Enjambement

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« un fatto sul quale non si rifletterà mai abbastanza che nessuna definizione del verso sia perfettamente soddisfacente, tranne quella che ne certifica l'identità rispetto alla prosa attraverso la possibilità dell'"enjambement". Né la quantità, né il ritmo, né il numero delle sillabe − tutti elementi che possono occorrere anche nella prosa − forniscono, da questo punto di vista, un discrimine sufficiente: ma è senz'altro poesia quel discorso in cui è possibile opporre un limite metrico a un limite sintattico. »
(Giorgio Agamben[1])

L'enjambement consiste nell'alterazione tra l'unità del verso e l'unità sintattica ed è quindi una frattura a fine verso della sintassi o di un sintagma o anche di una parola causata dall'andare a capo come da questo esempio:

« sol con un legno e con quella compagna

picciola da la qual non fui diserto. »

(Dante - Inferno, canto XXVI)

L'enjambement è un elemento che contribuisce a determinare il ritmo di una poesia; si verifica quando due parole della stessa frase che dovrebbero stare saldamente unite, vengono spezzate tra la fine di un verso e l'inizio di quello successivo. L'enjambement divide solitamente gruppi sintattici come sostantivo e attributo, soggetto e predicato, predicato e complemento oggetto, sostantivo e complemento di specificazione, articolo e nome ecc.

Si prendano come esempio anche i seguenti versi del Manzoni:

« Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;

quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha: [...] »
(Alessandro Manzoni, Il cinque maggio, vv. 13-18)

Vi sono due enjambement: tra il primo e secondo verso, e tra il penultimo e l'ultimo.

Caratteristiche e tipologie[modifica | modifica sorgente]

"Enjambement"[2] significa in francese "inarcamento", ed è la sfasatura che si produce tra due versi quando l'unità metrica (il verso) non coincide con un'unità sintattica e di senso.

Questa cosiddetta "inarcatura" interessa due estremi del verso, quello terminale del primo e quello iniziale del secondo: l'estremo finale (l'inizio del secondo verso) si dice rejet, mentre l'estremo iniziale (la fine del primo verso) si dice contre-rejet. La terminologia è francese perché furono dei letterati francesi a inventare e usare, tra Cinquecento e Seicento, l'accezione metrica del vocabolo enjambement; la usò in particolare Nicolas Boileau, individuando la frequenza del fenomeno nella versificazione italiana e condannandola. La metrica francese tradizionale ignora infatti l'enjambement, mentre la poesia italiana ne fa un uso abbondante fin dalle origini.

Esso è avvertibile in quanto si distingue da una pausa linguistica alla fine del verso (come una pausa linguistica vera e propria, indicata da punteggiatura adeguata, per cui fine del verso e fine della frase coincidono; altresì come la giuntura tra due posizioni, separate generalmente da una virgola; infine, come l'inarcatura sintattica, cioè un incastro di proposizioni nello spazio di più versi, oppure la rottura dell'ordine naturale nello spazio di alcuni versi da essa interessati).

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il termine enjambement è francese e venne usato da Boileau nel Seicento per condannarne l'uso, mentre in Italia, dove era normalmente utilizzato, non si sentiva la necessità di dargli una precisa definizione.

Nel Cinquecento il Tasso, nel suo Discorso dell'Arte poetica, parlava di rompimento o inarcatura, ma malgrado si sia insistito anche nei secoli seguenti su questo termine, si è affermato definitivamente quello di enjambement. L'enjambement inizia a comparire già nel '500 (ne è ritenuto inventore Angelo di Costanzo) per poi presentarsi sempre più spesso nell'800 e nel '900.

A fare largo uso dell'enjambement sono gli autori del primo Cinquecento e in seguito anche il Leopardi, il Carducci della metrica barbara e soprattutto il Pascoli. Da ultimo, le terzine di Pasolini sono piene di enjambement cui corrisponde quasi sempre una pausa forte dentro il verso:

« è
tra questi muri il suolo in cui trasuda
altro suolo; questo umido che
ricorda altro umido; e risuonano. »
(Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Idea della prosa, Milano 1985, p. 21
  2. ^ Le informazioni seguenti, comprendenti teoria, storia ed esempi, sono desunte da Sangirardi-De Rosa, Breve guida alla metrica italiana, Sansoni, Milano, 2002.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]