Edith Clever

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Edith Clever (Wuppertal, 13 dicembre 1940) è un'attrice e regista teatrale tedesca.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Dopo il diploma di scuola media superiore, studiò recitazione alla "Otto Falckenberg Schule" di Monaco di Baviera e debuttò allo Staatstheater di Kassel. Nel periodo 1966-1970 recitò al Theater der Freien Hansestad di Brema sotto la direzione di Peter Stein e Kurt Hübner in opere quali Intrigo e amore e Don Carlos di Schiller, Peer Gynt di Ibsen, Torquato Tasso di Goethe; in quello stesso periodo fu invitata al Münchner Kammerspiele e allo Schauspielhaus di Zurigo. Si affermò definitivamente nei primi anni Settanta allo Schaubühne am Halleschen di Berlino Ovest, dove recitò fra l'altro in opere teatrali di Peter Handke (Die Unvernünftigen sterben aus) e Botho Strauß (Groß und Klein) e in classici sotto la direzione di Peter Stein (Tre sorelle nel 1984, Orestea nel 1982) e Klaus Michael Grüber (Amleto nel 1982). Franco Quadri la giudicava «una grandissima attrice di teatro, forse la maggiore d'Europa»[1].

Esordì nel cinema nel 1976 con Sommergäste, diretta da Peter Stein, e La Marchesa von... con la regia di Eric Rohmer. Molto importante fu l'incontro con Hans-Jürgen Syberberg che, dopo il Parsifal (film 1982), la diresse altri film o in altri spettacoli teatrali, di durata molto lunga e in forma di monologo (La notte e Molly Bloom nel 1985, Penthesilea[2] e Fräulein Else nel 1987, nuovamente La marchesa von O. nel 1990). Nella vita privata, Hans-Jürgen Syberberg ed Edith Clever sono marito e moglie[3].

Nel 1992 Edith Clever ha iniziato l'attività di regista teatrale dirigendo al Festival di Salisburgo Stella di Goethe; nel 1998 ha diretto, e interpretato, allo Schaubühne di Berlino Jeffers-Akt I und II di Botho Strauß.

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Franco Quadri, «Edith, fascinosa vedova», la Repubblica 21 ottobre 1989
  2. ^ Franco Quadri, «Penthesilea è sola con la sua tragedia», la Repubblica, 18 novembre 1987
  3. ^ Patrizia Valduga, «Syberberg cinema da rivedere», la Repubblica, 7 dicembre 2002

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 116814331 LCCN: nr97040918