Eccidio del Ponte dell'Industria

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Il Ponte dell'Industria a Roma

L'eccidio del Ponte dell'Industria a Roma (detto dai romani "Ponte di ferro", nel quartiere Ostiense), rimasto dimenticato per oltre cinquanta anni, avvenne il 7 aprile 1944: per rappresaglia contro l'assalto al forno Tesei, che riforniva le truppe di occupazione nazifasciste, dieci donne, sorprese dai soldati nazisti con pane e farina, vennero fatte allineare lungo le transenne del ponte e fucilate.
Sul luogo dell'eccidio è stata fatta deporre nel 1997 dall'amministrazione comunale una lapide commemorativa, per iniziativa della ex-partigiana dei GAP e poi parlamentare Carla Capponi (1918-2000)[1] e in seguito alle ricerche effettuate dal giornalista e storico della Resistenza Cesare De Simone († 1999), che ha recuperato la memoria dell'eccidio e restituito i nomi alle vittime[2]: Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo. Il cadavere di una delle donne sarebbe stato ritrovato nudo sotto il ponte.[3]

Gli assalti ai forni e l'eccidio[modifica | modifica wikitesto]

La lapide posta a memoria dell'eccidio

Il tragico episodio va inserito nel contesto creatosi in conseguenza dell'ordinanza emessa il 26 marzo 1944 dal generale Kurt Mälzer, comandante della città di Roma durante l'occupazione, che aveva ridotto a 100 grammi la razione giornaliera di pane destinata quotidianamente ai civili. In molti quartieri di Roma le donne protestarono davanti ai forni, in particolare presso quelli sospettati di panificare il pane bianco destinato alle truppe di occupazione. Il 1º aprile al forno Tosti (quartiere Appio) la lunga attesa per la distribuzione trasformò lo scontento popolare in trambusto. Il 6 aprile, a Borgo Pio, fu bloccato e depredato un camion che ogni giorno ritirava il pane per portarlo alla caserma dei militi della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana). L'assalto ai forni, che costrinse i nazifascisti a scortare i convogli e a presidiare depositi e punti di distribuzione, si ripeté in vari quartieri della capitale[4], fino all'evento tragico del Ponte dell'Industria il venerdì di Pasqua. Così rievoca l'episodio Carla Capponi[5]:

« Le donne dei quartieri Ostiense, Portuense e Garbatella avevano scoperto che il forno panificava pane bianco e aveva grossi depositi di farina. Decisero di assaltare il deposito che apparentemente non sembrava presidiato dalle truppe tedesche. Il direttore del forno, forse d'accordo con quelle disperate o per evitare danni ai macchinari, lasciò che entrassero e si impossessassero di piccoli quantitativi di pane e farina. Qualcuno invece chiamò la polizia tedesca, e molti soldati della Wehrmacht giunsero quando le donne erano ancora sul posto con il loro bottino di pane e farina. Alla vista dei soldati nazisti cercarono di fuggire, ma quelli bloccarono il ponte mentre altri si disposero sulla strada: strette tra i due blocchi, le donne si videro senza scampo e qualcuna fuggì lungo il fiume scendendo sull'argine, mentre altre lasciarono cadere a terra il loro bottino e si arresero urlando e implorando. Ne catturarono dieci, le disposero contro la ringhiera del ponte, il viso rivolto al fiume sotto di loro. Si era fatto silenzio, si udivano solo gli ordini secchi del caporale che preparava l'eccidio. Qualcuna pregava, ma non osavano voltarsi a guardare gli aguzzini, che le tennero in attesa fino a quando non riuscirono ad allontanare le altre e a far chiudere le finestre di una casetta costruita al limite del ponte. Alcuni tedeschi si posero dietro le donne, poi le abbatterono con mossa repentina "come si ammazzano le bestie al macello": così mi avrebbe detto una compagna della Garbatella tanti anni dopo, quando volli che una lapide le ricordasse sul luogo del loro martirio. Le dieci donne furono lasciate a terra tra le pagnotte abbandonate e la farina intrisa di sangue. Il ponte fu presidiato per tutto il giorno, impedendo che i cadaveri venissero rimossi; durante la notte furono trasportati all'obitorio dove avvenne la triste cerimonia del riconoscimento da parte dei parenti. »

Ultima vittima della protesta fu, il 3 maggio successivo, una madre di sei figli: Caterina Martinelli, mentre ritornava a casa con la sporta piena di pane dopo l'assalto a un forno nella borgata Tiburtino III, fu falciata da una raffica di mitra di militari della PAI.[6]

Opere cinematografiche e teatrali[modifica | modifica wikitesto]

  • Emanuela Giordano, Le ragazze del ponte (2001), mediometraggio (52 minuti); altro titolo: 7 Aprile 1944 – Storie di donne senza storia.
  • I dieci angeli del ponte (2004), testo di Paolo Buglioni e Alessia Bellotto Gai, regia di Alessia Gai (spettacolo teatrale rappresentato al Teatro San Paolo in occasione del 60º anniversario dell' eccidio).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Carla Capponi, Con cuore di donna, Il Saggiatore, Milano 2000, ISBN 88-515-2073-9, p. 246. Risulta che una lapide fu già deposta subito dopo la guerra, ma sarebbe stata divelta pochi mesi dopo con un atto vandalico. La lapide del 1997, in pietra e bronzo, è opera dello scultore Giuseppe Michele Crocco.
  2. ^ Cesare De Simone, Donne senza nome, Edizioni Mursia, Milano 1998, ISBN 88-425-2384-4. De Simone, nel corso di una ricerca d'archivio, si era imbattuto in uno scarno resoconto dell'episodio; da questa circostanza fu indotto a interrogare testimoni e a intraprendere investigazioni anche mediante ricerche al cimitero del Verano e annunci su quotidiani romani. L'ex capitano nazista delle SS Erich Priebke, imputato fra il 1996 e il 1998 dalla Procura militare di Roma per la partecipazione alla strage delle Fosse Ardeatine, nel corso degli interrogatori mostrò di non avere notizia dell'eccidio: «Non ho mai saputo nulla di quanto ha detto l'avvocato, sulla fucilazione di donne. Non rientrava nelle mie competenze. Non ne ho mai neppure sentito parlare. In ogni caso non mi risulta che vennero mai fucilate delle donne, a Roma, nel periodo dell'occupazione germanica. Non c'erano donne alle Fosse Ardeatine». «Nemmeno il suo superiore diretto, Kappler, gliene ha mai parlato?» «No, lo escludo».
  3. ^ La testimonianza, contenuta nella citata opera di De Simone, proviene dall’allora giovanissimo parroco di San Benedetto all’Ostiense: «Sì, le ho viste. Ho visto quelle dieci donne. O meglio, ho visto i loro corpi. Ero in chiesa e con dei parrocchiani stavo portando via le macerie dopo un bombardamento. Di corsa, erano arrivate della donne che si erano messe a gridare che dovevo correre perché al forno Tesei, le SS avevano preso dieci donne e le stavano per fucilare. Era, lo ricordo bene, il 7 aprile. Corsi e arrivai sul ponte. Le SS mi fermarono e poi arrivò anche uno della Brigata Nera con una "M" rossa sul basco. Mi dissero che tutto era inutile perché le donne erano già state fucilate. Poi, mi portarono sotto il ponte e potei benedire quella creatura tutta nuda ammazzata sul posto».
  4. ^ Diversi assalti avvengono nei quartieri Trionfale e Prati (via Vespasiano, via Ottaviano e via Candia), guidati dalle sorelle De Angelis, da Maddalena Accorinti ed altre. In via Leone IV, di fronte alla sede della delegazione rionale, scoppia una protesta contro la sospensione della distribuzione di patate e farina di latte; viene anche preso d'assalto il forno De Acutis, forse con il consenso del proprietario che, dopo aver distribuito pane e farina, si dà alla clandestinità.
  5. ^ Carla Capponi cit., pp. 245-246.
  6. ^ Carla Capponi cit., pp. 246-247.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]