Olimpia Maidalchini

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Olimpia Maidalchini Pamphili
Olimpia Maidalchini Pamphili
Donna Olimpia Pamphili
Principessa di San Martino al Cimino
Trattamento Donna
Nascita Viterbo, 26 maggio 1591
Morte San Martino al Cimino, 1657
Sepoltura Basilica di San Martino al Cimino
Padre Sforza Maidalchini
Madre Vittoria Gualterio
Consorte Pamphilio Pamphilj
Coniuge Paolo Nini
Religione cattolicesimo
Alessandro Algardi, busto di Olimpia Pamphili, Ermitage

Olimpia Maidalchini (Viterbo, 26 maggio 1591San Martino al Cimino, 26 settembre 1657) , nota anche come Donna Olimpia, fu una delle protagoniste della storia di Roma nel XVII secolo.

Indice

[modifica] Cenni biografici

Figlia di un appaltatore viterbese, il capitano Sforza Maidalchini, e di Vittoria Gualterio, fu destinata dal padre al convento insieme alle sue due sorelle, in quanto unico erede designato era il loro unico fratello.

Olimpia tuttavia rifiutò di prendere i voti e accusò di tentata seduzione il direttore spirituale incaricato di convincerla ad abbracciare la vita monastica; lo scandalo che ne seguì procurò all'ecclesiastico la sospensione a divinis; tuttavia anni dopo la stessa Olimpia, che nel frattempo si era imparentata con la famiglia del pontefice regnante, lo fece nominare vescovo.

Olimpia si sposò quindi in giovane età con Paolo Nini, un facoltoso benestante che la rese vedova dopo solo tre anni di matrimonio; coniugata in seconde nozze con il principe Pamphilio Pamphilj, entrò nella nobiltà romana; con l'elezione al soglio pontificio di suo cognato Giovanni Battista Pamphili con il nome di Innocenzo X, acquisì grande potere e ingenti ricchezze, tanto da essere chiamata ironicamente la papessa.

Dal cognato pontefice si fece nominare principessa di San Martino al Cimino e feudataria di Montecalvello, Grotte Santo Stefano e Vallebona.

[modifica] La papessa

La giovane donna, di natura ambiziosa e avida, ed estremamente volitiva, aveva ben imparato sulla propria pelle che l'unica difesa da un mondo fondato sulla prepotenza, l'avidità e l'ipocrisia era combatterlo con le stesse armi; scelse come secondo marito un romano di famiglia nobile ma impoverita, più vecchio di lei di 31 anni, Pamphilio Pamphilj, che sposò nel 1612. Questi la introdusse nella società romana e, soprattutto, la imparentò con suo fratello Giovanni Battista, brillante avvocato di curia e futuro Papa Innocenzo X.

La presenza di Olimpia (ed il suo supporto economico) accompagnò la carriera del cognato Giovanni Battista Pamphilj fino al conclave ed oltre il soglio di Pietro, e non fu una presenza discreta: tutta Roma (a cominciare da Pasquino) parlava e sparlava di come Donna Olimpia apparisse molto più legata al cognato che al marito, di come chiunque volesse arrivare all'ecclesiastico Pamphilj[1] dovesse passare attraverso la cognata, e di come costassero cari i suoi favori.

È certo che, così come era stata la principale artefice dell'elezione a papa del cognato, quando questa fu conclusa Olimpia divenne la dominatrice indiscussa e assoluta della corte papale e di tutta Roma. La sua influenza sul cognato pontefice era tale che ogni decisione importante era comunque sotto il suo vaglio.

La tomba di Donna Olimpia nell'abbazia di san Martino a Viterbo

Si disse che la sua beneficenza fosse sempre interessata: che la protezione assicurata alle cortigiane mascherasse una vera e propria organizzazione del traffico della prostituzione[2], che i comitati caritatevoli per l'assistenza ai pellegrini del Giubileo del 1650 fossero organizzati a scopo di lucro, che il Bernini, allora in disgrazia, avesse ottenuto la commessa per la fontana dei Quattro Fiumi di Piazza Navona solo per aver fatto omaggio alla Pimpaccia di un modello in argento alto un metro e mezzo del lavoro che voleva eseguire.

Rimasta vedova nel 1639 di Pamphilio (che naturalmente la vox populi voleva morto di veleno), ricevette dal cognato papa il titolo di principessa di San Martino al Cimino nel 1645 e feudataria di Montecalvello, Grotte Santo Stefano e Vallebona.

Il figlio di Donna Olimpia, Camillo Pamphilj, fu nominato dallo zio generale della Chiesa, comandante della flotta e gli fu dato il governo di Borgo. Poi il giovane nipote sembrò interessarsi alla vita ecclesiastica e fu posto a fianco al cardinale segretario di Stato Panciroli. Ma Camillo Pamphilj successivamente conobbe Olimpia Aldobrandini giovane vedova del principe Borghese e nonostante il parere contrario della madre, la sposò. Il papa accettò il matrimonio, ma temendo conflitti tra le due Olimpie, mandò i novelli sposi a vivere a Frascati. Li richiamò a Roma alcuni anni dopo quando forse trovando difficile arginare l'influenza ingombrante di Donna Olimpia Maidalchini, pensò di contrastarne l'arroganza avvicinandole un'altra donna dal carattere forte come Olimpia Aldobrandini. Le due Olimpie effettivamente vennero a contrasti, ma fu sempre Olimpia Maidalchini ad avere la meglio e restare unica signora alla corte pontificia.

Alla morte di Innocenzo X, il 7 gennaio 1655, si dice:

« ella trasse di sotto il letto papale due casse piene d'oro, se le portò via, e a quanti le chiedevano di partecipare alle spese del funerale del papa rispondeva: "Che cosa può fare una povera vedova?"[3] »

Ritiratasi da Roma dopo la morte del papa nel 1655, la curia romana tentò di rientrare almeno in parte in possesso delle ricchezze accumulate da Donna Olimpia a spese dello Stato pontificio, ma inutilmente. Anche le spese funebri per Innocenzo X furono evitate, e solo tardivamente il nipote Camillo ravveduto, fece erigere un monumento funebre a suo zio nella chiesa di S. Agnese in piazza Navona a Roma.

Donna Olimpia morì di peste nelle sue tenute viterbesi di San Martino al Cimino nel 1657, lasciando in eredità 2 milioni di scudi. Ella è sepolta sotto la navata centrale della Basilica di San Martino al Cimino.

[modifica] La figura

L'aspetto più interessante della figura di donna Olimpia è che gli eccessi che le furono attribuiti erano soprattutto relativi ad un'ossessiva avidità di denaro e di potere, tipica degli uomini ma non frequentissima, in maniera così esplicita e prevalente, nelle donne.

Si dice, che durante le feste a Roma, era tradizione per i ricchi, gettare in strada le candele che erano servite per illuminare le finestre, in modo che i poveri ne potessero beneficiare, ebbene la Pimpaccia, così chiamavano Olimpia i romani, faceva vestire da straccioni i suoi domestici per recuperare la cera delle candele e non sprecarla.

Il popolo romano, che tollera male le donne potenti che competono con gli uomini sul loro stesso terreno, fece proprie le accuse di arroganza e avidità che le venivano mosse dalla corte papale e le volgarizzò chiamandola "la papessa", o anche "la Pimpaccia di piazza Navona".

Tra le pasquinate rimaste celebri sul suo conto:

  • Chi dice donna, dice danno - chi dice femmina, dice malanno - chi dice Olimpia Maidalchina, dice donna, danno e rovina
  • Chi è persona accorta - corre da donna Olimpia a mani piene - e ciò che vuole ottiene. - È la strada più larga la più corta (a proposito della gestione, da parte della donna, dell'Erario Pontificio)
  • Un giorno sulla statua di Pasquino comparve un cartello su cui era disegnata, con i lineamenti di Olimpia, una donna nuda che s'indicava il sesso. Prendendo a modello i cartelli che, ancora oggi, ricordano a Roma il livello delle piene del Tevere, e tenendo presente che donna Olimpia all'epoca avesse una relazione con il suo maestro di cappella che di cognome si chiamava Fiume, al di sotto del disegno era scritto: fin qui arrivò fiume.

[modifica] La leggenda

Una leggenda vuole che il 7 gennaio, giorno dell'anniversario della morte di Innocenzo X, la Pimpaccia corresse ancora per le strade del centro di Roma su una carrozza in fiamme, dal palazzo di Piazza Navona, attraversando Ponte Sisto, per andare a sprofondare nel Tevere con i tesori che aveva accumulato, o semplicemente per spaventare i passanti nottambuli.
Fino al 1914 esisteva, fuori Porta San Pancrazio nei pressi di villa Pamphili, una Via Tiradiavoli, così denominata perché si diceva (secondo un'altra versione della stessa leggenda) che lo stesso carro di fuoco la percorresse di gran carriera per portare la Pimpaccia alla villa papale, e che i diavoli vi avessero aperto una voragine per riportarsi all'inferno la Pimpaccia, il carro e tutto il resto.

[modifica] Note

  1. ^ Auditore della Sacra Rota dal 1604, poi Nunzio a Napoli, poi Datario del Cardinale Francesco Barberini, poi Patriarca titolare di Antiochia, poi Nunzio in Spagna, poi Cardinale dal 1629, poi Prefetto della Sacra Congregazione del Concilio di Trento, poi Prefetto della Congregazione dell'immunità ecclesiastica, poi Segretario del Sant'Uffizio, poi camerlengo del Sacro Collegio dei Cardinali e infine papa dal 1644: si immagina facilmente da questo curriculum quante relazioni e potere e regalìe (pretese senza ritegno) donna Olimpia possa avere accumulato lungo la prima metà del secolo.
  2. ^ In realtà la prostituzione, nella Roma papalina, era controllata e regolarmente tassata. Le prostitute erano dette, nel linguaggio della burocrazia, donne curiali, in quanto sottoposte al controllo del tribunale del Cardinal vicario (la Curia), che rilasciava le licenze ed esercitava il controllo sui bordelli, e ne riscuoteva le tasse. Con i proventi di queste tasse, ad esempio, fu fabbricato Borgo Pio da Pio IV e finanziata la ristrutturazione di via Ripetta da Leone X (cfr. Costantino Maes, Curiosità romane, Roma 1885)
  3. ^ da AA.VV., La grande guida dei rioni di Roma, Newton & Compton 2000

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