Erchemperto

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Erchemperto (... – post 887) fu un monaco benedettino e storico longobardo, noto soprattutto come autore della Historia Langobardorum Beneventanorum, importante fonte primaria della storia della Langobardia Minor.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Della sua vita non si sa quasi nulla: si ignora dove e quando sia nato, e da quale famiglia avesse origine; non si conosce dove abbia compiuto gli studi né il luogo e l'epoca in cui maturò e realizzò la sua scelta di vita monastica. Le notizie tramandate dal cronista Leone Ostiense[1], storico dell'abbazia di Montecassino del XII secolo, tra cui l'iniziazione agli studi religiosi in tenera età a Montecassino, sono frutto di fraintendimenti del materiale d'archivio da lui utilizzato[2].

Un punto fermo cronologico risale all'estate 881: in quell'epoca, come egli stesso ci informa, Erchemperto era uomo già adulto, ma non ancora monaco. Era in occasione dell'assedio di Pandenolfo di Capua al Castrum Pilanum, il distrutto castello di Pilano, allora situato nella Contea di Teano (in una località non ancora individuata, poco lontana dal luogo dove sorgerà Conca della Campania[3]). Nel frangente della capitolazione del castrum, avvenuta per tradimento, Erchemperto subì un'umiliazione: il 23 agosto 881 fu spogliato dei beni, non meglio precisati, da lui posseduti fin dall'infanzia, e quindi costretto a una sofferta deportazione, sospinto a piedi fino a Capua[2].

In una data imprecisata di quei primi anni ottanta, dovette entrare a far parte della comunità monastica dell'abbazia di Montecassino, nella quale lo si ritrova con certezza poco dopo alla metà del decennio: nell'anno 886, infatti, dopo essere scampato a un agguato banditesco grazie al pagamento di un riscatto, Erchemperto fu inviato in missione diplomatica a Napoli per tentare, senza successo, di recuperare i beni estorti ai monaci dai banditi. Non gode più di credito la tesi di Hans-Walter Klewitz, secondo cui Erchemperto, a Cassino, pur essendo personaggio in vista (come dimostrato dall'ambasceria) fosse "extra claustra", cioè esterno rispetto alla vita comunitaria dell'abbazia[2].

Il ruolo di primo piano che ebbe nella comunità monastica è testimoniato anche da un'altra missione diplomatica presso papa Stefano V, di cui fu incaricato nell'887[2][4]: lo scopo della missione era che il papa ponesse rimedio ai torti subiti dai monaci a opera di Atenolfo I di Capua, appena divenuto nuovo signore della città (la comunità si trovava allora a Capua avendo subito una diaspora dopo il saccheggio saraceno dell'abbazia del 4 settembre 883[2]). Questa missione, stavolta coronata dal successo, è anche l'ultima notizia che si possiede di Erchemperto, del quale da allora si perdono le tracce. L'anno 887 è quindi l'ultimo e riferimento cronologico certo relativo alla sua vita.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Historia Langobardorum Beneventanorum[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Historia Langobardorum Beneventanorum.

Erchemperto è noto soprattutto per la sua Historia Langobardorum Beneventanorum in cui narra le vicende del Principato di Benevento dal 787 all'889; lo stesso Erchemperto dichiara la sua ispirazione all'Historia Langobardorum di Paolo Diacono[4].

Altre opere[modifica | modifica wikitesto]

Carme latino

Tra i suoi scritti si conta anche un breve carme, in 17 distici elegiaci, dedicato a un personaggio nel quale Georg Heinrich Pertz credette di individuare la figura di Landolfo (principe di Benevento, Capua e Salerno), e che la critica ha riconosciuto essere Aione II di Benevento[2]. Un tempo, il carme non era neppure creduto opera di Erchemperto, ma considerato parte integrante dell'anonimo Chronicon Salernitanum, contenuto nello stesso codice della Historia (Vaticano latino 5001); oggi, invece, lo si ritiene parte integrante della Historia Langobardorum Beneventanorum, della quale il carme costituiva l'introduzione e la dedica[2].

Martyrologium Erchemperti

Altra sua opera è un martirologio, il Martyrologium Erchemperti[2].

Attribuzioni spurie (Chronicon Salernitanum)
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Chronicon Salernitanum.

È invece totalmente priva di credito l'attribuzione a Erchemperto del Chronicon Salernitanum, anch'esso tramandato dal Ms. Vat. lat. 5001[5]. Riportata da alcuni autori antichi, la congettura è oggi unanimemente respinta[5].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Leone Ostiense, Chronica monasterii Casinensis I, 47.
  2. ^ a b c d e f g h Massimo Oldoni, Erchemperto.
  3. ^ Per le diverse ipotesi di individuazione del castrum perduto, si veda Mariavittoria Riccio, Le possibili localizzazioni del Castrum Pilanum, allo stato attuale delle conoscenze, 31 gennaio 2008
  4. ^ a b Sergio Rovagnati, I Longobardi, p. 9.
  5. ^ a b Nicola Acocella, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, Salerno, 1954, p. 12

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura storiografica[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: 220069970 LCCN: nr92014931