Proprio da questa testa di ponte avrebbe preso il via il 19 novembre 1942 la grande operazione Urano dell'Armata Rossa che in pochi giorni avrebbe sbaragliato le pur combattive divisioni rumene, male equipaggiate e scarsamente dotate di armi anticarro, dando inizio all'interminabile reazione a catena che avrebbe rovinosamente coinvolto in dicembre anche l'armata italiana.

Dicembre 1942: primo sfondamento della linea italiana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda battaglia difensiva del Don e Operazione Piccolo Saturno.

Già il 19 novembre, l’Armata Rossa aveva lanciato una massiccia offensiva volta ad accerchiare le truppe tedesche della 6ª Armata di Paulus bloccate a Stalingrado. L'azione aveva portato all'annientamento della 3ª Armata romena, schierata a sud-est dell'ARMIR. All'alba del 16 dicembre l'offensiva sovietica (operazione Piccolo Saturno, prima fase della Seconda battaglia difensiva del Don) si scatenava anche contro le linee tenute dal II Corpo dell'ARMIR, che custodiva il settore centrale del fronte italiano; l'attacco sovietico non colse di sorpresa i reparti italiani, visto che già dall'11 dicembre erano in corso scaramucce e piccoli scontri lungo il fronte. Il primo attacco russo, proveniente dal saliente di Verchnij Mamon, fu respinto[30], ma il 17 dicembre i sovietici impiegarono le loro truppe corazzate e l'aviazione, travolgendo le linee della Ravenna e obbligandola alla ritirata. Nello stesso tempo, a sud-est, vennero distrutti anche i resti della 3ª Armata rumena. L'obiettivo della grande manovra era congiungere le due braccia della tenaglia, costituite da gruppi corazzati, alle spalle dello schieramento italo-tedesco-rumeno tra Novo Kalitva e Veshenskaya. Gariboldi tentò di tappare le varie falle come meglio poté, spostando reparti da una posizione all'altra, ma il ripiegamento senza preavviso della 298ª divisione germanica, schierata tra la Ravenna a sinistra e la Pasubio a destra, finì per mettere ancora più in crisi il già traballante fronte. Il 19 dicembre le avanguardie corazzate sovietiche avevano già raggiunto Kantemirovka, a 40 chilometri all'interno della linea italiana del Don, trenta chilometri più a sud raggiunsero Certkovo, e il 21 dicembre le due colonne russe provenienti da nord e da est si incontrarono a Degtevo, a circa settanta chilometri a sud di Sukhoy Donetz, chiudendo di fatto il XXXV Corpo d'armata italiano e il XXIX Corpo d'Armata tedesco in un'immensa sacca.

Quasi prive di mezzi di trasporto e di carburante (anche i carri leggeri L6/40 andarono quasi tutti persi sotto la forza dell'attacco sovietico), costrette a vagare a piedi in cerca di una via di scampo dall'accerchiamento, le divisioni di fanteria dell'ARMIR, composte da decine di migliaia di uomini ormai difficilmente controllabili, finirono in gran parte annientate, falcidiate dalla fame e dal freddo micidiale (30 gradi sotto zero) e sottoposte non solo agli attacchi delle colonne corazzate nemiche, ma anche dei reparti partigiani che agivano alle loro spalle[31].

Elementi delle divisioni Torino e Pasubio, insieme ai tedeschi della 298ª, riuscirono a resistere a Certkovo, circondati dai russi. Nella conca di Arbuzovka, invece, si consumò un dramma: 20-25.000 perdite tra morti, dispersi e prigionieri, solo pochi gruppi riuscirono a sfuggire all'accerchiamento. L'offensiva sovietica non coinvolse il Corpo d'Armata alpino, che continuò a tenere le sue posizioni sul Don. La Divisione Julia, sostituita sulla linea del fronte dalla Divisione Vicenza, fu schierata, insieme al XXIV Corpo d'Armata tedesco, sul fianco destro, lasciato scoperto dalla disfatta del II Corpo. La Julia si attestò sul fiume Kalitva, dove si dissanguò in continui combattimenti per mantenere il fronte. Intanto sul Don, ormai coperto di ghiaccio resistente e quindi transitabile anche per i carri armati, i sovietici apprestavano la seconda fase dello sfondamento.

Gennaio 1943: secondo sfondamento e ritirata del Corpo d'Armata alpino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Offensiva Ostrogorzk-Rossoš.

Il 12 gennaio 1943 i sovietici diedero il via all'offensiva Ostrogorzk-Rossoš (seconda fase della Seconda battaglia difensiva del Don), travolgendo la 2ª Armata ungherese, schierata a nord del Corpo d'Armata alpino. Il giorno seguente investirono i resti delle fanterie italiane schierate insieme al XXIV Corpo d'Armata tedesco sull'esile fronte di circa 40 chilometri tra la confluenza Kalitva-Don a nord e Kantemirovka a sud, puntando a ovest su Rovenki, dove erano trincerati i resti della Cosseria, e a nord-ovest sulla città di Rossoš, dove c'era il comando del generale Nasci. Ormai il Corpo d'Armata alpino era chiuso in una sacca che includeva le divisioni Julia, Cuneense, Tridentina e Vicenza.

L'ordine di ripiegare dal Don venne dato (con molto ritardo, per volontà di Italo Gariboldi) solo il 17 gennaio. A Podgornoje, venti chilometri a nord di Rossoš, dove il 18 gennaio confluirono sbandati italiani, ungheresi e tedeschi, il caos divenne indescrivibile[32]. In testa alle colonne in ritirata si misero i reparti della Tridentina in grado di affrontare la battaglia. Anche i resti della Vicenza riuscirono in qualche modo ad aprirsi la strada verso ovest. Più a sud, invece, Julia e Cuneense dovettero sacrificarsi contro le forze corazzate sovietiche per evitare che il fianco sinistro della ritirata crollasse, mettendo in crisi l'intera operazione di sganciamento[33]. Il 21 gennaio Gariboldi avvertì il generale Nasci che Valuyki era caduta in mano russa e ordinò di puntare venti chilometri più a nord su Nikolajevka, che si trovava a circa 50 chilometri a ovest delle avanguardie italiane. Tale segnalazione però non arrivò mai ai reparti superstiti della Julia e della Cuneense, che continuavano a combattere battaglie di retroguardia sul fianco sinistro della Tridentina[34]. Il 22 gennaio vennero annientati gli ultimi superstiti della Julia, tra il 25 e il 26 fu la volta dei resti della Cuneense e della Vicenza, catturati dai russi presso Valuyki. La Tridentina, invece, dovette affrontare gli ultimi due ostacoli per uscire dalla sacca: i villaggi di Arnautovo e Nikolajevka (Nikolajevka ora si chiama Livenka). A mezzogiorno del 26 gennaio, finalmente, dopo un'ultima sanguinosa battaglia, dopo aver lasciato sul campo morti e feriti in grande quantità, la Tridentina riuscì a rompere l'accerchiamento sovietico.

In dieci giorni, le tre divisioni alpine, la Divisione Vicenza, alcune unità tedesche del XXIV Corpo e una gran massa di sbandati italiani, rumeni ed ungheresi, avevano coperto più di 120 km in condizioni climatiche proibitive (neve alta e temperature tra i −35° e i −42°), con pochi mezzi di trasporto e vestiario insufficiente, sottoposte ad incessanti attacchi di truppe regolari e di partigiani sovietici[35]. Il 30 gennaio i sopravvissuti del Corpo d'Armata alpino (insieme a 16 000 tra tedeschi ed ungheresi) si raccolsero a Šebekino, dove poterono finalmente riposare dopo 350 chilometri di marce estenuanti e dopo tredici battaglie. Gravissime in particolare le perdite delle divisioni alpine: dei 57 000 alpini partiti per la Russia, ne ritornarono solo 11 000[36].

Con la sostanziale distruzione dell'ARMIR ebbe di fatto termine la partecipazione italiana alla campagna sul fronte orientale[37]. A partire dal 6 marzo, i sopravvissuti delle divisioni italiane verranno progressivamente rimpatriati. Alcune unità italiane continuarono comunque ad operare sul fronte orientale: cinque battaglioni di truppe chimiche addette alla creazione di nebbia artificiale operarono nei porti del Baltico fino alla fine della guerra, come pure l'834º ospedale da campo, attivo in Russia. Singoli soldati o ufficiali italiani si offrirono volontari e combatterono all'interno di unità della Wehrmacht sul fronte orientale, anche se non ci sono dati precisi sul loro numero.

La componente navale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi 101ª Flottiglia MAS e XIIª Squadriglia MAS.

Tra i reparti italiani inviati sul fronte orientale vi era anche una piccola unità della Regia Marina, distaccata dalla Xª Flottiglia MAS su esplicita richiesta tedesca per operare nel Mar Nero. L'unità, designata come 101ª Flottiglia MAS e posta al comando del capitano di fregata Francesco Mimbelli, era inizialmente composta da quattro MAS (aumentati poi a sette), sei sommergibili tascabili classe CB, cinque motoscafi siluranti e cinque barchini esplosivi.

L'unità venne trasferita via terra fino alle coste del Mar Nero (ove giunse nel maggio del 1942), con il nominativo di "Autocolonna M.O. Moccagatta" facendo base nei porti di Jalta e Feodosia, sulla penisola di Crimea. I MAS e i sommergibili italiani vennero subito coinvolti nelle operazioni contro la fortezza sovietica di Sebastopoli, attaccando il traffico da e verso la piazzaforte. Caduta la città (4 luglio 1942), l'unità venne spostata nel Mar d'Azov per fornire protezione al traffico navale tedesco, per poi continuare con le missioni di pattugliamento lungo le coste controllate dai sovietici.

La mancanza di combustibile e il cattivo andamento del conflitto influirono pesantemente sulle attività dei mezzi italiani. Il 20 maggio 1943 i MAS superstiti vennero ceduti alla Kriegsmarine, e gli equipaggi rimpatriati. I sommergibili continuarono ad operare con equipaggi italiani fino all'agosto del 1943 dalla base di Sebastopoli. A seguito dell'armistizio italiano reso noto col proclama Badoglio dell'8 settembre 1943, gli equipaggi vennero internati dai tedeschi, mentre i mezzi (ormai in pessimo stato di manutenzione) vennero acquisiti dai romeni, per finire poi nelle mani dei sovietici a Costanza nel 1944.

Durante la sua attività, l'unità riuscì ad affondare 3 navi da trasporto e 3 sommergibili sovietici, oltre a danneggiare l'incrociatore Molotov e il cacciatorpediniere Kharkov. Le perdite ammontarono ad un CB e a due MAS.

Un'altra piccola unità navale italiana operò tra il 15 agosto e il 22 ottobre 1942 sulle sponde del lago Ladoga, in appoggio alle truppe tedesche e finlandesi impegnate nell'assedio di Leningrado. L'unità, denominata XIIª Squadriglia MAS, era comandata dal capitano di corvetta Bianchini, e disponeva di soli due MAS. Impegnata nella caccia al traffico navale sovietico (che costituiva l'unica via di rifornimento verso la città assediata), l'unità affondò una cannoniera e un trasporto. Con il sopraggiungere dell'inverno, i MAS vennero ceduti ai finlandesi, e gli equipaggi italiani rimpatriati.[38]

Comandanti[modifica | modifica sorgente]

Le perdite[modifica | modifica sorgente]

Tra il 5 agosto 1941 e il 30 luglio 1942, il CSIR ebbe 1.792 morti e dispersi, e 7.858 feriti e congelati. Tra il 30 luglio 1942 e il 10 dicembre 1942, l'ARMIR ebbe 3.216 morti e dispersi, e 5.734 feriti e congelati. Per quanto riguarda le perdite durante la battaglia sul Don e la ritirata (11 dicembre 1942 - 20 marzo 1943), le cifre ufficiali parlano di 84.830 militari che non rientrarono nelle linee tedesche, e che furono indicati come dispersi, oltre a 29.690 feriti e congelati che riuscirono a rientrare. Le perdite ammontarono quindi a 114 520 militari su 230 000[39]. Andarono inoltre perduti il 97% dei cannoni, il 76% di mortai e mitragliatrici, il 66% delle armi individuali, l'87% degli automezzi e l'80% dei quadrupedi.[40]

Circa il destino dei dispersi, l'unico dato certo è che a partire dal 1946 vennero rimpatriati dalla Russia 10.030 prigionieri di guerra italiani (gli ultimi 28 prigionieri, tra cui il maggiore MOVM Alberto Massa Gallucci furono rilasciati nel 1954, a oltre undici anni dall'armistizio del 3 settembre 1943); è quindi possibile calcolare che 74.800 militari italiani morirono in Russia, in quattro distinte fasi: durante i combattimenti sul Don; di stenti durante la ritirata; durante le marce di trasferimento verso i campi di prigionia, le famigerate "marce del Davaj" (dalla parola usata come incitamento dai soldati russi di scorta) e i successivi trasferimenti in treno; e durante la prigionia stessa. Ripartire i caduti tra le diverse fasi è molto difficile: come dato orientativo e molto discusso, si parla di circa 50.000 italiani morti nei campi di prigionia, durante il viaggio per raggiungerli o, seppure in cifre inferiori rispetto ai soldati tedeschi, uccisi nei momenti immediatamente successivi la cattura, sorte che toccava in particolar modo a chi non era in grado di compiere la marcia verso i campi di prigionia (feriti, congelati gravi, ammalati).

L'alto numero di "dispersi" è dovuto all'impossibilità di accertarsi in quale delle precedenti fasi era caduto il soldato, infatti le registrazioni da parte delle autorità russe furono fatte solo per coloro che raggiunsero i campi di prigionia, e anche tra costoro ve ne furono molti deceduti prima di essere registrati. Con l'apertura degli Archivi Russi si è riuscito a dare una data e un luogo di morte certa a migliaia di "dispersi". Per altri sono state utilizzate le testimonianze dei, pochi, superstiti dalla prigionia rese una volta tornati in Italia.[41] L'UNIRR, citando fonti delle autorità russe, calcola in 95 000 il numero degli italiani dispersi. Di questi, circa 25 000 caddero nelle battaglie sul Don e durante la ritirata, mentre 70 000 furono presi prigionieri. Ne consegue che i morti in prigionia furono circa 60 000.[42][43]

Circa il trattamento dei prigionieri italiani catturati dai sovietici, è stato oggetto di alcune polemiche politiche il ruolo avuto da Palmiro Togliatti, che non avrebbe fatto nulla per riportare a casa i prigionieri italiani.[44] L'alto numero di decessi tra i prigionieri italiani è da imputarsi alla disorganizzazione del sistema di smistamento sovietico, sopraffatto dall'altissimo numero di prigionieri dell'Asse catturati nel corso delle offensive invernali (quasi mezzo milione tra tedeschi, romeni, italiani e ungheresi); impreparati a gestire una simile massa di prigionieri, i sovietici non furono in grado di garantire le condizioni minime di sopravvivenza ai militari catturati, sia durante i viaggi di trasferimento, che videro i soldati di scorta eliminare coloro che non erano più in grado di proseguire la marcia, sia durante i primi mesi nei campi di prigionia, dove le condizioni dei prigionieri favorirono lo scatenarsi di epidemie. Il numero dei decessi fu infatti molto elevato nei primi mesi di prigionia, per poi attestarsi su livelli più fisiologici a partire dall'estate del 1943.[45][41]

Sette prigionieri italiani furono processati e condannati ai lavori forzati dai tribunali sovietici per crimini di guerra; graziati nel 1954, vennero liberati assieme agli altri prigionieri. I sovietici chiesero inoltre l'estradizione di altri 12 militari italiani, richiesta che non venne accolta dal Governo italiano.[46] A seguito di una lunga campagna promossa dai reduci per la restituzione delle salme dei caduti, solo nel 1989 fu possibile la restituzione dei primi resti. In seguito fu consentito dalle autorità russe l'accesso a 72 dei molti cimiteri di guerra italiani in quel territorio e sono state iniziate le operazioni di rimpatrio di circa 4 000 salme. Ai caduti della guerra di Russia è dedicato un tempio a Cargnacco, presso Udine, ove sono raccolti anche gli ignoti.

In Italia, il riconoscimento giuridico della qualità di ente morale dell'Associazione dei Reduci è stato numerose volte chiesto ed altrettante rifiutato, sino al 1996[senza fonte], quando il Ministero della Difesa con Decreto Ministeriale del 20 novembre 1996[47], concesse all'UNIRR - Unione Nazionale Italiana dei Reduci di Russia l'agognato riconoscimento. Meritoria è l'azione dei componenti dell'UNIRR che attraverso memoriali, difficili ricerche negli archivi ex-sovietici e visite dirette sui luoghi ricercano, e spesso trovano ancora oggi, le fosse comuni dei gulag e dei campi di transito dove furono frettolosamente inumati i caduti italiani prigionieri dei sovietici.

Il falso storico del bollettino sovietico n. 630[modifica | modifica sorgente]

Almeno dal 1958 prese a circolare la citazione di un presunto bollettino n. 630 del Comando supremo sovietico emesso da Radio Mosca l'8 febbraio 1943, il quale affermava che «solo il corpo alpino italiano deve ritenersi invitto in terra di Russia» o che «soltanto il Corpo d'armata alpino deve ritenersi imbattuto sul suolo di Russia», o ancora che «soltanto il Corpo d'armata alpino italiano deve ritenersi imbattuto sul suolo di Russia», a seconda delle vulgate.

Solo a partire dagli anni Ottanta le indagini storiografiche e quelle ufficiali del corpo degli alpini dimostrarono che né il vero bollettino n. 630 né altri di quel periodo riportano una simile affermazione[48]. Ricerche in tal senso furono svolte personalmente anche da Mario Rigoni Stern e anch'egli concluse che quella citazione era falsa e che «chi da noi l'ha scritta, e poi divulgata in mala fede, ben poco sapeva di quella realtà: ben altro avevano i russi da pensare con il passo delle Armate tedesche sul cuore!»[49].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Andrea Molinari, Da Barbarossa a Stalingrado, Hobby & Work, 2007, ISBN 978-88-7851-537-6
  2. ^ Constantino De Franceschi, Giorgio de Vecchi, Fabio Mantovani, Le operazioni delle unità italiane al fronte russo (1941-1943). Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, Roma 1993
  3. ^ Giuseppe Santoro, L'Aeronautica italiana nella seconda guerra mondiale. Edizioni Esse, Roma 1957
  4. ^ Ettore Lucas, Giorgio De Vecchi, Storia delle unità combattenti della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Volpe, 1976.
  5. ^ I carri armati italiani da tre tonnellate erano nettamente inferiori come peso (nonché come spessore della blindatura) anche nei confronti dei carri armati leggeri in dotazione all'Armata Rossa nel 1941, come i vari BT, che spaziavano dalle 10 alle 15 tonn. e i T-26 da 10,5 tonn., per non parlare dei carri armati medi, tutti superiori alle 28 tonnellate.
  6. ^ A queste temperature ogni problema si accentuava: il rancio e le bevande (acqua e vino) gelavano e dovevano essere sgelati sulla fiamma, il rischio congelamento era sempre in agguato (i turni di guardia erano limitati a mezz'ora), era impossibile muoversi velocemente sulla neve senza sci e racchette, perfino l'olio anticongelante delle armi automatiche si rapprendeva e i motori dovevano stare quasi sempre in movimento, perché altrimenti sarebbe stato quasi impossibile farli ripartire.
  7. ^ Le truppe italiane erano, comunque, sempre impegnate in azioni di rastrellamento nelle retrovie in funzione anti-partigiana, un compito che il Comando germanico lasciava volentieri alle forze dei paesi alleati (Romania, Ungheria e, appunto, Italia), che erano prive di efficaci reparti corazzati ed erano quindi considerate più adatte a svolgere questo tipo di operazioni di retroguardia e di controllo del territorio e delle vitali vie di comunicazione.
  8. ^ Mussolini già nel luglio 1941 aveva offerto a Hitler la possibilità di inviare sul fronte orientale altri reparti, in particolare due Corpi d'armata, ma il Führer accettò tale offerta (che porterà alla costituzione dell'ARMIR) solo alla fine del dicembre 1941, ovvero successivamente alla crisi del fronte tedesco dovuta alla controffensiva invernale sovietica. La Germania, insomma, di fronte alla propria crisi mostrava chiaramente di avere bisogno dell'aiuto degli alleati e per incoraggiarli venne prospettata la possibilità di una rapida vittoria contro l'URSS (Andrea Molinari, Da Barbarossa a Stalingrado, Hobby & Work).
  9. ^ È scritto nel volume La Seconda Guerra Mondiale, curato da Enzo Biagi: «All'inizio del 1942 l'atteggiamento di Hitler nei confronti della partecipazione italiana in Russia è radicalmente mutato. Nell'estate del 1941 era stato Mussolini, ossessionato dall'idea che l'Italia dovesse entrare in guerra contro il bolscevismo, a forzare la volontà di Hitler, che non voleva italiani sul fronte orientale, deluso dalla infelice campagna di Grecia e a conoscenza della cronica debolezza dei nostri armamenti. Ora, la considerazione tedesca per l'alleato era molto diversa, dopo le prove date dal CSIR: la conquista di Stalino e del bacino del Donez, ma soprattutto la "Battaglia di Natale", che aveva visto gli italiani non solo resistere all'attacco sovietico, ma a loro volta contrattaccare e contenere l'Armata Rossa. Gli italiani, insomma, agli occhi del Führer hanno positivamente superato il difficile esame dell'inverno [...] Sull'onda della pervicace illusione hitleriana che il 1942 fosse l'anno decisivo per piegare la Russia e ignorando quali enormi capacità di resistenza, recupero e potenza offensiva ha l'Armata Rossa, Mussolini decide la costituzione di un esercito più robusto per il fronte russo. Così come inutilmente, ma anche debolmente, il Capo di Stato Maggiore Cavallero si era opposto all'idea del CSIR nel 1941, nel 1942 Messe, forte dell'esperienza della prima fase della campagna, cercherà di sconsigliare l'estensione dell'impegno italiano. Per Messe il problema è quello di dare più che altro il cambio alle tre divisioni (Pasubio, Torino e Celere) duramente provate... L'anno prima, quando aveva deciso la costituzione del CSIR, Mussolini si sentiva in debito con i tedeschi per l'aiuto in Grecia e non voleva essere da meno degli slovacchi (che avevano inviato una legione sul fronte orientale), ora vuole ripagare ancora Hitler per l'aiuto che questi continuava a dargli sul fronte libico-egiziano con l'Africa-Korps. Viene dunque decisa la costituzione dell'ARMIR...».
  10. ^ Enzo Biagi, La Seconda Guerra Mondiale, Fabbri Editori.
  11. ^ A proposito della rilevanza strategica per l'Italia di inviare un'intera armata in URSS possiamo riportare un'interessante osservazione di Andrea Molinari: «Per quanto la decisione di Mussolini di costituire l'ARMIR sia stata spesso definita come dettata dalla mancanza di una strategia e dallo stato di sudditanza nei confronti della Germania, in realtà la decisione italiana fu piuttosto il risultato delle errate valutazioni circa i possibili sviluppi della guerra e frutto della mancanza di vere alternative [...] Mussolini ipotizzò a fine dicembre 1941 una guerra di lunga durata (almeno altri tre o quattro anni) per vincere la quale sarebbe stato necessario sconfiggere la Gran Bretagna, un obiettivo che non poteva essere raggiunto con l'invasione delle isole britanniche, ma che, per Mussolini, poteva essere conseguito colpendo i "centri vitali" britannici, ovvero il Canale di Suez e l'intera area del Medio Oriente, spezzando così il fronte nemico e privando gli inglesi delle loro riserve petrolifere. Dato che l'esperienza aveva mostrato che un attacco contro Suez e il Medio Oriente era tutt'altro che facile dalla Libia, le uniche possibilità di successo potevano risiedere solo in un attacco concentrico che doveva muovere sia dalla Libia sia dal Caucaso. Sotto questa ottica la decisione di rafforzare in maniera significativa la presenza italiana sul fronte russo aveva un chiaro significato strategico. In primo luogo, dato che il rafforzamento seguiva una precisa richiesta di Hitler (lettera del 29 dicembre 1941), l'Italia poteva presentarsi come alleata "alla pari" della Germania (un ruolo che Mussolini poteva fare valere in futuro); in secondo luogo, tale potenziamento avrebbe permesso all'Italia di prendere parte alle operazioni nel Medio Oriente anche dalla regione del Caucaso». (Andrea Molinari, Da Barbarossa a Stalingrado, Hobby & Work).
  12. ^ I vertici militari tedeschi richiesero che i due Corpi d'armata dell'ARMIR partissero dal primo maggio e dal primo giugno, allo scopo di assicurare la loro presenza in tempo per l'offensiva verso il Caucaso. In realtà solo tra il 17 giugno ed il 7 luglio ebbe luogo il trasferimento in URSS del comando dell'ARMIR e del II Corpo d'armata, il cui raduno nella zona di Charkiv si completò alla metà di luglio (Andrea Molinari, Da Barbarossa a Stalingrado, Hobby & Work).
  13. ^ Alfio Caruso, Tutti i vivi all'assalto, pag. 31, TEA, ISBN 978-88-502-0912-5
  14. ^ La presenza massiccia di truppe di montagna in una guerra che si svolge nella steppa a prima vista appare ingiustificata. In realtà il Corpo d'Armata alpino, con truppe reduci dalle dure esperienze delle montagne greco-albanesi, è destinato al Caucaso, dove i piani ambiziosi dei tedeschi prevedono di arrivare nell'estate del '42 (Enzo Biagi, La Seconda Guerra Mondiale, Fabbri Editori).
  15. ^ S. Fabei, La legione straniera di Mussolini, Mursia, Milano 2008, pag. 266.
  16. ^ Alfio Caruso, Tutti i vivi all'assalto pag. 33, TEA, ISBN 978-88-502-0912-5
  17. ^ Andrea Molinari (Da Barbarossa a Stalingrado, Hobby & Work) scrive che in realtà sul fronte orientale non giunsero mai autoblindo e semoventi, ma solo carri leggeri L6/40.
  18. ^ Il capo di stato maggiore dell'esercito, generale Cavallero, già in fase di costituzione dell'ARMIR aveva insistito molto perché le carenze negli automezzi e nell'armamento controcarro necessario per difendersi dai carri armati sovietici fossero colmate da parte tedesca (una richiesta legittima dal momento che le unità stavolta erano state richieste da parte tedesca), Mussolini però non poteva accettare una soluzione del genere, perché avrebbe sminuito il peso politico dell'intervento italiano, influendo ancora una volta sullo stato dei rapporti italo-tedeschi. In ogni caso, il 6 febbraio 1942, a una nota in cui il Comando supremo italiano faceva presente le carenze di automezzi e pezzi controcarro, i vertici militari tedeschi risposero che i materiali disponibili non erano sufficienti neanche per le unità tedesche. Il Comando supremo germanico osservò, comunque, di non preoccuparsi troppo, dato che gli stessi sovietici probabilmente nel 1942 sarebbero stati equipaggiati assai peggio rispetto al 1941 (Andrea Molinari, Da Barbarossa a Stalingrado, Hobby & Work).
  19. ^ Da parte tedesca non si aveva una grande opinione delle capacità dei reparti alleati di resistere in modo autonomo, per questo solitamente venivano schierate in appoggio divisioni della Wehrmacht. In ogni caso, a dicembre, al momento dell'offensiva sovietica contro il settore italiano, a sostenere quel tratto di fronte insieme all'ARMIR resteranno solo le seguenti unità tedesche: la 298ª divisione ed aliquote di scarsa consistenza della 385ª divisione di fanteria e della 27ª divisione corazzata. Gli altri reparti tedeschi in origine schierati con gli italiani erano ormai impegnati in altri settori pure sottoposti alla grande pressione dei sovietici (Andrea Molinari, Da Barbarossa a Stalingrado, Hobby & Work).
  20. ^ La vicenda è raccontata in Tutti i vivi all'assalto di Alfio Badeschi a pag. 33, TEA, ISBN 978-88-502-0912-5. Tra gli ufficiali che acquistarono il fucile mitragliatore vi era anche un giovanissimo Peppino Prisco
  21. ^ Alfio Caruso, Tutti i vivi all'assalto pag. 36, TEA, ISBN 978-88-502-0912-5
  22. ^ Opuscolo "L'armata scomparsa", allegato al settimanale Panorama n. 1348 del 10/02/1992
  23. ^ Fu il ritardo nel trasferimento dell'ARMIR sul fronte russo a causare il passaggio alle dipendenze del Gruppo di Armate B. Infatti, se alla metà di luglio l'ARMIR era stata posta sotto il comando del Gruppo di Armate A tedesco, in previsione di un suo impiego nella regione del Caucaso, alla fine di luglio venne deciso il passaggio alle dipendenze del Gruppo di Armate B impegnato sul Don. Questa decisione può essere fatta risalire alle direttive di Hitler del 23 luglio 1942, che comunque prevedevano ancora l'impiego del Corpo d'Armata alpino italiano nella regione del Caucaso, e può essere spiegata solamente considerando la lentezza con cui i reparti italiani venivano trasferiti dall'Italia e si muovevano in URSS, lentezza che chiaramente non li rendeva idonei all'impiego nelle operazioni a vasto raggio nelle ampie regioni del Caucaso (Andrea Molinari, Da Barbarossa a Stalingrado, Hobby & Work).
  24. ^ Il compito dell'ARMIR secondo i piani tedeschi, era proprio quello di coprire gli ampi spazi lasciati scoperti dall'avanzata della Wehrmacht verso il Volga (Enzo Biagi, La Seconda Guerra Mondiale, Fabbri Editori).
  25. ^ Il raggruppamento dell'intera Armir nell'ansa del Don sarà faticoso e non si concluderà che a metà settembre, dopo l'arrivo del Corpo d'Armata alpino.
  26. ^ Svaniscono in questo periodo le ipotesi fatte per le truppe alpine di essere impegnate nel Caucaso, su un terreno a esse più congeniale. La divisione Tridentina, la prima delle divisioni alpine a partire dall'Italia il 17 luglio, il 10 agosto aveva cominciato la marcia dalla zona di radunata verso il fronte del Caucaso, ma il 14 ricevette ordine di arrestarsi e di mutare direzione, raggiungendo con una marcia di 300 chilometri il resto delle divisioni italiane schierate a difesa del fronte del Don.
  27. ^ Dato il numero delle divisioni disponibili e l'ampiezza del fronte, ogni divisione si trovò a coprire un arco di ampiezza media pari a circa 34 chilometri, ovvero 17 chilometri per ogni reggimento e circa 6 per ogni battaglione (Andrea Molinari, Da Barbarossa a Stalingrado, Hobby & Work) .
  28. ^ Tale divisione a dicembre non era già più in appoggio agli italiani.
  29. ^ Quella dell'ARMIR risulta una struttura paurosamente esile: i soldati sono armati ancora con il vecchio fucile 1891, i fucili mitragliatori e le mitragliatrici più moderne soffriranno le rigidissime temperature invernali inceppandosi, i trenta carri armati L6/40 hanno corazze che non resistono ai fucili anticarro sovietici, le batterie anticarro con i pezzi da 47 sono inadatti a fermare i T-34 russi. Anche la logistica è carente: radio e automezzi sono scarsi, derrate e vestiario sono insufficienti (ogni reparto si arrangia come può a danno delle già scarse risorse della popolazione contadina locale). I soldati riescono a sopravvivere soltanto grazie a indumenti civili portati da casa, le scarpe però sono sempre le stesse della campagna di Grecia (valide per tutti gli scenari bellici, dal Sahara alla Russia), marciscono ben presto e diventano responsabili, insieme alle fasce che stringono i polpacci, dei tanti congelamenti agli arti inferiori. Nelle retrovie imperversano lo sciacallaggio e la borsa nera sui pacchi viveri e vestiario provenienti dalle famiglie (Enzo Biagi, La Seconda Guerra Mondiale, Fabbri Editori).
  30. ^ Ma il morale delle truppe italiane era seriamente intaccato: i cannoncini da 47 nulla potevano contro i tank sovietici e l'ordine impartito da Gariboldi di mantenere una difesa rigida apparse subito una follia.
  31. ^ La popolazione contadina russa si dimostrerà in tanta tragedia di una generosità commovente, offrendo agli sbandati il poco o nulla che ha.
  32. ^ «Gli ordini non hanno più efficacia, soltanto gli ufficiali più energici e più stimati riescono a farsi in qualche modo obbedire, ma la truppa è in preda alla psicosi della disfatta, cerca ristoro nelle isbe superaffollate, ma calde. Le strade della città sono letteralmente bloccate da carriaggi, quadrupedi, mezzi motorizzati tedeschi che non riescono a farsi largo. Scoppiano violente liti tra italiani e tedeschi; questi ultimi non nascondono il loro disprezzo per un alleato impotente, ridotto allo stremo, gli italiani non possono ignorare che, a loro volta, i tedeschi hanno abbandonato a morte certe o alla prigionia migliaia di connazionali nella steppa gelata [...] In tanto sfacelo, con la marcia gravemente ostacolata dal gelo e dall'equipaggiamento, soprattutto le scarpe, che a oltre 30 gradi sotto lo zero non regge (si avvolgono i piedi in paglia e stracci per evitare il congelamento), il generale Nasci ebbe una piccola notizia positiva: i resti del XXIV Corpo d'Armata tedesco passano alle sue dipendenze con quanto si è salvato: quattro carri armati, due semoventi e alcuni cannoni. È un aiuto insperato, quando ci si prepara alla grande ritirata verso occidente...Ora si tratta di organizzare le colonne, con feriti e congelati caricati sulle slitte. L'ordine è distruggere gli archivi, abbandonare tutto il superfluo e mettersi in marcia». (Enzo Biagi, La Seconda Guerra Mondiale, Fabbri Editori)
  33. ^ Il generale Nasci annotò il 20 gennaio nel suo diario. « [...] Stremati e ridotti i battaglioni della Julia a meno di 150 uomini ciascuno; con solo pochi mezzi, scarsamente munizionati, del Gruppo Conegliano. Duramente provati tre dei cinque battaglioni della Cuneense, privi ormai di artiglierie. La divisione Vicenza non è per costituzione unità adatta a operare nelle gravissime circostanze del momento. Rimane a me più vicina e più salda la divisione Tridentina, rinforzata da pochi ma preziosi carri armati e semoventi tedeschi». (Enzo Biagi, La Seconda Guerra Mondiale, Fabbri Editori)
  34. ^ «Ormai quella della colonna in ritirata è diventata una corsa affannosa, cui moltissimi non riescono a partecipare, si sdraiano, si siedono sfiniti sui bordi delle piste, a centinaia, implorano aiuto, ma la colonna non può fermarsi, i più deboli sono abbandonati a un tragico destino di morte. I validi proseguono, con disperazione, sono ormai senza viveri, ne fanno le spese i muli che uno dopo l'altro vengono abbattuti, rapidamente fatti a pezzi e mangiati. Sono scene allucinanti tra i gemiti, le urla dei feriti, di quelli colpiti da gangrena, i quali ormai sanno che saranno abbandonati»(Enzo Biagi, La Seconda Guerra Mondiale, Fabbri Editori)
  35. ^ La Tragedia del Don - 1943, EuropaRussia.
  36. ^ Secondo altre fonti (Enzo Biagi, La Seconda Guerra Mondiale, Fabbri Editori) gli italiani del Corpo d'Armata alpino scampati dalla sacca del Don furono invece circa ventimila.
  37. ^ «Le sconfitte subite, come riconosceranno gli stessi vertici militari italiani, non furono esclusivamente causate dal mancato appoggio tedesco, ma anche la conseguenza degli elementi di debolezza insiti negli stessi reparti italiani: mancanza di esperienza, carenze nell'addestramento, generale incapacità degli ufficiali: fattori che contarono in molti casi anche più della sempre lamentata e giustificata inadeguatezza dell'equipaggiamento. In realtà la sconfitta italiana era praticamente annunciata, e per questo motivo gli stessi tedeschi riconobbero il valore dei militari italiani. Omaggi al valore degli italiani vennero prestati anche dai sovietici e, oggettivamente, si deve riconoscere che le vicende dell'epica ritirata rappresentarono uno degli episodi più toccanti della partecipazione delle armi italiane al secondo conflitto mondiale» (Andrea Molinari, Da Barbarossa a Stalingrado, Hobby & Work).
  38. ^ http://www.regiamarina.net/others/blacksea/blacksea_I_it.htm
  39. ^ Scrive Andrea Molinari, Da Barbarossa a Stalingrado, Hobby & Work: «A questo proposito si può osservare che, nonostante la portata delle perdite subite, gli italiani furono nonostante tutto in grado di recuperare non meno di 110 000 uomini dalle unità accerchiate, indubbiamente un successo se messo a confronto con il disastro di Stalingrado»
  40. ^ Tutti i dati sulle perdite sono tratti da Alfio Caruso, Tutti i vivi all'assalto, Longanesi, 2003, ISBN 978-88-502-0912-5, il quale cita le stime ufficiali dell'Ufficio Storico dell'Esercito italiano.
  41. ^ a b Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, Einaudi, 2005, ISBN 978-88-06-19168-9.
  42. ^ http://www.fronterussounirr.it/storia.html
  43. ^ Il Lager degli Italiani nel Paese dei Lupi in EuropaRussia http://www.europarussia.com/posts/155,
  44. ^ http://www.fondazionegramsci.org/pdf/giusti.pdf
  45. ^ [A tal proposito Alfonso Di Michele, Alpino della divisione Julia battaglione L'Aquila, prigioniero in Russia dal dicembre del 1942 al 1945 ha narrato nella sua testimonianza, della mutevolezza di trattamento dei Sovietici nei confronti dei prigionieri nella sua permanenza nei campi di concentramento. Soprattutto nel periodo iniziale della sua prigionia ha delineato un racconto particolareggiato delle ingenti perdite umane nei campi di concentramento per via delle varie malattie, tra cui: tifo petecchiale, polmoniti, infezioni di ferite non curate, tubercolosi, gangrena, congelamenti e dissenteria. Di fatto, le cure mediche erogate dall'apparato furono inadeguate e insufficienti. In conseguenza del degrado generale esistente e dell'alta mortalità dei prigionieri che si era riscontrata nei primi mesi del 1943, lo stato Sovietico mutò atteggiamento e cercò di arginare questo triste primato.Come infatti è stato poi desunto dai documenti storici, nel Maggio del 1943, fu emesso un decreto che imponeva la salvaguardia dei prigionieri di guerra e l'approntamento delle misure necessarie per diminuirne la mortalità. Si dovevano quindi migliorare le condizioni di vita dei prigionieri con un adeguato trattamento sanitario nonché una migliore sistemazione degli stessi dentro i Lager, e soprattutto, una razione di cibo più consistente. In particolare, ai malati, fu riconosciuta una razione ancor più abbondante, proprio per consentire una pronta guarigione ed una adeguata riabilitazione.]
  46. ^ Gianni Oliva, «Si ammazza troppo poco», Mondadori, 2006, ISBN 978-88-04-56404-1
  47. ^ U.N.I.R.R. - Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia - Home
  48. ^ Mario Rizza, Diciamolo una volta per tutte: il bollettino n. 630 non esiste, in "L'Alpino", febbraio 1993.
  49. ^ Mario Rigoni Stern, Russia. Conto i miei soldati sulla neve, in "TuttoLibri", n. 1387, 15 novembre 2003.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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