Ed è subito sera

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Ed è subito sera
Autore Salvatore Quasimodo
1ª ed. originale 1930
Genere poesia
Lingua originale italiano

Ed è subito sera è una poesia di Salvatore Quasimodo, una delle più brevi e famose dell'autore, scritta sotto l'impulso di un'improvvisa folgorazione, secondo il criterio ermetico. La sua struttura è brevissima, con versi liberi molto intensi. Quest'opera appartiene ad acqua e terra, la prima raccolta, pubblicata nel 1930, delle liriche scritte dal poeta dal 1920 al 1929 (alcune delle quali erano già apparse su Solaria) e rappresenta, insieme a Oboe sommerso, la fase del primo Quasimodo. Ed è subito sera è compresa nella raccolta omonima (pubblicata nel 1942), delle sue poesie.

Significato del componimento[modifica | modifica wikitesto]

« Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di Sole:
ed è subito sera. »

In questa poesia il poeta ha racchiuso i tre momenti della vita dell'uomo: la solitudine, derivata dall'incomunicabilità; l'alternarsi della gioia e del dolore; il senso della precarietà della vita. Ognuno, dice il poeta, pur vivendo in mezzo agli uomini (sul cuor della terra) si sente fortemente solo (a causa dell'impossibilità di stabilire un rapporto duraturo con qualcuno). L'ipotesi più accreditata del significato di star solo "sul cuor della terra" attribuisce alle parole il significato di star solo nel momento individuale ed intimo della ricerca del senso dell'esistenza, ovvero di ciò che permette all'uomo di sorpassare la morte. Tuttavia, pur essendo solo, viene stimolato dalle illusioni (un raggio di sole), dalla ricerca di una felicità a volte apparente. Questa ricerca è nello stesso tempo gioia e dolore, perciò il poeta usa il termine "trafitto", cioè, ferito dal raggio di sole stesso. E intanto, come alla luce del giorno succede rapidamente l'oscurità notturna, per la vita dell'uomo giunge la morte: ed è subito sera.

Il tema della brevità della vita[modifica | modifica wikitesto]

In sé, il tema repentinamente affrontato e risolto nel verso conclusivo, è lo stesso del latino ars longa vita brevis: l'amara constatazione della brevità della vita in rapporto a quello che l'individuo vorrebbe realizzare. Il quale tema è d'attualità anche al principio del XX secolo, con il progressivo avanzare della civiltà delle macchine, con i loro ritmi cui l'uomo stenta ad adeguarsi. Il tema riappare infatti anche in poeti e culture assai distanti: per esempio, un verso identico in modo quasi letterale, in una poesia del berbero Si Mohand[1], che denunciava i "nuovi" ritmi imposti dalla civiltà europea, coll'arrivo della colonizzazione francese in Algeria.

(KAB)
« Aql-agh newghel di ddunit
lh'al d tameddit
nettazzal nug’ a tt-neqd'aâ »
(IT)
« Non riesco a tener dietro a questo mondo
ed è subito sera
per quanto corra non riesco a raggiungerlo »
(Si Mohand ou-Mhand (1848-1905), Isefra)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vermondo Brugnatelli, «Mi Spezzo Ma Non Mi Piego» La Poesia Di Si Mohand Ou-Mhand in unimib.academia.edu, 2006

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