Duomo di San Giorgio (Modica)

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Duomo di San Giorgio
La facciata della Chiesa Madre di San Giorgio
La facciata della Chiesa Madre di San Giorgio
Stato Italia Italia
Regione Sicilia
Località Modica
Religione cattolica
Titolare Giorgio
Diocesi Diocesi di Noto
Stile architettonico Barocco
Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall'UNESCO Flag of UNESCO.svg
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Città tardo barocche del Val di Noto
(EN) Late Baroque Towns of the Val di Noto
Duomo di San Giorgio
Sicilia Modica3 tango7174.jpg
Tipo Culturale
Criterio (i) (ii) (iv) (v)
Pericolo Non in pericolo
Riconosciuto dal 2002
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda
La cupola
La meridiana solare

Se la città di Noto è riconosciuta come capitale del barocco della Sicilia sud-orientale, il Duomo di San Giorgio in Modica viene spesso indicato e segnalato come monumento simbolo del Barocco siciliano tipico di questo estremo lembo d'Italia, di cui rappresenta l'architettura sicuramente più imponente e scenografica. Lo storico dell'arte Maurizio Fagiolo dell'Arco ha dichiarato che tale Chiesa forse andrebbe inserita tra le sette meraviglie del mondo barocco.[1]

La chiesa di San Giorgio, inserita nella Lista Mondiale dei Beni dell'Umanità dell'UNESCO, è il risultato finale della ricostruzione sei/settecentesca, avvenuta in seguito ai disastrosi terremoti che colpirono Modica nel 1542, nel 1613 e nel 1693 (il più grave, vedi Terremoto del Val di Noto); lievi danni apportarono i sismi nell'area iblea succedutisi nel corso del Settecento e nel 1848.

La presenza di una chiesa in tale sito si segnala in documenti dell'Archivio parrocchiale, comprendenti anche documenti della cancelleria papale, a partire dal 1150 circa, ma verosimilmente la sua prima edificazione sarebbe stata voluta direttamente dal Conte Ruggero d'Altavilla, a partire dalla definitiva cacciata degli Arabi dalla Sicilia, intorno al 1090. San Giorgio fu eretta a Collegiata con bolla di Urbano VIII del 6 novembre 1630.

Indice

[modifica] Descrizione

L'imponente facciata a torre, che si eleva per un'altezza complessiva di 62 metri, fu costruita a partire dal 1702 e completata, nel coronamento finale e con l'apposizione della croce in ferro sulla guglia, nel 1842[2].

[modifica] Esterno

La facciata attuale - dalle sorprendenti analogie con la coeva Katholische Hofkirche di Dresda - fu realizzata modificando, forse anche con parziali demolizioni, quella secentesca preesistente, di cui non abbiamo documenti o disegni ma che aveva resistito alla forza del terremoto. Peraltro mai furono sospese le attività liturgiche nel Duomo, salvo qualche mese dopo il tremendo terremoto del 1693 che ne aveva fatto crollare i tetti, ripristinati i quali già nel 1696, alla visita pastorale del vescovo di Siracusa, la chiesa era nel pieno esercizio delle sue funzioni.

La cupola si innalza per 36 metri. Una scenografica scalinata di 164 gradini, aggiunta dal gesuita Francesco Di Marco nel 1818, conduce ai cinque portali del tempio, che fanno da preludio alle cinque navate interne della chiesa, che ha pianta basilicale a croce latina e tre absidi dopo il transetto. La parte della scalinata sotto il Corso San Giorgio fu progettata nel 1874 dall'architetto Alessandro Cappellani Judica e completata nel 1880. La prospettiva frontale di tutto l'insieme è arricchita da un giardino pensile su più livelli, detto Orto del Piombo, costeggiato dalla scalinata monumentale, e compone una scenografia che ricorda Trinità dei Monti in Roma.

[modifica] Cronologia della costruzione

L'impianto secentesco era stato progettato dall'architetto Frate Marcello D'Amico da Palermo, dei Francescani Riformati di Modica, con la posa della prima pietra[3] nel 1643. Misterioso rimane il nome dell'autore del progetto di risistemazione settecentesca della facciata, anche se indicazioni ricavate da attenti studi inducono a pensare, anche in considerazione della lunga durata dei lavori, ad una rielaborazione continua ad opera dei più validi architetti del Settecento isolano, fra i quali Rosario Gagliardi[4] per il progetto iniziale, Francesco Paolo Làbisi da Noto dal 1761 in poi (per quanto riguarda la costruzione del II e del III ordine), infine Gaspare Cannata e Carmelo Cultraro limitatamente al coronamento del III ordine grazie alla costruzione di una guglia, fra il 1834 ed il 1842. Il Gagliardi ed il Làbisi, pur agendo in ambito squisitamente siciliano, erano professionisti aggiornati e buoni conoscitori dello stile Barocco e Tardo Barocco italiano ed europeo dell'epoca. In particolare il Làbisi, per quanto riguarda l'originale soluzione della facciata-torre, pare essersi ispirato alla Cattedrale di Dresda, completata nel 1753 su progetto dell'italiano Gaetano Chiaveri.

I lavori per la costruzione del I ordine dell'attuale facciata post terremoto del 1693 iniziarono nel 1702 e furono completati nel 1738. Della facciata antecedente il terremoto, quella costruita secondo il modello di Frate Marcello, ne crollò solo un pezzo, rifatto fra il 1702 ed il 1704 conforme all'antica pianta, al costo di appena 300 onze, comprendendo tale spesa il rifacimento di un pezzo di tetto della navata centrale, e del campanile[5]. La consegna dei lavori fu solennemente festeggiata in città il 9 febbraio del 1738 con un corteo alla presenza di tutte le autorità religiose (il Vescovo di Siracusa, Mons. Matteo Trigona in testa), civili e militari dell'epoca[6]. Poi una lunga pausa fra il 1738 ed il 1760.

Il I ordine della facciata attuale era dunque già completato[7] nel 1760, anno in cui fu dato l'incarico al Làbisi di un progetto per l'innalzamento e le rifiniture del II ordine, propedeutiche all'innalzamento del III ordine, previsto dal progetto stesso. Il lavoro del Labisi fu oltremodo importante, in quanto l'architetto netino riuscì a disegnare il II ed il III ordine in maniera perfettamente armonica rispetto allo stile tardo-barocco con cui era stato costruito il I ordine della facciata, costruito qualche decennio prima sui disegni o del Gagliardi (dei quali disegni non abbiamo testimonianza, ma che operava a Modica, ad esempio, nel 1714, per la facciata gesuitica dell'attuale chiesa dedicata a Santa Maria del Soccorso) o di altro architetto che ai suoi dettami si rifaceva. Il III ordine fu completato nel 1780 avendo previsto nel 1777 il posizionamento delle campane più grandi nell'apposita cella, e dell'orologio meccanico nel suo quadrante[8]. Le campane e l'orologio, completato il III ordine, furono spostati nel 1777 al piano superiore, lasciando vuoti, come li vediamo attualmente, la cella campanaria del II ordine ed il relativo quadrante dell'orologio. Il rifacimento in nuovo stile della facciata del Duomo, a distanza di 78 anni dall'inizio dei lavori, poteva definirsi quasi completato, mancando però il coronamento del III ordine e la guglia finale con la croce. A questo provvede il modicano Gaspare Cannata, dal 1834 al 1840.

Nel 1840 fu infine dato incarico all'architetto Carmelo Cultraro di realizzare una guglia su cui apporre la croce in ferro. La committenza al Cultraro, dettagliatissima, elenca minuziosamente le sculture, le forme, i fregi, i decori, di cui dotare la cuspide della chiesa. Nel 1842 anche questo progetto era interamente compiuto, come attesta la targhetta lapidea incisa sotto l'orologio, nel coronamento che sormonta il III ordine.

[modifica] Interno

L'interno della chiesa è a cinque navate, con 22 colonne sormontate da capitelli corinzi. Il tempio è dedicato ai martiri San Giorgio e Ippolito, e fra le navate vi si possono ammirare un grandioso organo con 4 tastiere, 80 registri e 3000 canne, perfettamente funzionante, costruito tra il 1885 e il 1888 dal bergamasco Casimiro Allieri; un dipinto di scuola toscana, L'Assunta del tardo-manierista fiorentino Filippo Paladini (1610); una deliziosa pittura naif su legno, La Natività di Carlo Cane, del Seicento; la tela secentesca Il Martirio di Sant'Ippolito firmata dal poco noto Cicalesius, una statua marmorea di scuola gaginiana, la Madonna della Neve della bottega palermitana di Mancini e Berrettaro, del 1511; il grandioso polittico dell'altare maggiore, composto da ben 10 tavole, dipinte, si credeva fino agli anni Settanta del secolo scorso, dal messinese Girolamo Alibrandi nel 1513, e raffiguranti le scene della Sacra Famiglia e della vita di Gesù, dalla Nascita fino alla Resurrezione e all'Ascensione, oltre a 2 riquadri con le classiche iconografie dei due santi cavalieri, San Giorgio che sconfigge il Drago, e San Martino che divide il proprio mantello con Gesù, che gli si presenta sotto le vesti di un povero accattone. La datazione e l'autore del polittico, contestati per la difficile lettura della terza cifra sotto la pancia del cavallo di San Martino, sembrano avvalorati[9] dal fatto che Girolamo Alibrandi, oltre ad essere contemporaneo e concittadino, era anche cognato di Giovanni Resalibra da Messina, l'abile intarsiatore ed indoratore delle cornici e dell'intera tribuna che contiene le 10 pale che compongono il polittico. Nessun dubbio che l'autore del Polittico di San Giorgio fosse stato Girolamo Alibrandi (1470-1524, noto come il Raffaello di Sicilia) ebbe mai lo storico dell'arte Gioacchino Di Marzo[10] (1839-1916), il quale adduceva come prove, oltre alla datazione, anche l'affinità di stile che la Presentazione di Gesù al Tempio (una delle dieci tavole di Modica), presenta con il famoso dipinto della Presentazione al Tempio eseguito nel 1519 dall'Alibrandi per la Compagnia della Candelora in Messina, oggi esposto presso il Museo Nazionale della stessa città. Peraltro l'ipotesi che un tale capolavoro pittorico possa essere attribuito[11] al pittore manierista Bernardino Nigro (1538?-1590) o Niger [non è certa la sua nascita a Modica, riportata Biancavilla(CT) dal Di Marzo[12], mentre è certo il matrimonio[13] celebrato fra il m.(aestro) Bernardino Nigro e Agata Scolaro il I° ottobre del 1573[14] nella Chiesa di San Giorgio di Modica] [15], come fanno alcuni leggendo la data riportata in un piccolo riquadro bianco sotto la pancia del cavallo come 1573, era resa dubbia dalla giovanissima età, 15 anni, ove si fosse preso per buono l'anno di nascita ufficiale, il 1558[16] che il Nigro avrebbe avuto al compimento di un tale grandioso polittico [17]. Decisivo tuttavia per l'attribuzione al Nigro fu il professor Librando nel 1980, quando pubblicò un saggio, dove è riportata una "Canzone" del pittore siracusano Girolamo Gomes, contemporaneo del Nigro, canzone così titolata:"Canzuni di / Gilormu Comes / in laudi / di Binnardinu Lu Nigru / Pitturi, che iendu à Modica a pinciri un / San Giorgi, ed' un San Martinu...". Sull'altare in fondo ad una delle due navate di destra, poggia l'Arca Santa, chiamata Santa Cassa, opera in argento intarsiato costruita a Venezia nel XIV secolo, e donata alla Chiesa dai conti - mecenati della dinastia dei Chiaramonte. Sul pavimento dinanzi l'altare maggiore, nel 1895 il matematico Armando Perini disegnò una meridiana solare; il raggio di sole, che entra dal foro dello gnomone posto in alto sulla destra, a mezzogiorno, segna sulla meridiana il mezzogiorno locale. All'estremo sinistro della meridiana, una lapide del pavimento contiene l'indicazione delle coordinate geografiche della chiesa, e dunque della stessa città di Modica.

[modifica] Note

  1. ^ Paolo Nifosì. Oro Barocco, 2006, pag. 114
  2. ^ P.Nifosì, G. Morana. La chiesa di S.Giorgio di Modica,pagg.65/68. Ed. Provincia Regionale di Ragusa,1996
  3. ^ A.Belluardo. Alla scoperta di Modica, Ed. Corriere di Modica, 1970, p. 209
  4. ^ Guida del T.C.I. - Sicilia - ediz. 1968 - pag. 679: Modica. "CHIESA MADRE (SAN GIORGIO), eretta tra il 1702 e il 1738 da Rosario Gagliardi, il quale, con questa facciata e con quelle di S. Giorgio e di S. Giuseppe in Ragusa Ibla, ha creato il prototipo di molte chiese settecentesche della regione"
  5. ^ Pina Belluardo in A. Belluardo. Alla scoperta di Modica, Ed. Corriere di Modica, 1970, p. 210
  6. ^ pag. 80 (nota n.1) di Modica e le sue chiese di F.L. Belgiorno, Ed. Poidomani, Modica, 1955
  7. ^ Pina Belluardo in Arturo Belluardo. Alla scoperta di Modica, Ed. Corriere di Modica, 1970, pp. 207-208
  8. ^ P. Nifosì, G. Morana. La chiesa di S. Giorgio di Modica. Ed. Provincia Regionale di Ragusa, 1996
  9. ^ pagg. 50-51 di Modica Antica di Salvatore Minardo, Ed. Boccone del Povero, 1952
  10. ^ Franco Libero Belgiorno. Modica e le sue Chiese
  11. ^ Bernardino Nigro da Modica in Storia dell'arte nell'Italia meridionale: Il Cinquecento, pagina 290, di Francesco Abbate, Donzelli editore, Roma, 2001]
  12. ^ G. Di Marzo, Delle belle arti in Sicilia, vol. III, pag. 303
  13. ^ "Die p. octobris fu contracto uno matrimonio infra m(agistro) Bernardino Nigro cum Agatha di Scolaro. Lo cappellano don Vincenzo Casuni, li testimoni don Matteo Petralito e m(agistro) Antonino Di Rosa et mastro Antonino Fichili. Et fu bandizato tri duminichi in la Ecclesia", fonte Piero Boncoraglio, saggio su Giornale di Sicilia, edizione Ragusa, pagina 24, in data 5 maggio 2011
  14. ^ dal I vol. degli "Sponsali", conservato nell'Archivio Parrocchiale
  15. ^ Bernardino Nigro da Modica in Storia dell'arte nell'Italia meridionale: Il Cinquecento, di Francesco Abbate, Donzelli editore, Roma, 2001
  16. ^ La data di nascita (1558) del Nigro finora accettata dagli storici è messa in dubbio sia per la cifra artistica del Polittico di Modica, difficilmente ascrivibile all'opera di un ragazzino, seppur valente, di 15 anni, sia per la scoperta, il 9 aprile 2011, negli archivi parrocchiali, da parte dello studioso locale Piero Boncoraglio, della nota del matrimonio del Nigro stesso, celebrato proprio nel 1573 nella stessa Chiesa di San Giorgio e nell'identico anno attribuito al Polittico. Anche per quei tempi, non è ipotizzabile che lo sposo avesse solo 15 anni al momento delle nozze; da qui la certezza che si debba anticipare l'anno di nascita probabilmente al 1538.
  17. ^ Il Nigro risulta comunque essere molto attivo e ricercato in Sicilia in quel periodo: nel 1574 firmò un San Giacomo a Catania, che si trova esposto ora al Museo del Castello Ursino, mentre nel 1588 dipinse la pala del Martirio di S. Agata nella Chiesa di S. Agata al Carcere di Catania (Vito Librando su Quaderno del Bollettino dell'Assessorato Beni Culturali e Ambientali, Palermo 1980)

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