Eneide

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Virgilio con l'Eneide tra Clio e Melpomene

L'Eneide (in latino Aeneis) è un poema epico della cultura latina scritto dal poeta e filosofo Virgilio nel I secolo a.C. (più precisamente tra il 29 a.C. e il 19 a.C.), che narra la leggendaria storia di Enea, principe troiano figlio di Anchise, fuggito dopo la caduta della città, che viaggiò fino all'Italia diventando il progenitore del popolo romano. Alla morte del poeta il poema, scritto in esametri dattilici e composto da dodici libri, rimase privo di revisioni e di ritocchi ultimi dell'autore; perciò nel suo testamento Virgilio fece richiesta di farlo bruciare, nel caso non fosse riuscito a completarlo, ma Ottaviano decise di tenerlo lo stesso e pubblicarlo così com'era stato lasciato. I primi sei libri raccontano la storia del viaggio di Enea da Troia all'Italia, mentre la seconda parte del poema narra la guerra, dall'esito vittorioso, dei Troiani - alleati con i Liguri, alcuni gruppi locali di Etruschi e i Greci provenienti dall'Arcadia - contro i Rutuli e i loro alleati, tra cui altri Etruschi; sotto il nome di Latini finiranno per essere conosciuti in seguito Enea e i suoi seguaci.

Enea è una figura già presente nelle leggende e nella mitologia greca e romana, dato che si tratta di uno dei personaggi dell'Iliade; Virgilio mise insieme i singoli e sparsi racconti dei viaggi di Enea, la sua vaga associazione con la fondazione di Roma e soprattutto un personaggio dalle caratteristiche non ben definite tranne una grande religiosità (pietas in latino), e ne trasse un avvincente e convincente "mito della fondazione", oltre ad un'epica nazionale che allo stesso tempo legava Roma ai miti Omerici, glorificava i valori romani tradizionali e legittimava la dinastia Giulio-Claudia come discendenti dei fondatori comuni, eroi e dei, di Roma e Troia.

Un ritratto di Virgilio

Indice

[modifica] La trama

La divisione in dodici libri esprime la volontà di conciliare due esigenze, quella della brevitas alessandrina (i quattro libri delle Argonautiche) con la maggior lunghezza del poema classico omerico (Iliade e Odissea, composti da ventiquattro libri ciascuno).

L'orientamento alessandrino verso il poema breve risalta ancor di più se si pensa che i dodici libri di Virgilio rivaleggiano con entrambi i poemi omerici: i primi sei libri rinviano infatti al modello dell'Odissea (il viaggio avventuroso) ; i secondi sei al modello dell'Iliade (la guerra). L'ordine delle vicende, rispetto ad Omero, viene rovesciato e l'avventura viene trattata prima della guerra. Col suo modello Virgilio instaura un rapporto di raffinata competizione innovativa. Il viaggio di Ulisse era un viaggio di ritorno, quello di Enea un viaggio di rifondazione proiettato verso l'ignoto; la guerra nell'Iliade era una guerra di distruzione, quella di Enea è rivolta alla costruzione di una nuova città e di una nuova civiltà; l'Iliade si concludeva con la disfatta troiana, l'Eneide con la vittoria del troiano Enea, che risarcisce il suo popolo della patria perduta.

[modifica] Il viaggio verso l'Italia (Libri I-VI)

Enea fugge mentre Troia brucia Federico Barocci - 1598 - Galleria Borghese - Roma
  • Dopo quattro versi di cui gli studiosi, sia antichi che moderni, hanno ampiamente dibattuto la paternità virgiliana (Ille ego, qui quondam…, "Quell'io, che un tempo…") a causa di alcune testimonianze antiche (principalmente Svetonio) che li consideravano autentici, Virgilio, nel proemio che precede la narrazione, dichiara l'argomento del suo romanzo (Arma virumque cano…, "Canto le armi e l'uomo…") con un'invocazione alla Musa (Musa, mihi causas memora…"O Musa, ricordami le cause…"). Di seguito, spiega l'origine del conflitto più importante della trama, ovvero il rancore di Giunone nei confronti dei Troiani. Questo tipo di incipit mantiene lo stile di quelli dei poemi omerici, tranne per il fatto che Virgilio prima dichiara il tema del poema e poi invoca la Musa, mentre in Omero è l'inverso.

[modifica] Libro I

Alla maniera omerica, la narrazione è preceduta da un proemio comincia con un "in medias res" , presentando la flotta troiana nel Mediterraneo orientale mentre naviga guidata da Enea alla volta dell'Italia dove spera di trovare una seconda patria.

L'eroe troiano Enea, esule dalla città di Troia, tenta di raggiungere il Lazio con una flotta di venti navi, per fondarvi una nuova città e portare in Italia i Penati, una stirpe nobile e coraggiosa e una razza che sarà conosciuta e rispettata da tutti i popoli, come stabilito da una profezia, nonostante l'opposizione di Giunone. La dea infatti è adirata per tre motivi:

1) perché ha perso la gara di bellezza contro la madre di Enea, 2) perché la sua città preferita Cartagine è destinata ad essere distrutta dalla stirpe troiana nata da una relazione tra Zeus ed Elettra, 3) perché Ganimede era stato scelto quale coppiere al posto di Erbee, la figlia di Giunone. Per sette anni i profughi veleggiarono nel Tirreno, al largo della Sicilia, quando Giunone li vede. La dea, al colmo dell'ira, si reca in Eolia, patria dei Venti, da Eolo che li custodisce tenendoli rinchiusi in un otre all'interno di un massiccio montuoso, per chiedergli di scatenare una tempesta. Il dio accetta in cambio di Deiopea, la ninfa più bella di Giunone, e il temporale danneggia pesantemente la flotta.

Nettuno se ne accorge e, nonostante non sia neppure lui amico dei Troiani, si infuria per l'intrusione di altri nei suoi domini; spinto anche dal rispetto per il valore di Enea, interviene placando i venti e calmando le acque. La flotta riesce così ad ancorare sulla costa d'Africa, in Libia, in una città, Cartago. Preoccupata per la sorte del figlio, Venere intercede a suo favore presso Giove. Questo la rassicura dicendole che, ottenuta la benevolenza di Giunone, l'eroe compierà il suo destino, con la prima profezia dell'Eneide (Enea governerà tre anni, il figlio Ascanio Julio trenta e i suoi discendenti, fino a Romolo e Remo, per trecento).Quindi il re degli dei invia Mercurio a Cartagine, con il compito di predisporre i Cartaginesi ad una favorevole accoglienza di Enea e i compagni superstiti. Nel frattempo Venere, assunte le sembianze di una giovane cacciatrice, molto somigliante alla dea Diana, si manifesta al figlio per spiegargli la vicenda della città, fondata dai Fenici emigrati dalla propria terra al seguito della regina di Tiro, Didone, fuggita dopo che il fratello Pigmalione le aveva ucciso il marito Sicheo per impadronirsi del regno. Enea si reca dunque fiducioso in quella città, ricevendo ottima accoglienza dalla regina. Inoltre Venere, temendo le insidie di Giunone, ordina a Cupido, dio dell'amore, di prendere il posto di Ascanio figlio di Enea, assumendone le sembianze, affinché, toccando il cuore della regina, si innamori dell'eroe. Didone così offre un importante banchetto ai Troiani e invita Enea a narrare in quella sede le sue traversie.

[modifica] Libro II

« Infandum regina iubes renovare dolorem
[Regina, tu mi costringi a rinnovare un dolore inesprimibile»
(II, 3)

Durante il banchetto che viene dato in onore dei Troiani, Enea racconta la sua storia e le sue vicende e i fatti che hanno provocato il fortuito arrivo della sua gente da quelle parti. Comincia la sua narrazione da poco dopo gli eventi descritti dall'Iliade. L'astuto Ulisse aveva trovato il modo di riuscire ad entrare a Troia: aveva fatto costruire un enorme cavallo di legno, che avrebbe racchiuso nascosti al suo interno lui e alcuni dei migliori guerrieri greci. I Troiani, all'oscuro di tutto, spinti dall'acheo Sinone che li aveva informati della partenza dai Greci, poi rivelatasi falsa, e incuriositi dal cavallo, avevano deciso di trasportarlo dentro le mura della città, incuranti degli avvertimenti di Cassandra e dall'orribile fine di Laocoonte che a sua volta aveva cercato di avvertirli del pericolo.

Usciti nottetempo dal cavallo, i guerrieri greci avevano cominciato a mettere Troia a ferro e fuoco. Enea, svegliato all'improvviso dal fantasma di Ettore aveva visto con orrore che cosa stesse succedendo alla sua amata città natale. Radunati alcuni guerrieri, organizzò la fuga dalla città: il principe frigio Corebo si unì al gruppo, ma cadde ucciso dal greco Peneleo nel tentativo di salvare Cassandra, la figlia di Priamo di cui era innamorato, dalle grinfie dei greci. Il capo troiano assistette anche alla barbara uccisione del re Priamo. Allontanatisi dai luoghi più pericolosi, Enea si imbatté nella bella Elena, causa prima di tutta quella rovina e fu preso dal desiderio di ucciderla, ma venne fermato dalla madre Venere, che gli aveva detto invece di fuggire e di uscire dalla città insieme alla sua famiglia. Enea aveva quindi capito che la sua famiglia stava correndo un grave pericolo ed era corso da loro. Enea racconta quindi la sua fuga con il figlio Julo e portando sulle sue spalle il vecchio padre Anchise, mentre sua moglie Creusa non era riuscita a rimanere con loro ed era perita nella catastrofe generale, venendo poi trasformata in una semidea.

Enea e Didone - Karel Skréta - 1670 circa - Galleria Nàrodny, Praga)

[modifica] Libro III

Enea racconta come, dopo aver radunato gli altri sopravvissuti, aveva costruito una flotta di navi e con queste era approdato in varie parti del Mediterraneo, tra le quali la Tracia e l'isola di Delo.Durante la prima tappa è significativo l'incontro con "l'anima sepolta" di Polidoro, figlio di Priamo, fatto uccidere dall'avido Polinestore, il quale voleva impossessarsi delle sue ricchezze. Quella che Virgilio narra è la versione euripidea della morte del troiano;alla quale aggiunge l'episodio della trasformazione delle frecce in rami di mirto. Nella seconda, invece, Enea chiese all'oracolo di Apollo quale fosse la nuova terra dove avrebbe dovuto portare i superstiti Troiani. Apollo risponde: "Cercate l'antica madre; qui la stirpe d'Enea dominerà su tutte le terre e su tutti i discendenti". Anchise, il padre di Enea crede che la terra d'origine dei Troiani sia stata l'isola di Creta donde sarebbe partito il capostipite Teucro. Perciò Enea coi Troiani si reca a Creta; ma qui gli dèi Penati di Troia vanno in sogno all'eroe e gli spiegano che l'"antica madre" non è Creta, ma la (misteriosa) città di Corythus in Italia (variamente identificata con diverse città etrusche; l'identificazione con Cortona risale a Silio Italico, 4.718-21 e 5.123): "lì nacque Dardano da cui deriva la nostra stirpe" (vv. 161-171). Un altro luogo dove poi s'era recato Enea era stato Butroto nell'Epiro(nell'odiernaAlbania,una città costruita a somiglianza di Troia. Qui aveva incontrato Andromaca, moglie di Ettore, che aveva ancora una volta pianto con lui per aver perduto il suo eroico marito e il suo figlio adorato. Enea ne incontrò anche il marito, il fondatore della città Eleno figlio di Priamo, dotato del dono della profezia. Per suo tramite, Enea ha conferma che egli deve recarsi in Italia. Eleno lo consiglia anche di recarsi a Cuma dalla famosa Sibilla. Enea aveva così lasciato Butrinto rimettendosi in mare. Superate le insidiose Scilla e Cariddi e sbarcati in Sicilia, erano scampati ad un attacco del ciclope Polifemo, salvando anche un superstite compagno di Odisseo. Ripreso il mare, nel corso della navigazione, suo padre Anchise si era serenamente spento. Stavano dirigendosi verso la terraferma quando Giunone aveva fatto scatenare la tempesta che li aveva fatti attraversare il mare portandoli a Cartagine.

[modifica] Libro IV

Mercurio ordina ad Enea di lasciare Cartagine - Giambattista Tiepolo - 1757 - Villa Valmarana "Ai Nani" - Vicenza

Didone si rivolge alla sorella Anna, ammettendo i sentimenti per Enea, che ha riacceso l'antica fiamma d'amore, il solo per cui violerebbe la promessa di fedeltà eterna fatta sulla tomba del marito Sicheo. Anna riesce a persuaderla: la sorella è infatti sola e giovane, non ha prole ed ha troppi nemici intorno. Didone, così, felice, immola una giovenca al tempio e riconduce Enea nelle mura. È notte. Giunone allora propone a Venere di combinare tra i due giovani il matrimonio. La dea, che capisce il fine di Giunone di sviare il figlio dall'Italia, accetta, pur chiarendole la probabile avversità del Fato. L'indomani stesso, Didone ed Enea partono a caccia ma una tempesta li sconvolge: si rifugiano così in una spelonca, consacrando il rito imeneo. Ma Fama, un mostro alato, avverte del connubio Iarba, che invoca Giove. Il padre degli dei invia il suo messaggero Mercurio a ricordare al figlio del compito di fama e gloria per grande discendenza latina che lo attende. Spaventato, chiama i suoi compagni, arma la flotta e si appresta a partire, pensando al modo più agevole di comunicare la decisione a Didone. Ma la regina, già informata da Fama, corre infuriata e angosciosa da Enea, biasimandolo di aver cercato di ingannarla e ricordandogli del loro amore e della benevolenza con cui l'aveva accolto, rinfacciandogli di non avere neppure coronato il loro sentimento con un figlio. Enea, pur riconoscendole i meriti, spiega che non può rimanere, perché è obbligato e continuamente sollecitato dagli dei e dall'ombra del defunto padre Anchise a cercare l'Italia. Ritornato alla flotta, rimane impassibile alla rinnovata richiesta di trattenersi mossa da Anna e alle maledizioni di Didone, che è perseguitata dal dolore con continue visioni maligne. Riferita la decisione di dedicarsi alle arti magiche per alleviare tante pene, la regina ordina quindi alla sorella di mettere al rogo tutti i ricordi e le armi del naufrago nella sua casa e invoca gli dei. Così, nella notte, mentre la regina escogita il modo e il momento del suicidio per porre fine a tanti affanni, Enea, avvertito in sonno, fugge immediatamente da quella terra pericolosa. All'aurora, con la vista del porto vuoto, Didone invoca gli dei, maledicendolo con odio, sventure, persecuzioni e guerra eterna tra i loro popoli. Giunta sulla pira funeraria, si trafigge con la spada di Enea, mentre le ancelle e la sorella invocano disperate il suo nome. Giunone poi invia Iride a sciogliere la regina dal suo corpo e a recidere il capello biondo della sua vita. Prima di morire, predice che tra il popolo di Enea e il suo ci sarà eterna guerra. Voltandosi indietro dal ponte della sua nave, Enea vede il fumo della pira di Didone e ne comprende chiaramente il significato: tuttavia il richiamo del destino è più forte e la flotta Troiana fa vela verso l'Italia.

[modifica] Libro V

Enea con le navi tiene deciso la rotta, ma il cielo è pieno di enormi nubi minacciose, che danno presagio di un temporale. Palinuro, il timoniere compagno di Enea, è spaventato e teme di non arrivare in Italia. Accorgendosi che il vento li spinge verso le coste sicule, vi approdano. Il re Aceste li accoglie e lietamente offre loro il suo aiuto.

L'indomani, Enea parla ai compagni per informarli della commemorazione per l'anno trascorso dalla morte del padre Anchise, trovandosi inoltre vicini alle sue ceneri e ossa. Egli vuole celebrare l'onore, invocare i venti e gli onori nei tempi a lui dedicati con un banchetto ai Penati e con i giochi funebri, quali corsa di navi, a piedi, lancio del giavellotto e con frecce, mettendo in palio splendidi premi. Dopo aver chiesto due capi di buoi per ogni nave, cosparge le sue tempie con mirto sacro e raggiunge il tumulo. Glorifica quindi con due coppe di vino, due di latte e con fiori purpurei la terra e si rivolge al padre, salutandolo e rammaricandosi di averlo perso prima di aver raggiunto l'Italia. Subito però, un enorme serpente appare strisciando, gustando le vivande disposte per il sacrificio. Stupito, immola due pecore, seguite dalle offerte dei suoi compagni.

Arrivata l'aurora, tutti si apprestano a gareggiare. Prima dell'inizio, Enea pone al centro dell'arena, in vista, i doni: tripodi, corone, palme, armi, vesti purpuree, talenti d'oro e d'argento.

La tromba suona e si dispongono per la prima gara quattro navi: Pristi di Mnesteo, Chimera del giovane Gia, Centauro di Sergesto e Scilla di Cloanto. Enea pone allora sullo scoglio dirimpetto alla riva una verde meta di elce frondoso. Ricevuto il segnale, partono. Se dapprima sono tutti a pari merito, Gia supera e guadagna la prima posizione, seguito da Cloanto. Ma Menete, il timoniere della Chimera, raggiunta la roccia, non riesce a virare velocemente, scatenando la furia del comandante che getta il compagno maldestro in mare, sotto le risate dei Teucri, per essere poi superato dalle altre navi. Ma il Centauro di Sergesto, intento a sorpassare la nave di Mnesteo, si incastra nello scoglio. La Pristi ora gode quindi del secondo posto, quasi vicino al primo della Scilla. Il furbo Cloanto, accorgendosi dell'abilità dell'avversario, fa un voto con promessa di sacrificio di un toro in caso di trionfo. Gli dei spingono così vento propizio e la nave giunge vittoriosa al traguardo. Radunati tutti e quattro i comandanti Enea consegna allora al vincitore porpora con fregi, al secondo una pesante corazza intrecciata d'oro e al terzo due catini bronzei e due coppe d'argento. Solo più tardi giunge Sergesto con la nave danneggiata e, per il coraggio dimostrato, si aggiudica Foloe, una schiava con i suoi due figli gemelli.

Enea raduna allora Teucri e Sicani per la gara di corsa su una piana erbosa. Vi partecipano i due troiani Eurialo e Niso, amici inseparabili, il principe dei Teucri Diore, e i Sicani Salio (un giovane di origine acarnana), Patrone, Elimo e Panope. Rassicurandoli dei premi sicuri per tutti di due frecce, del ferro e un bipenne, espone quelli per i tre migliori: un cavallo per il primo, faretra e frecce al secondo e al terzo un elmo argolico. Niso si porta subito al comando, inseguito da Salio, Eurialo, Elimo, Diore. Ma, quasi alla fine, Niso scivola sul sangue dei giovenchi immolati e, per impedire la vittoria a Salio, si rialza proprio davanti al lui, che scivola a sua volta. Eurialo, Elimo e Diore ritirano i premi, che però vengono anche concessi ai due atleti non classificati: per Niso uno scudo, a Salio un' enorme pelle di leone.

Nella disciplina successiva si battono i pugili e i premi consistono in un giovenco ornato d'oro al primo e al vinto spada e elmo. Subito si propone Darete, che in passato aveva atterrato immediatamente Bute, re dei Bebrici in Tracia. Ma nessun altro vuole sfidare il possente, che superbo pretende subito la vincita. Entello, allora, benché vecchio, butta al centro dell'arena due cesti colmi d'armi di Erice, l'invincibile fratello di Enea, e offre a Darete una sfida ad armi pari, che naturalmente viene accettata. Entello passa dalla difesa all'attacco e lo distrugge, offrendo il duello vittorioso a Erice stesso.

Inizia quindi la gara con l'arco, a cui partecipano Ippocoonte l'Irtacide, Mnesteo, Euritione e Aceste. La gara consiste nel centrare una colomba volante posta sulla sommità dell'albero maestro della nave di Sergesto. Se il primo non la colpisce, Mnesteo colpisce il filo di lino a cui il volatile è appeso, dando modo a Euritione di trafiggerla pieno. Aceste, già perdente, lancia comunque il dardo: questo brucia al contatto con la canna, per poi tracciare una via con le fiamme e sparire nel vento. Attoniti, tutti accolgono il segno come un presagio ed Enea cinge Aceste d'alloro. Enea invita poi il servo Epitide a chiamare Iulo per la giostra dei cavalli del fanciullo. Liberato il campo, avanzano i fanciulli guidati da Ascanio, su un cavallo regalatogli da Didone, e il suo migliore amico Ati, avo di Ottaviano.

Giunone manda Iride a spirare venti sulla flotta di Enea. Scesa veloce sulla terra, si trasforma in Beroe e comunica alle mogli dei Troiani di erigere le mura proprio nella città, essendo stata avvertita della volontà divina dall'immagine di Cassandra, in sogno. Le invita inoltre a bruciare le navi e, afferrato un tizzone, lo scaglia. Ma Pirgo, la più vecchia e nutrice dei figli di Priamo, capisce che non si tratta di Beroe. La dea subito si dissolve levandosi in alto e le altre, già dubbiose, interpretando questo come un segno divino, iniziano a dar fuoco alla flotta. Vulcano, dio del fuoco, infuria: Eumelo messaggero riferisce del misfatto alla tomba di Anchise. Ascanio è avvisato per primo e raggiunge il campo delle donne, rimproverandole fortemente. Enea e i Teucri sopraggiungono altrettanto velocemente, ma le troiane per timore fuggono e, rinnegando Giunone, il loro gesto e la luce, si rifugiano in selve e grotte. Intanto le fiamme divampavano e l'acqua versata per placarle non riesce a calmarle. Il figlio di Venere allora invoca Giove e subito una tempesta con violenti scrosci di pioggia pone fine alle fiamme e salva, eccetto quattro imbarcazioni, le restanti quindici.

Ma Enea. ancora una volta dimentico dei Fati, cade nell'incerto se stabilirsi in Sicilia o cercare il Lazio. In quel momento Naute, l'unico istruito da Pallade, lo sprona a perseguire anche con la sofferenza il volere del Fato e gli consiglia di affidare a quella città, in seguito Acesta, la sorte dei compagni in soprannumero, vecchi e donne stanchi delle peregrinazioni, sotto la guida del divino Aceste.

Sempre più pensieroso, vede nella notte la figura di Anchise mandato da Giove che lo invita a sottomettersi al destino, che detta di recarsi, prima che in Italia, alle sedi infere di Dite, nel profondo Averno, nell'Elisio, con l'aiuto di una sibilla.

Avvertiti i pochi ma valorosi compagni, Enea circoscrive con un aratro la città, dove regnerà gente di stirpe troiana e dove Aceste porrà senato e leggi. Fondato anche un tempio, istituiscono un sacerdote e un bosco in onore di Venere. Dopo aver banchettato nove giorni, attendono che i venti siano favorevoli e, prima di partire, immolano tre vitelli a Erice, un agnello a Tempeste e sciolgono gli ormeggi. Con la tristezza e il conforto della città fondata, salpano, e gettano come nuovo rito i visceri in mare.

Venere, preoccupata, si rivolge a Nettuno, riferendogli dell'implacabile ira di Giunone, che tanto assilla suo figlio nonostante le molteplici vendette già attuate e affidandogli la salvezza delle navi troiane sino al Tevere. Il dio la asseconda, preannunciandogli della morte di uno soltanto della truppa. Venere si rallegra.

Giunta notte, mentre i marinai si apprestano a dormire, il dio Sonno tenta Palinuro, che dapprima resiste ma poi, scosso e insonnolito cade in mare. Invano chiama i compagni, mentre la nave continua a viaggiare per mare. Avvicinatosi agli scogli delle sirene, Enea nota con suo dispiacere dell'assenza del nocchiere, prende il controllo dell'imbarcazione e spera che il compagno approdi un giorno su qualche spiaggia ignota, timoniere troppo fiducioso nel cielo e nel mare.

[modifica] Libro VI

Enea e i suoi compagni sbarcano a Cuma, in Campania, dove l'eroe, memore dei consigli di Eleno, si reca nel tempio di Apollo. La somma sacerdotessa di Apollo, la Sibilla Deifobe di Glauco, invasata dal dio durante il vaticinio, gli rivela che riuscirà ad arrivare nel Lazio, ma la nuova patria potrà essere conquistata solo a prezzo di lotte e guerre. Su sua richiesta, la Sibilla guida Enea nel regno del dio Ade, ovvero l'Aldilà secondo la religione greca e romana. Sulle rive del fiume Stige, tra le anime dei morti insepolti incontrano Palinuro, e la Sibilla gli promette che presto avrà il suo giusto rito funebre. Caronte ostacola il loro ingresso a bordo della sua barca, sostenendo che i vivi finora traghettati sono stati per lui grave fonte di problemi. Quando però gli mostrano il ramo d'oro, chiave degli inferi che portano con loro, acconsente a trasportarli. Dopo aver superato l'ostacolo di Cerbero, incontrano molte anime e, tra quelle dei suicidi per amore (nei campi del pianto, lugentes campi), anche Didone, che reagisce gelidamente al passaggio di Enea, il quale piange disperatamente. Giunti alla diramazione tra la via per il Tartaro e quella per i Campi Elisi, incontrano l'ombra del poeta Museo, che porta Enea da Anchise: Enea tenta invano di abbracciarlo per tre volte. Anchise spiega dunque al figlio la dottrina di cicli e rinascite che sostiene l'universo, e gli mostra le ombre dei grandi uomini che rinasceranno nella città che Enea stesso con la propria discendenza contribuirà a fondare, ovvero i grandi personaggi di Roma, come Catone, o Fabio Massimo: altri popoli - afferma Anchise in un noto passo - otterranno gloria nelle belle arti, nella scienza o nel foro, ma i Romani governeranno i popoli con la sapienza delle leggi, perdonando i vinti e annientando chi si opporrà: Tu regere imperio populos, Romane, memento / (hae tibi erunt artes) pacique imponere morem / parcere subiectis et debellare superbos (Aen. VI, 851-53). Dopo che Anchise ha profetizzato la prematura morte del nipote di Augusto, Marcello, Enea e la Sibilla risalgono nel mondo dei vivi, passando per la porta dei sogni falsi.

[modifica] La guerra Latina (Libri VII-XII)

[modifica] Libro VII

Enea alla corte del re Latino, olio su tela di Ferdinand Bol, 1661-1663 ca, Amsterdam, Rijksmuseum.

I Troiani, stanchissimi e affamati, sbarcano alla foce del Tevere dove seppelliscono Caieta, la nutrice di Enea che decide di inviare un messaggero di nome Ilioneo al re del luogo, Latino. Questi accoglie con favore il messaggero, e gli dice di essere a conoscenza che Dardano, il capostipite dei Troiani, era nato nella etrusca città di Corito (VII 209: ab sede Tyrrena Corythi). Ilioneo risponde: "Da qui ebbe origine Dardano ... Qui Apollo ci spinge con ordini continui"(VII 240). In ogni caso il re Latino si mostra favorevole ad accogliere i Troiani perché suo padre, il dio italico Fauno, gli ha preannunciato che l'unione di uno straniero con sua figlia Lavinia avrebbe generato una stirpe eroica e gloriosa: per questo motivo il re aveva in precedenza rifiutato di concedere Lavinia in moglie al giovane re dei Rutuli, Turno (la volontà degli dei si era manifestata anche attraverso prodigi).La piega che gli eventi stanno prendendo non piace a Giunone che con l'aiuto di Aletto, una delle Furie, rende geloso Turno e spinge la moglie del re, Amata, a fomentare l'odio verso gli stranieri nella popolazione locale. L'uccisione del giovane valletto latino Almone (Eneide), colpito alla gola da una freccia durante una rissa tra Troiani e Italici provocata dalla dea infernale scatena la guerra: Turno, nonostante il parere contrario di Latino, raduna un esercito da inviare contro i Troiani. Il suo alleato principale è Mezenzio, il re etrusco di Cere, cacciato dai suoi sudditi per la sua crudeltà.

[modifica] Libro VIII

Mentre guarda le truppe nemiche che si radunano sulla sponda opposta del Tevere, Enea cade addormentato e in sogno gli appare il dio del fiume Tiberino che, dopo avergli annunciato che lì suo figlio Ascanio fonderà una città di nome Alba, gli suggerisce di allearsi con Evandro, principe di una cittadina del Palatino. Il giorno successivo Enea risale il fiume ed entra nella città. Qui Il figlio di Evandro Pallante li riceve benevolmente. Enea, parlando al re, gli ricorda il comune antenato dei loro due popoli Atlante, e gli chiede aiuto. Evandro risponde che Tarconte, leader di tutti gli Etruschi, ha riunito i reggitori delle varie città, coi loro eserciti, per condurre una guerra proprio contro Turno, ma affiderebbe volentieri il comando delle operazioni a Enea. Il capo troiano accetta e si dirige immediatamente verso "le spiagge del re etrusco"; Tarconte lo riceve nel proprio "campo" federale che si trova presso il bosco del dio Silvano. In quei pressi Venere consegna a Enea armi divine e soprattutto uno scudo opera di Vulcano, istoriato con scene della futura storia di Roma, dalla nascita di Romolo e Remo al trionfo di Augusto dopo la vittoria di Azio.

[modifica] Libro IX

Mentre Enea si trova in Etruria, presso Tarconte, la dea Iride va ad avvisare Turno che "Enea è giunto fino alla lontana città di Corito (Tarquinia) e sta assumendo il comando della banda degli agresti Etruschi confederati" (IX,9). Turno allora, approfittando dell'assenza di Enea, sferra un assalto contro l'accampamento troiano, ma i Troiani riescono a resistere. Turno vuole bruciare le loro navi, ma grande è il suo stupore quando le vede salpare da sole ed emergere, nel posto dove esse si trovavano, una moltitudine di Ninfe. Capisce allora che non è il momento di attaccare i Troiani, perché significherebbe inimicarsi gli dei. Dà quindi ordine a quattordici suoi giovani condottieri (ciascuno dei quali è alla testa di un contingente composto da altri cento giovani), di porre assedio al campo troiano.

Nella stessa notte, i due giovani troiani Eurialo e Niso, amici inseparabili, decidono di raggiungere Enea attraversando le linee nemiche. Entrati nel campo dei nemici, tutti addormentati, decidono di farne strage. A iniziarla è Niso che con la spada colpisce un alleato molto caro a Turno, ovvero il giovane augure Ramnete, sorpreso a russare un sonno particolarmente affannoso fra i tappeti ammucchiati a mo' di pagliericcio nella sua tenda, e tre suoi servi; le vittime successive sono lo scudiero e l'auriga di Remo, e il condottiero stesso, decapitato di netto da Niso che lascia il busto sul letto facendone colare tutto il sangue; e appresso al signore, il troiano stacca la testa anche ad alcuni guerrieri del suo gruppo, tra cui l'insigne e delicato giovinetto Serrano, disteso al suolo per l'effetto soporifero dell'abbondante gozzoviglia cui si era dato dopo aver allegramente giocato a dadi. La strage ai danni degli italici viene proseguita da Eurialo che sceglie come vittime alcuni guerrieri di minore importanza. Uno di essi, Reto, svegliatosi improvvisamente, cerca di fuggire, venendo però anch'egli ucciso da Eurialo.

Usciti dall'accampamento dei Rutuli, Eurialo e Niso vengono intercettati da un gruppo di cavalieri italici guidati da Volcente e costretti a nascondersi: Volcente cattura Eurialo e lo uccide, sicché Niso viene allo scoperto per vendicare l'amico e si scaglia contro il suo assassino, riuscendo a ucciderlo, ma muore subito dopo, trafitto dalle armi degli uomini di Volcente.

Turno, infuriato per l'incursione compiuta da Eurialo e Niso, attacca nuovamente il campo dei Troiani. Ascanio si rende autore del suo primo atto d'eroismo militare trafiggendo mortalmente Numano, il cognato di Turno. Questi allora distrugge la palizzata, uccidendo i due giganteschi fratelli Pandaro e Bizia. Il re rutulo entra quindi nel campo nemico e fa strage di nemici in fuga: solo l'eroico Linceo cerca di assalire Turno con la spada snudata ma, prevenutolo, il Rutulo gli fa volare via la testa con l'elmo mandando a giacere il busto a terra; rimbrottati dai loro capi i Troiani assalgono Turno che viene circondato dalle lance ed è costretto a tuffarsi nel Tevere per mettersi in salvo (in seguito ritornerà dai suoi compagni trasportato dalla corrente).

[modifica] Libro X

Nel frattempo sull'Olimpo è in atto un duro scontro tra gli dei: Giove è irritato per lo scoppio della guerra, Giunone addossa la colpa ai Troiani e Venere implora Giove di non abbandonarli proprio mentre sono circondati da forze molto più numerose delle loro. Enea, intanto, ha assunto il comando della Lega Etrusca, e alla testa dell'esercito etrusco imbarcato sulla flotta federale, assieme a Tarconte, torna dal territorio etrusco alla foce del Tevere. Quando lo vedono riapparire i Troiani, ancora assediati nel loro campo, riacquistano fiducia. Turno muove le schiere italiche contro il nemico ma Enea, forte dello scudo di Vulcano e della protezione di Venere, è di fatto inarrestabile. Egli si slancia contro i nemici dapprima con la spada, e con essa uccide il gigantesco e coraggioso Terone, per poi ferire mortalmente il giovane Lica (Eneide). Subito dopo abbatte due fratelli armati di clava, Cisseo e Gia, originari della Grecia, e Faro, al quale scaglia la lancia che trapassa di netto la bocca. Si fa allora eroicamente avanti una coppia di guerrieri latini, Cidone e Clizio, legati da un rapporto omoerotico: Enea stende Clizio, il più giovane dei due, mentre Cidone viene salvato dall'intervento dei sette figli di Forco che si frappongono improvvisamente tra lui ed Enea, il quale è costretto a chiedere al fedele Acate le lance, che scaglia sui suoi assalitori uccidendone due, Meone e Alcanore, mentre un terzo fratello, Numitore, ferisce Acate in maniera non grave. Enea e il suo fedele compagno si allontanano mentre i combattimenti riprendono più cruenti di prima. Pallante fa strage di alcuni giovani guerrieri, tra cui i due eroici gemelli latini Laride e Timbro: con la spada decapita Timbro e recide la mano destra a Laride, abbandonandolo moribondo sul terreno. Poi uccide Aleso, l'antico auriga di Agamennone, stabilitosi in Italia dopo la guerra di Troia. Viene quindi affrontato da Turno in duello: sull' Olimpo Ercole, invocato dal giovane prima dello scontro, chiede a Giove se la sua vita possa essere risparmiata, ma Giove ricorda l'inevitabilità del fato: "Stat sua cuique dies, breve et inreparabile tempus/ Omnibus est vitae" ("A ciascuno è dato il suo giorno, il tempo della vita/ è breve e irreparabile per tutti", Aen. X, 467-468). Turno uccide Pallante, spogliandolo poi del balteo. Enea, infuriato per la morte del suo amico e alleato, lo vendica scagliandosi sui nemici e facendone scempio: innanzittuto cattura otto giovani destinati a essere immolati e gettati sulla pira che arderà Pallante; poi abbatte Mago ed altri guerrieri latini tra cui Ceculo, semidio figlio di Vulcano, Umbrone, Anxure al quale tronca la mano, e pure un sacerdote di Apollo e di Diana, figlio di tale Emone. Quindi affronta il giovane etrusco Tarquito, schierato con Mezenzio e anch'egli semidio, e con la spada gli spicca via la testa dal busto, facendo rotolare i resti del nemico, grondanti di sangue, nella foce del Tevere. Le schiere italiche fuggono terrorizzate, ma Enea prosegue con la carneficina: cadono due fedelissimi di Turno, Anteo e Luca (Eneide), poi Numa e anche Camerte, il biondo signore di Amyclae, nonché figlio di Volcente. Enea quindi uccide una coppia di fratelli che avevano osato sfidarlo dal carro insultandolo, Lucago e Ligeri, colpendo il primo all'inguine con la lancia scagliata e buttandolo giù dal carro, mentre all'altro apre il petto con la spada. I Rutuli sono così costretti ad allentare l'assedio al campo dei Troiani, che finalmente possono intervenire al fianco di Enea; belle prove vengono offerte da Salio, il sicano di origini acarnane unitosi a Enea e ai suoi uomini, destinato però anche lui a soccombere (per mano dell'italico Nealce). Intanto Giunone, temendo per la sorte di Turno, è riuscita ad allontanare il re rutulo dal campo di battaglia. Enea può così affrontare il tiranno etrusco Mezenzio, che sta facendo a sua volta strage di Troiani, ferendolo con la lancia all'inguine; quindi si getta sul figlio Lauso intervenuto in difesa del padre e gli pianta la spada nel petto: toccato dal gesto eroico dell'avversario non infierisce sul suo corpo ma lo fa adagiare sul suo stesso scudo restituendolo al padre. Mezenzio inveisce per la morte del figlio ed affronta, benché gravemente impedito, Enea a duello: Enea uccide con un colpo di lancia il cavallo di Mezenzio e quindi il tiranno stesso, spogliandolo poi delle sue armi ed appendendole nel campo di battaglia, come trofeo per Marte.

[modifica] Libro XI

Dopo le celebrazioni per la vittoria su Mezenzio, Enea riporta il corpo di Pallante nella sua città per le esequie, e il padre Evandro chiede che sia vendicato. Il re Latino domanda una tregua ai Troiani e si giunge ad un accordo per dodici giorni di sospensione delle ostilità. Enea, che rispetta Latino e ricorda come gli avesse offerto la mano della figlia, propone di porre fine alla guerra e di risolvere la questione con un duello tra lui e Turno. La guerra però riprende e in aiuto delle forze latine interviene la cavalleria dei Volsci con a capo la guerriera Camilla. Nel corso dei combattimenti l'etrusco Arunte, insidia la vergine che compie stragi di alleati e, dopo averla vista inseguire il troiano Cloreo che attirava l'attenzione per le sue armi d'oro, scaglia l'asta e la coglie in pieno petto; Camilla muore e l'esercito rutulo è costretto a ritirarsi lasciando Enea padrone del campo.

[modifica] Libro XII

Vista la difficile situazione, Turno accetta la sfida lanciatagli da Enea, nonostante l'opposizione di Latino e della moglie Amata. Giunone interviene nuovamente, convincendo la sorella di Turno Giuturna a radunare l'esercito e mandarlo all'attacco. Il duello è così rinviato e i due eroi si rituffano nei combattimenti. Enea e Turno, infuriati, fanno insieme macello di Troiani ed Italici. Memorabili sono le uccisioni di alcuni di essi: il rutulo Sucrone, che Enea ferma colpendolo al fianco con la lancia per poi spezzargli con la spada le costole intere una volta caduto al suolo; i fratelli Troiani Amico e Diore, uccisi da Turno e poi appesi, con le teste recise, al loro carro; il masso scagliato contro Murrano da Enea che lo catapulta giù dal cocchio e lo fa morire dilaniato dai suoi stessi cavalli che, dimenticatisi di lui, credevano si trattasse di un nemico caduto. Intanto Amata, credendo che Turno sia morto, si toglie la vita. Quando Turno vede che è la sorella ad aizzare i soldati a spezzare la tregua interviene, ordinando alle truppe di fermarsi. La mischia si scioglie e finalmente i due eroi si trovano faccia a faccia per il duello. Gli dei decidono di non intervenire ed anche Giunone è costretta a interrompere le sue trame. Enea, scagliata una lancia contro Turno, vince facilmente lo scontro e ferisce il nemico: poi sguaina la spada affilata da entrambe le parti e sta per affondarla nel petto del vinto, ma si arresta. Quando però vede il cinturone che il re dei Rutuli aveva strappato a Pallante dopo averlo ucciso, la pietà viene meno. Enea affonda la spada nel petto di Turno, lasciandolo privo di ogni esequia funebre al suolo, e si riappacifica con gli Italici risparmiando dalla fine definitiva la città di Laurento; i Troiani possono così finalmente stabilirsi nel Lazio e trascorrere la loro esistenza nella nuova terra conquistata.

Così ha termine il poema. Tuttavia, secondo autori posteriori, Enea, dopo la morte di Turno, combattè contro gli Etruschi stessi per cacciarli via dalla sua terra, dopo che essi gli ebbero chiesto con la prepotenza di stare con lui definitivamente e, improvvisamente, scomparve dal campo di battaglia e la madre lo portò con se in cielo, all'Olimpo, dove infine fu onorato dai suoi discendenti, i Romani, che come un Dio lo chiamarono per sempre con il nome di Giove Indigete; la città di Roma vivrà così fino alla morte, nel 476 D.c., dell'ultimo imperatore romano Romolo Augustolo, che segnerà la definitiva sconfitta della città e la sua distruzione ad opera dei Barbari: la città, costruita nell'800 A.c., dal nipote di Enea Romolo, che la eresse dopo aver ucciso il fratello suo Remo, sorgerà sul Palatino, dopo la morte del nonno che fu proprio Enea e che continuerà a vivere per sempre sotto le sembianze di un immortale, di un essere divinizzato dagli Dei.

[modifica] Personaggi

Gli dei presenti nel poema sono:

  • Venere, madre di Enea che nel racconto figura come dea autrice ed è anche la dea che fa sbocciare l'amore tra Enea e Didone;
  • Giunone, divinità avversa da sempre ai troiani e quindi anche a Enea;
  • Giove, garante del Volere e del Fato è, in questo poema, più che un dio, un'entità astratta assai imparziale che rappresenta l'equilibrio.

Altri dei dell'Olimpo (Nettuno, Diana, Mercurio) e divinità propriamente latine che sono strumenti per attuare il volere maggiore.

Il personaggio principale è Enea. Enea è un eroe caro agli dei ed eletto dagli dei, infatti il suo epiteto è pius. Enea è un capo maturo e responsabile. Si sottomette completamente al volere degli dei, rispetta e venera il padre, è attento verso il figlio, è leale ma ha momenti di incertezza e di dubbio.Per il resto Enea incarna le virtù dei grandi personaggi romani:

1. Coraggio;

2. Lealtà;

3. Giustizia;

4. Clemenza;

5. Devozione verso gli dei;

6. Pazienza;

7. Alto senso civico.

La pietas, una delle doti di Enea rappresenta: il senso del dovere, devozione, rispetto alle norme che regolano i rapporti tra gli dei e tra gli uomini. Solo occasionalmente l'eroe cede alla ferocia, come quando butta nel Tevere il busto reciso di Tarquito, impedendo così all'anima del nemico lasciato insepolto di raggiungere i cancelli dell'Ade.

Enea inoltre non rispecchia fedelmente i modelli omerici, Achille ed Ulisse. Infatti non è curioso ma cerca solo il fato che lo fa andare avanti (labor = fatica), è valoroso ma non cerca guerre (labor = guerra).

Nei primi sei libri del poema svolgono un ruolo determinante Didone, la regina di Cartagine, e Anchise, che profetizzerà al figlio Enea il destino glorioso dei suoi discendenti.

Nemico principale di Enea nel poema è Turno, il giovane re dei Rutuli, feroce in guerra: ma mai presentato come figura negativa. Agli antipodi di Enea sta semmai il maggior alleato di Turno, Mezenzio, per la sua empietà verso dei e nemici: tuttavia la morte di suo figlio Lauso rivelerà anche in quest'uomo apparentemente insensibile alcuni tratti di insospettata umanità.

L'Eneide è anche il poema degli eroi giovanissimi, strappati troppo presto alla vita per colpa della guerra: siano essi di parte troiana e filotroiana (Eurialo, Niso, Corebo, Pallante, Salio) o italica (Tarquito, Lauso, il cortigiano Almone, i gemelli Laride e Timbro, il bellissimo Serrano, e altri ancora).

[modifica] Ambienti

L'ambientazione è molto differente in quanto ci sono luoghi che vanno dall'Oriente all'Occidente. Da un lato abbiamo paesaggi naturali descritti molto attentamente, dall'altra abbiamo città. Le città cercano di emergere come figura portante in Cartagine, anche se è ancora in costruzione. Un altro ambiente è quello delle regge: che vanno da quelle di Priamo a quella di Cartagine.

[modifica] La storia dell'Eneide

Lo stile poetico dell'Eneide è raffinato e complesso: la leggenda vuole che Virgilio ne scrivesse solo tre versi al giorno. L'opera è probabilmente incompleta, dato che sebbene si ispiri all'Iliade e all'Odissea consta solo di dodici libri invece dei ventiquattro dei poemi omerici, e si presenta come un lavoro non portato a termine. Vi sono 58 versi scritti solo a metà, i cosiddetti "tibicines" o puntelli e, generalmente, si ritiene che la sua conclusione sia troppo brusca per essere quella effettivamente prevista dall'autore. È abbastanza comune che il testo dei poemi epici si presenti incompleto o con alcune parti di discutibile attribuzione o chiaramente modificate a posteriori ma l'Eneide, grazie al fatto di essere stata concepita direttamente in forma scritta e non adattata da una precedente tradizione orale, è nel complesso giunta a noi molto più integra di quanto lo siano le opere classiche dello stesso genere. Inoltre, è comunque dubbio se Virgilio intendesse effettivamente completare questi versi, data sia l'evidente difficoltà che si riscontrerebbe nel tentare le modifiche, sia il fatto che spesso la brevità ne aumenta e favorisce l'effetto drammatico.

Tuttavia una leggenda vuole che Virgilio, temendo di morire prima di aver terminato la stesura finale del poema, abbia affidato all'amico Vario il compito di bruciarla dopo la sua morte, motivando quest'ordine con il suo stato di incompletezza e asserendo che il passo del libro VII sui rapporti matrimoniali di Venere e Vulcano non gli piaceva più. Presumibilmente aveva intenzione di modificare quella scena per adattarla meglio ai valori morali romani. L'amico però non esaudì il desiderio di Virgilio ed Augusto stesso ordinò che non fosse tenuto in considerazione: l'Eneide finì così per essere pubblicata dopo aver subito soltanto modifiche di modestissima entità.

Nel XV secolo vi furono due tentativi di scrivere un'aggiunta all'Eneide. Il primo fu quello di Pier Candido Decembrio, ma non fu mai portato a termine. Il secondo, del poeta Maffeo Vegio, ebbe invece maggior successo e fu spesso incluso nelle edizioni rinascimentali del poema con il titolo di Supplementum.

[modifica] Il contesto dell'opera

Il poema è stato composto in un periodo in cui a Roma stavano avvenendo grandi cambiamenti politici e sociali: La Repubblica era caduta, la guerra civile aveva squassato la società e l'inaspettato ritorno ad un periodo di pace e prosperità, dopo parecchi anni durante i quali aveva regnato il caos, stava considerevolmente mutando il modo di rapportarsi alle tradizionali categorie sociali e consuetudini culturali. Per reagire a questo fenomeno, l'imperatore Augusto stava tentando di riportare la società verso i valori morali tradizionali di Roma e si ritiene che la composizione dell'Eneide sia specchio di questo intento. Enea è tratteggiato come un uomo devoto, leale verso il suo paese e attento alla sua crescita, piuttosto che preoccupato dei propri interessi. Egli ha iniziato un percorso che ha portato alla fondazione ed alla gloria di Roma.

Con l'Eneide, inoltre, si tenta di legittimare l'autorità di Giulio Cesare e, per estensione, di suo figlio adottivo Augusto e dei discendenti: il figlio di Enea Ascanio, chiamato Ilo (da Ilio, nome alternativo di Troia) viene rinominato Iulo e presentato da Virgilio come antenato della gens Iulia, la famiglia di Giulio Cesare. Quando Enea compie il proprio viaggio nel mondo sotterraneo dei morti riceve una profezia riguardo alla futura grandezza dei suoi imperiali discendenti. Più in là riceve in dono da Vulcano un'armatura e delle armi. Tra le quali uno scudo decorato con immagini del futuro di Roma che nuovamente pongono l'accento sugli imperatori, tra i quali Augusto.

Si può inoltre rivolgere l'attenzione al rapporto tra Troiani e Greci che si riscontra all'interno dell'Eneide. I Troiani secondo il poema furono gli antenati dei Romani, mentre gli eserciti greci, che avevano assediato e saccheggiato Troia, erano i loro nemici: tuttavia, all'epoca in cui l'Eneide è stata scritta, i Greci facevano parte dell'Impero romano e, pur essendo un popolo rispettato e considerato per la sua cultura e civiltà, erano pur sempre un popolo sottomesso. Questo problema viene risolto sostenendo che i Greci avevano battuto i Troiani solo grazie ad un trucco, il cavallo di legno, e non con una battaglia in campo aperto: in questo modo l'onore e la dignità dei Romani restavano salvi.

[modifica] Temi trattati nel poema

Il testo dell'Eneide è quasi interamente dedicato alla presentazione del concetto filosofico della contrapposizione. La più facile da riscontrare è quella tra Enea che, guidato da Giove, rappresenta la pietas intesa come devozione e capacità di ragionare con calma, e Didone e Turno che, guidati da Giunone, incarnano il furor, ovvero un modo di agire abbandonandosi alle emozioni senza ragionare. Altre contrapposizioni possono essere facilmente individuate: il Fato contro l'Azione, Roma contro Cartagine, il maschile contro il femminile, l'Enea simile ad Ulisse dei libri I-VI contro quello simile ad Achille dei libri VII-XII ecc.

La pietas era il valore più importante di ogni onesto cittadino romano e consisteva nel rispetto di vari obblighi morali: gli obblighi verso gli dei, verso la patria, verso i propri compagni, e verso la propria famiglia, specialmente nei confronti del padre. Per questo motivo un altro dei temi del poema è l'analisi delle forti relazioni presenti tra padri e figli: i legami tra Enea e Ascanio, Anchise ed Enea, Evandro e Pallante, Mesenzio e Lauso sono tutti in vario modo degni di essere attentamente valutati. Questo tema riflette gli intenti della riforma morale intrapresa da Augusto e per mezzo di esso si intendeva, forse, presentare degli edificanti esempi alla gioventù romana.

Il principale insegnamento dell'Eneide è che, per mezzo della pietas, si deve accettare l'operato degli dei come parte del destino. Virgilio, tratteggiando il personaggio di Enea allude chiaramente ad Augusto e suggerisce che gli dei realizzano i loro piani attraverso gli uomini: Enea doveva fondare Roma, Augusto deve guidarla, ed entrambi devono sottostare a quello che è il loro destino.

[modifica] Lo stile

L'Eneide, come gli altri poemi epici classici, è scritta in esametri dattilici, che significa che ogni verso ha sei piedi composti da dattili e spondei. La metrica del poema ricopre la stessa funzione delle rime usate dai poeti moderni: è un modo per rendere la composizione più gradevole all'ascolto. Virgilio fa inoltre ampio uso di figure retoriche come l'allitterazione, l'onomatopea, la sineddoche e l'assonanza.

[modifica] Il tempo nell'Eneide

Diversamente da quanto accade nell'Odissea di Omero, gli eventi narrati nell'Eneide non presentano una chiara scala temporale. Neppure l'età del figlio di Enea, Ascanio, si rivela utile per fornire un indizio sulla sequenza temporale dei fatti: nel IV libro, ad esempio, viene presentato sia come in età sufficiente a partecipare ad una battuta di caccia, sia mentre, impersonato da Cupido, se ne sta come un bambino molto piccolo tra le braccia di Didone a scagliare frecce nel suo cuore. Alcuni studiosi suggeriscono che questo uso "nebuloso" del tempo nell'Eneide sia una precisa scelta di Virgilio.

[modifica] Tradizioni filosofiche

Virgilio per la stesura dell'Eneide si ispira alla teoria orfico-pitagorica, la quale affermava che l'anima è immortale. Questa si fonda a sua volta sulla dottrina della metempsicosi, che consiste nella trasmigrazione dell'anima dopo la morte in un altro corpo. L'autore rifiuta quindi l'epicureismo, una filosofia elaborata da Epicuro che si basa sulla credenza che gli uomini siano formati da atomi, che con la morte si disgregano. Secondo questa teoria quindi non bisognerebbe aver timore della morte. La prova di questo può essere facilmente riscontrata nel libro sesto, con la catabasi di Enea accompagnato dalla Sibilla.

[modifica] Bibliografia

  • Virgil: The Aeneid (Landmarks of World Literature (Revival)) di K. W. Gransden ISBN 0-521-83213-6
  • Virgil's 'Aeneid': Cosmos and Imperium(L'Eneide di Virgilio: il cosmo e l'Impero) di Philip R. Hardie ISBN 0-19-814036-3
  • Richard Heinze, Virgil's Epic Technique(La tecnica epica di Virgilio), traduzione inglese di Hazel and David Harvey and Fred Robinson. Berkeley: The University of California Press, 1993. ISBN 0-520-06444-5.
  • Darkness Visible: A Study of Vergil's Aeneid(L'oscurità visibile: uno studio sull'Eneide di Virgilio) di W.R. Johnson ISBN 0-520-02942-9
  • Brooks Otis, Virgil: A Study in Civilized Poetry(Virgilio: uno studio sulla poetica civile), Oxford, 1964

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Virgilio.png Virgilio (69 a.C. - 18 a.C.)
Opere: Appendix Vergiliana - Bucoliche - Georgiche - Eneide
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