Discriminazione generazionale
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Con discriminazione generazionale si indicano tutte quelle forme di discriminazioni ideologiche o legislative basate sull'età degli individui. Si tratta di un fenomeno simile alle altre forme di discriminazioni, come quelle basate sul genere o l'orientamento sessuale, sull'etnìa o sulla fede religiosa.
[modifica] Il dire e il fare
Dal punto di vista ideologico la discriminazione generazionale implica una serie di pregiudizî, più o meno forti, e connotati in maniera più o meno negativa, per cui chi determinate caratteristiche vengono attribuite invariabilmente a determinati gruppi d'età.
Ad esempio pregiudizî generazionali possono essere ritenere che tutti gli adolescenti siano invariabilmente ribelli, irresponsabili, manipolabili, tendenti al disagio psichico; che tutti i bambini siano invariabilmente ingenui, amanti della pace, fiduciosi verso il mondo o, viceversa, maliziosi, crudeli e naturalmente irrispettosi verso gli adulti; che tutti gli anziani siano incapaci di vivere gli innovamenti, conservatori, incapaci di vita indipendente.
In particolare, a livello culturale, le attuali società industriali avanzate (Europa, Stati Uniti, Giappone) sembrano dimostrare tratti di discriminazione generazionale verso le generazioni più anziane, ritenute improduttive e impossibili da valorizzare; contrariamente alle cosiddette "società tradizionali", dove invece l'anziano è considerato fonte d'autorità e conoscenza.
Rispetto all'adolescenza l'atteggiamento è ambiguo. Da una parte c'è una tendenza sempre più marcata a vedere l'adolescente come un soggetto di diritti: ad esempio in alcuni casi (come i referendum locali) l'età del voto viene abbassata dai diciotto ai sedici anni; in molti casi la perseguibilità penale del soggetto (che implica quindi assunzione di responsabilità individuale) arriva sino ai quattordici anni. Inoltre agli adolescenti, in ambito scolastico, sono consentite forme di rappresentanza.
Rispetto all'infanzia l'atteggiamento è piuttosto rigido. Sino al termine del XIX secolo il bambino era percepito come una creatura essenzialmente instabile, incontrollabile e da irregimentare nell'ordine sociale tramite un'educazione severa e rigorosa, sia scolastica che familiare, basata sulla logica della sorveglianza e della punizione. È il mondo sociale degli adulti che deve essere protetto dal disordine dell'infanzia. Nel corso della prima metà del XX secolo e compiutamente nella seconda, si ha un processo di rovesciamento. Ora il bambino è visto come una creatura totalmente indifesa e genuinamente spontanea, in cui eventuali degenerazioni sono derivate dal mondo degli adulti, da cui dev'essere difeso a ogni costo.
La discriminazione generazionale si sviluppa in tutta una serie di pratiche: in particolare, rispetto agli anziani, sul posto di lavoro, dove, a parità di competenza, vengono privilegiati i più giovani. Inoltre possono essere considerate forme di discriminazioni generazionali anche leggi restrittive rispetto all'adolescenza, come la proibizione di assumere bevande alcoliche, l'impossibilità di accedere agli esami per la patente di guida o a materiale definito erotico e pornografico, e tutte le regole per l'età del consenso nei rapporti sessuali.
Tra le forme più attuali di discriminazione generazionale possono essere infine annoverate le conseguenze del cosiddetto conflitto intergenerazionale, in virtù del quale i giovani sono penalizzati riguardo alle opportunità, giocano un ruolo sociale sempre più marginale e non hanno rappresentanza politica. Può essere ricordata, a titolo esemplificativo, la struttura del mercato del lavoro (sempre più precario per i giovani), del sistema pensionistico (riformato in modo da penalizzare, di fatto, solo i giovani), e del mercato della casa (caratterizzato da prezzi altissimi e dall'impossibilità, per i giovani, di accedere al mutuo). Tutti fattori che, sommati tra loro, rendono estremamente difficile per il giovane sviluppare un progetto di vita autonomo e consapevole.

