Epiteti ferini in Omero

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Se oggi si pensa ad un dio greco, lo si visualizza perfetto nella sua levigatezza classica e rigorosamente antropomorfo. In tempi antichi, tuttavia, molti degli dei avevano sembianze semiferine, aspetto zoomorfo; l'esempio più lampante è quello degli dei egizi, ma anche alcuni dei greci conservano tracce di questi antichi dei totemici nei loro epiteti.

Il nome della dea greca della saggezza Atena è spesso accompagnato nei poemi di Omero dall'aggettivo γλαυκὸπις (glaukopis). Alcuni traduttori hanno reso questo epiteto come "dallo sguardo scintillante, azzurro", usando l'aggettivo γλαυκὸς -η -ον (glaukos), che significa letteralmente "scintillante"; altri traducono "dallo sguardo di civetta", usando il sostantivo γλὰυξ (glaux), che significa "civetta".

Una serie di parole greche, tra le quali γλαυκὸς e γλὰυξ, derivano tutte dalla stessa radice di origine indoeuropea, γλαυκ-, che esprime un'idea di splendore, radiosità.

Per indicare la civetta, dall'epoca dei Micenei (1400 a.C. circa) in poi, non veniva quindi utilizzato un termine in lingua indoeuropea, ma un sostantivo proveniente da una radice - γλαυκ- appunto - che alludeva alla brillantezza degli occhi gialli della civetta.

Questo fatto dimostra che i sostantivi in lingua indoeuropea per indicare la civetta erano considerati sacri, poiché molto probabilmente la civetta era considerata una divinità; per questo in tempi successivi si attribuiva alle divinità antropomorfe la caratteristica fisica peculiare dell'animale, che per la civetta era lo splendore degli occhi gialli nel buio della notte. La civetta è stata venerata infatti sin dall'epoca neolitica come Dea della Notte, della Morte e della Trasformazione, e sono stati rinvenuti manufatti che la raffigurano fin dall’8000 a.C. La stessa divinità era nota in area mesopotamica con il nome di Lilith, che significa “barbagianni”. Le urne funerarie pre-indoeuropee erano spesso a forma di civetta; “l’angoscia della morte che noi diamo tanto per scontata non si avverte affatto in questo simbolismo”, dice Marija Gimbutas, studiosa della cultura del Neolitico.

Quindi l'epiteto γλαυκὸπις non è tanto da interpretare come "dallo sguardo scintillante", quanto "dallo sguardo di civetta", poiché la civetta, prima di diventare semplice animale protettore di Atena, era probabilmente una divinità a sé stante di sembianze zoomorfe che in seguito si "fuse" con la dea greca Atena. Quest'ultima, secondo Marija Gimbutas, si può considerare come una “sopravvivenza” del culto della Dea-civetta.

Atena perde le fattezze zoomorfe e la connotazione macabra della Dea-civetta, ma questa non scompare del tutto. A riprova di ciò, anche la città di Atene coniava dracme con l'effigie della civetta.

Un caso simile è dato dall'epiteto di Hera, detta βωὸπις (boopis), da molti tradotto "dea dai grandi occhi", mentre significa letteralmente "dea dagli occhi bovini"; quest'ultima interpretazione sembra alludere alla figura delle dee madri mediterranee preindoeuropee; infatti l'apparire della costellazione del Toro nel firmamento era collegato al sopraggiungere dell'equinozio di primavera, ovvero il tempo della fecondità, rappresentato dalla dea madre, che veniva detta “πὸθνια θερῶν”, signora delle belve. Quindi la resa dell'epiteto βωὸπις con "dai grandi occhi" fa svanire di colpo l'ultima traccia di più di diecimila anni di storia delle religioni arcaiche dell'uomo europeo: il toro celeste propiziatore della caccia era già nelle grotte mesolitiche di Lascaux e di Altamira.

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