Dydyma

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Dydyma fu un'antichissima città greca della Ionia, presso l'odierna cittadina turca Didim (vicino a Yeni Hisar nel distretto di Söke in provincia di Aydın).

Didymaion, Dydyma

Origini[modifica | modifica sorgente]

La città si formò direttamente all'esterno del maestoso santuario che ospitava il tempio e l'oracolo di Apollo, il cosiddetto Dydymaion.
In Greco dydyma significa "gemello", ma i Greci che interpretarono così il toponimo, in realtà ignoravano l'etimo esatto proveniente dalla lingua cariana, termine analogo a Idyma, Cibyma, Olymos, Loryma, Sidyma, come notò Joseph Eddy Fontenrose.[1]

L'epoca d'oro[modifica | modifica sorgente]

Dydyma fu, al pari di Delfi, la più rinomata stazione oracolare di tutto l'antico mondo ellenistico, menzionata dai Greci fin dall'epoca degli Inni omerici ad Apollo, come citato da Fontenrose[2] il quale dimostra che lo "Zeus Didymeus" menzionato da Nicandro è un fantasma che prende il nome da un epiteto meramente geografico: lo Zeus di Dydyma.

Sia Erodoto che Pausania datano il santuario ad epoca antecedente alla colonizzazione degli Ioni, che abitarono la città dal VI secolo a.C. Probabilmente connesso con l'antico culto di Cybele Dyndimena, l'oracolo, ed il suo tempio costruito attorno al VII secolo a.C., erano succeduti al suo cuore più antico edificato a partire dal II millennio a.C. ed in seguito arricchito da Creso, l'ultimo sovrano della Lidia.

Fino alla sua distruzione da parte dei Persiani, questa città veniva amministrata dai Branchidae, i sedicenti discendenti del leggendario Brancos, giovane amato da Apollo.

La distruzione e la ricostruzione[modifica | modifica sorgente]

La città venne distrutta nel 494 a.C. da Dario I in una incursione persiana a seguito della quale fu trafugata ad Ecbatana la statua bronzea di Apollo che, secondo la tradizione, era opera di "Canaco di Sicione".

Nel 334 a.C. con la conquista di Alessandro il Grande venne riparato e riconsacrato il tempio, anche se da questo momento passava alle dipendenze di Mileto.

Nel 300 a.C. Seleuco I, (uno dei generali di Alessandro che gli succedettero), riportò al tempio alcuni dei tesori trafugati, tra cui la statua bronzea del dio, mentre i Milesiani diedero inizio ad una grande ristrutturazione con la edificazione di un diptero di Ordine ionico, un pronao di tre file di colonne e numerose altre imponenti innovazioni che lo fecero poi divenire il tempio più grande del mondo greco. Il tempio venne chiuso definitivamente dal prefetto Materno Cinegio tra il 384 e il 388.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Joseph Eddy Fontenrose. Zeus Didymaeus in Transactions and Proceedings of the American Philological Association. 63, 1932, pp. 245-255 (p. 251).
  2. ^ Joseph Eddy Fontenrose. Op. cit.. 1932, p. 245.

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