Ermenegildo (re dei Visigoti)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Sant'Ermenegildo
Trionfo di Sant'Ermenegildo (1654), di Francisco Herrera il Giovane, Madrid, Museo del Prado
Trionfo di Sant'Ermenegildo (1654), di Francisco Herrera il Giovane, Madrid, Museo del Prado

Martire

Nascita Toledo o Medina del Campo, ca. 564
Morte Tarragona, 13 aprile 585
Venerato da Tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi
Canonizzazione 1585, a Roma da papa Sisto V
Ricorrenza 13 aprile per la chiesa cattolica, 1º gennaio o 1º novembre per gli ortodossi
Attributi scettro, corona e palma del martirio
Patrono di Siviglia e del regno di Spagna, con San Ferdinando

Ermenegildo, dal gotico Ermen Gild, "dono del dio Irmin" Hermenegildo, in spagnolo ed in portoghese, Ermenegild in catalano (Toledo o Medina del Campo, 564 circa – Tarragona, 13 aprile 585), fu l'erede al trono dei Visigoti: prima duca di Toledo (o di Narbona), poi governatore della provincia della Betica da dove tentò di usurpare il trono del padre, Leovigildo. Fu fautore della conversione della sua nazione al cattolicesimo e per questo considerato santo.

Origine[modifica | modifica sorgente]

Ermenegildo era il figlio primogenito del re dei visigoti Leovigildo e della sua prima consorte, Teodosia, la figlia del governatore bizantino della provincia Cartaginense. Fu inoltre fratello del re dei visigoti Recaredo I.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nel 573, il padre, alla morte del re dei Visigoti, suo fratello Liuva I, succedendogli sul trono nominò i propri figli, Ermenegildo e Recaredo duchi di Toledo e Narbona (non si conosce l'esatta distribuzione delle cariche), facendoli così partecipi del governo del regno perché controllassero le province del regno mentre lui, Leovigildo, era impegnato nella guerra contro i distretti bizantini del nord al confine col regno degli Svevi, come risulta dalle cronache del vescovo di Girona, Giovanni di Biclaro[1].

Nel 579 Ermenegildo sposò la principessa Ingunda[2], figlia del re dei Franchi dell'Austrasia, Sigeberto I [il figlio quintogenito (il vescovo Gregorio di Tours (536597) lo elenca come quarto figlio[3]), del re dei Franchi Sali della dinastia merovingia, Clotario I e, sempre secondo Gregorio di Tours, della sua terza moglie, Ingonda, di cui non si conoscono gli ascendenti[4]] e di Brunechilde, la figlia secondogenita del re dei visigoti Atanagildo e di Gosvinta dei Balti (?-589), molto probabilmente, figlia del re Amalarico, ultimo sovrano della dinastia dei Balti[4]. Il matrimonio è confermato anche dalle cronache di Giovanni di Biclaro[5]
Dato che la madre Brunechilde (o Brunilde), al momento delle nozze (566) aveva abbracciato il cattolicesimo[2], anche la figlia Ingunda era una fervente cattolica mentre Ermenegildo era stato educato nel credo ariano.

Dopo il suo arrivo alla corte di Toledo, molti furono i tentativi di convertire Ingunda ai precetti di Ario, soprattutto da parte di Goisvinta[2], fervente ariana, vedova di Atanagildo e madre di Brunechilde, quindi nonna di Ingunda, ma anche suocera, in quanto, da poco, aveva sposato, in seconde nozze, Leogivildo (fratello di Atanagildo) e quindi era la matrigna di Ermenegildo; secondo le cronache di Gregorio di Tours, dopo la dolcezza usò le minacce e poi la violenza, senza tuttavia riuscire a fare abbandonare a Ingunda la propria fede[2]; e, non solo Gregorio di Tours, ma anche Paolo Diacono, scrivono che, col tempo, Ingunda riuscisse a convertire anche il marito[2][6][7].

Questa situazione portò Ingunda a lamentarsi sia coi cattolici di Spagna e di Settimania sia coi Franchi e la sua famiglia di origine. Leovigildo per evitare che le cose peggiorassero, per allontanare Ingunda da Gosvinda nominò (579) Ermenegildo governatore di una provincia di frontiera, la Betica[5].

Dopo il trasferimento a Siviglia, fu Ermenegildo a trovarsi in un ambiente cattolico e sotto l'influenza di Ingunda e quella di Leandro, che Ermenegildo aveva conosciuto dopo essere stato nominato governatore della Betica, fu proprio Ermenegildo ad essere convertito al credo niceano. La notizia creò fermento nella Betica, diverse città si ribellarono e proclamarono re Ermenegildo, che accettò (l'alto clero condannò la rivolta come testimoniarono Gregorio di Tours, Giovanni di Biclaro ed Isidoro di Siviglia, che definirono Ermenegildo un usurpatore). Una volta venuto a conoscenza di quello che era successo, preoccupato sia per gli effetti politici che tale conversione poteva comportare, sia per gli stretti rapporti intrattenuti da Ermenegildo con i bizantini stanziati nel sud della penisola iberica e gli Svevi nel nord (Galizia), Leogivildo cercò attraverso lusinghe e minacce di far tornare il figlio alla fede ariana, ma senza alcun esito.

Allora sempre nel 580 convocò a Toledo un sinodo di vescovi ariani, che sancì che per la conversione all'arianesimo non fosse necessario un secondo battesimo, ma sarebbe bastato l'imposizione delle mani; ma solo una piccola parte di cattolicì aderì all'invito del concilio[8]e ad eccezione di pochi nobili, il clero cattolico, eccetto il vescovo Vincenzo di Saragozza, non si convertì, neppure con le persecuzioni che portarono all'abolizione dei privilegi della chiesa cattolica, alla confisca dei beni ed alla messa al bando di nobili ed ecclesiastici ed infine all'uccisione di altri nobili ed ecclesiastici (secondo l'Historia di Isidoro di Siviglia riuscì a convertire solo qualche prete e qualche laico).

Nel frattempo Ermenegildo aveva rinforzato la sua posizione, ottenendo il favore di alcune importanti città, come Merida e Caceres.

Nel 581 Leovigildo fu impegnato contro i Baschi della Biscaglia[9]. Terminata questa campagna impiegò buona parte del 582 a organizzare un potente esercito per poter effettuare una energica azione contro il figlio ribelle[10]. Quando fu prontò si mise in marcia e conquistò Caceres e Merida, costringendo le truppe di Ermenegildo al Guadalquivir in difesa di Siviglia. Prima di attaccare questa città, Leovigildo nel 583 corruppe, con 30.000 soldi d'oro, le truppe bizantine, che avrebbero dovuto appoggiare Ermenegildo che subì una pesante sconfitta davanti a Siviglia, che fu messa sotto assedio e Leovigildo andò incontro al re dei Suebi Miro, che veniva in aiuto ad Ermenegildo, sconfiggendolo e costringendolo a rientrare nei suoi domini[11]. Ermenegildo, che aveva lasciato Siviglia per cercare aiuto inutilmente dai Bizantini, nel 584, si rifugiò in un santuario, a Cordoba. Leovigildo, non volendo violare la sacralità dell'edificio, inviò il fratello di Ermenegildo, Recaredo, ad offrire la pace, che fu accettata. Solo allora la città di Siviglia, dopo quasi due anni di assedio, si arrese.[12].

Ermenigildo fu arrestato e dopo essersi prostrato ai piedi del padre, fu esiliato a Valencia[12]. Poco dopo, per una ragione rimasta ignota, fu trasferito a Tarragona[13], affidato al duca Sigeberto, che avrebbe dovuto sorvegliarlo attentamente per impedirgli la fuga, che avrebbe portato ad una nuova guerra civile. Il vescovo Leandro, invece, fu costretto a riparare in Mauretania.

Durante la sua prigionia Ermenegildo si sottopose a flagellazioni e mortificazioni, pregando Dio di liberarlo dai propri patimenti. Durante la Pasqua del 585 fu inviato presso di lui un vescovo ariano, nel vano tentativo di barattare la sua conversione con la salvezza della sua vita; al suo rifiuto, il duca Sigeberto, di una sua iniziativa, fece uccidere Ermenegildo (Giovanni di Biclaro, vescovo di Gerona scrisse «Ermenegildo venne ucciso a Tarragona da Sigeberto»)[13]; infatti il fratello di Ermenegildo, Recaredo, appena salito al potere lo fece giustiziare. Altre fonti invece accusano Leovigildo che ordinò l'esecuzione del figlio, che fu decapitato il 13 aprile 585. come riportano i Dialoghi di papa Gregorio Magno.
Ingunda, che fino ad allora era sempre rimasta al fianco del marito, cercò di ritornare nel regno dei Franchi, ma venne fatta prigioniera dai Bizantini[14] che la inviarono a Costantinopoli insieme al figlioletto Atanagildo[6]. Brunechilde tentò di salvarla, ma, nello stesso 585, Ingunde morì in Sicilia[6], durante il viaggio. Atanagildo arrivò sano e salvo alla meta e sarà allevato alla corte di Costantinopoli[6].

I fedeli cristiani ritengono che la successiva conversione al credo di Nicea di Recaredo, che succedette al padre nel 586, fu dovuta all'intercessione del fratello.

Culto[modifica | modifica sorgente]

Su petizione di Filippo II di Spagna nel millesimo anniversario della sua morte (1586), papa Sisto V concesse alla Spagna di poterne celebrare la festa. Papa Urbano VIII estese la festa a tutta la Chiesa. Assieme a san Fernando è il santo patrono dei monarchi spagnoli. Viene venerato il 13 aprile dalla Chiesa cattolica, il 1º gennaio e il 1º novembre da quella ortodossa

Discendenti[modifica | modifica sorgente]

Ermenegilldo da Ingunda ebbe un figlio[6]:

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giovanni di Biclaro, Chronicon, ANNO VII IVSTINI IMP.
  2. ^ a b c d e Gregorio di Tours, Historia Francorum, V, 38
  3. ^ Gregorio di Tours, Historia Francorum, IV, 3
  4. ^ a b Gregorio di Tours, Historia Francorum, IV, 27
  5. ^ a b Giovanni di Biclaro, Chronicon, ANNO III TIBERII IMP.
  6. ^ a b c d e Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 21
  7. ^ Considerando la giovanissima età di Ingunde, tale notizia va accolta con cautela.
  8. ^ Giovanni di Biclaro, Chronicon, ANNO IIII TIBERII
  9. ^ Giovanni di Biclaro, Chronicon, ANNO V TIBERII
  10. ^ Giovanni di Biclaro, Chronicon, ANNO VI TIBERII
  11. ^ Giovanni di Biclaro, Chronicon, ANNO ERGO I MAVRICII IMPERATORIS
  12. ^ a b Giovanni di Biclaro, Chronicon, ANNO II MAVRICII IMP.
  13. ^ a b Giovanni di Biclaro, Chronicon, ANNO III MAVRICII
  14. ^ Gregorio di Tours, Historia Francorum, VI, 40

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie[modifica | modifica sorgente]

Letteratura storiografica[modifica | modifica sorgente]

  • Rafael Altamira, La Spagna sotto i visigoti in Storia del mondo medievale, Cambridge, Cambridge University Press, 1999, pp. 743-779.
  • L.M. Hartmann e W.H. Hutton, L'Italia e l'Africa imperiali: amministrazione. Gregorio Magno in Storia del mondo medievale, Cambridge, Cambridge University Press, 1999, pp. 810-853.
  • (EN) Michael Walsh, Butler's Lives of the Saints: Concise Edition, Revised and Updated, San Francisco (USA), Harper, 1991. ISBN 0-06-069299-5

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

  • Sant'Ermenegildo in Santi, beati e testimoni - Enciclopedia dei santi, santiebeati.it.