Epimenide di Creta

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Epimenide di Creta

Epimenide di Creta (... – ...) è stato uno scrittore e filosofo greco antico.

Nasce a Cnosso, secondo Platone, Diogene Laerzio, Teopompo e Pausania, o a Festo, secondo Plutarco e Strabone, tra l'VIII e il VII secolo a.C. Seguendo una tradizione diversa, Platone, nelle Leggi (642d-643a), lo colloca circa un secolo dopo.

Le principali notizie sulla sua vita sono fornite in particolare da Plutarco, Solone, XII, e Diogene Laerzio I. 109-112.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Si ricava da Diogene la notizia che Epimenide, da giovane, inviato dal padre a rintracciare una pecora nei campi, si fosse addormentato in una caverna e avesse dormito per cinquantasette anni: una volta risvegliatosi e tornato in quella che avrebbe dovuto essere la sua casa, non trovandovi più alcuno che conoscesse, si era imbattuto nel fratello, ormai anziano, comprendendo quanto era successo. Da quel momento capì di essere caro agli dei e di avere un legame particolare con loro, in particolare con Apollo delfico, di cui si fa interprete. Viene infatti considerato sommamente abile nella divinazione[1].

Grazie alla sua fama di uomo vicino alla divinità ed esperto di cose sacre, verso il 600 a.C. viene invitato ad Atene per purificare la città: gli Ateniesi, in particolare la famiglia degli Alcmeonidi, verso il 630 a.C. si erano macchiati di un sacrilegio, avendo ucciso Cilone e i suoi seguaci, che avevano tentato di impadronirsi del potere e si erano rifugiati presso gli altari delle divinità. Violando la protezione divina, gli Alcmeonidi li avevano strappati dagli altari ed eliminati: per questo motivo una maledizione era ricaduta sulla città e, secondo Diogene, una pestilenza imperversava nell'Attica. Chiamato da Solone, Epimenide purifica la città ordinando il tipo e il modo dei sacrifici da celebrare, regolamenta le istituzioni religiose e inizia la città ai sacri misteri. Quindi ritorna a Creta senza accettare ricompense. Plutarco e Diogene connettono la permanenza ad Atene con Solone, in un periodo collocabile verso la fine del VII secolo, secondo Platone, invece, Epimenide sarebbe giunto ad Atene dieci anni prima la spedizione persiana del 490 a.C.

La nascita di due differenti cronologie è dovuta, probabilmente, all'erronea correlazione fra Epimenide e l'esilio che gli Alcmeonidi subiscono più volte nel corso della storia ateniese: gli Alcmeonidi colpevoli dell'omicidio di Cilone e dei suoi seguaci vengono esiliati dopo la purificazione di Epimenide, i loro discendenti rimangono colpiti dalla maledizione e si hanno notizie di altri periodi di esilio sotto Pisistrato e al momento della cacciata dei Pisistratidi (508/7 a.C.): chi ha considerato di collocare l'esperienza ateniese di Epimenide verso il 500 a.C. ha verosimilmente fatto confusione tra questi momenti. Secondo Diogene, che riporta diverse tradizioni, Epimenide sarebbe morto a Creta, non molto tempo dopo essere tornato da Atene, a circa centocinquant'anni di età.

Pensiero e opere[modifica | modifica wikitesto]

Diogene fornisce una lista di opere attribuite a Epimenide, su cui permangono molti dubbi: avrebbe composto, in versi, la Nascita dei Cureti e dei Coribanti, la Teogonia, la Costruzione della nave Argo, il Viaggio di Giasone tra i Colchi, Minosse e Radamanto, e, in prosa, i Sacrifici e la Costituzione di Creta. Dalle testimonianze pervenute si può senza dubbio attribuire a Epimenide un forte interesse per il mito, che sottopone ad analisi critica.

In Plutarco, Sul declino degli oracoli I, 409e, sembra esservi una critica della tradizione delfica che individuava nel luogo sacro ad Apollo l'ombelico del mondo, là dove si tramanda che "Epimenide di Festo analizzò il mito di fronte al dio e, ricevuto un responso oscuro e ambiguo, disse: 'Ecco né in mezzo alla terrà né in mezzo al mare c'era un ombelico, e se ce n'è uno, lo conoscono gli dei, non gli uomini'". Alla critica della tradizione sembra si debba connettere anche il frammento riportato da Paolo, Lettera a Tito I, 12, da cui già gli antichi trassero la nozione del paradosso del mentitore: "Cretesi sempre bugiardi, bestie malvagie, oziosi ghiottoni".

Ad Epimenide, esperto di cose sacre, iniziato ai misteri e interprete della divinità, sembra vada dunque ascritto il merito di aver applicato, per primo o tra i primi, il metodo dell'analisi critica alla tradizione e di aver sottoposto a controllo tutta la conoscenza mitica e cosmologica precedente. Secondo lo storico Santo Mazzarino, Il pensiero storico classico I, a Epimenide andrebbe anche riconosciuta una capacità critica in chiave storica: lo si dedurrebbe dal passo di Aristotele, Retorica (1418a 21-25), in cui si dice che "il parlare nelle assemblee legislative è più difficile del parlare in tribunale, come è ovvio, perché (parlare in assemblea) riguarda il futuro, mentre (parlare in tribunale) riguarda il passato, che può già essere conosciuto anche dai divinatori, come disse Epimenide di Creta: egli, infatti, non divinava sul futuro, ma su ciò che è passato, ma è oscuro". La disposizione di Epimenide verso il passato è intesa quale capacità di sottoporre ad analisi e interpretazione la vicenda umana: Epimenide si presenterebbe quindi come uno dei primi creatori del pensiero storico.

Il paradosso del mentitore: versione di Epimenide[modifica | modifica wikitesto]

Secondo alcuni, quello che oggi chiamiamo "paradosso del mentitore" nacque con una nota affermazione di Epimenide di Creta (VI secolo a.C.), il quale, cretese egli stesso, ebbe a dire che «tutti i Cretesi sono bugiardi»; essendo come detto egli medesimo fra questi, anch'egli avrebbe dovuto conseguentemente essere bugiardo e perciò l'affermazione avrebbe dovuto essere falsa poiché proveniente da un bugiardo. Ma se così non fosse stato, se cioè Epimenide fosse stato un cretese che, almeno in questa occasione, non diceva il falso, l'affermazione sarebbe risultata ugualmente falsa poiché non tutti i cretesi erano bugiardi.

Non è tuttavia noto se l'affermazione di Epimenide fosse intesa come un paradosso del mentitore. Inoltre, la proposizione, così come è formulata, non è un paradosso: se infatti lui stesso fosse un cretese falso fra altri onesti, allora l'affermazione iniziale falsa porta ad affermare logicamente che qualsiasi conclusione dichiarata, per quanto assurda, sia vera. Non conosciamo il contesto in cui Epimenide fece questa affermazione; fu solo più tardi che questa fu di nuovo citata (per esempio nella Lettera di San Paolo a Tito 1,12-13) e presentata come un paradosso del mentitore.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Platone, Leggi, 677 d-e

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giorgio Colli, La sapienza greca v. II: Epimenide, Ferecide, Talete, Anassimandro, Anassimene, Onomacrito, Teofrasto, Milano, Adelphi, 1978, pp. 356.
  • Epimenide cretese, Napoli, Luciano Editore, 2001 (Quaderni del Dipartimento di discipline storiche E. Lepore, Università Federico II, Napoli)

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