Disastro del Maracanã

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Lo Stadio Maracanã inaugurato nel 1950.
« Era stato tutto previsto, tranne la vittoria dell'Uruguay. »
(Jules Rimet[1])

L'espressione portoghese Maracanaço (Maracanazo in spagnolo), o disastro del Maracanã[senza fonte], si riferisce alla sconfitta contro ogni pronostico[2][3] del Brasile contro l'Uruguay, il 16 luglio 1950, al Maracanã di Rio de Janeiro. Il risultato maturò nella gara decisiva del girone finale dei Mondiali di calcio, che assegnò alla Celeste il suo secondo titolo di campione del mondo.

Antefatti[modifica | modifica sorgente]

Alla conferenza FIFA di Lussemburgo del 25 luglio 1946, l'organizzazione dei mondiali del 1950 fu assegnata al Brasile, candidato unico.[4] Gli Stati europei, prostrati dalla seconda guerra mondiale, non presentarono candidature.

In Brasile il calcio era già di gran lunga lo sport più popolare.[5] La Nazionale brasiliana aveva conseguito tre trofei continentali (tutti vinti in casa e solo al termine di uno spareggio), ma non ancora un titolo mondiale. Eliminata al primo turno sia in Uruguay nel 1930, sia in Italia nel 1934, la Seleção aveva raggiunto la semifinale ai Mondiali di Francia 1938.

Prima della gara, in programma a Marsiglia contro l'Italia di Pozzo, il Brasile era così convinto di vincere da aver già acquistato i biglietti aerei per Parigi con largo anticipo,[6] e proprio in vista della finale il commissario tecnico Pimenta escluse dalla formazione titolare la stella Leônidas, allo scopo di risparmiarne le forze. La semifinale si concluse però con la vittoria per 2-1 dell'Italia e con la grande delusione dei sudamericani.[7]

Il Mondiale del 1950, nel quale la nazionale bianca[8] avrebbe goduto del supporto del proprio pubblico, rappresentava allora agli occhi dei brasiliani la giusta occasione per aggiudicarsi il primo titolo di campione del mondo di calcio.

Le speranze brasiliane[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campeonato Sudamericano de Football 1949 e Campionato mondiale di calcio 1950.

La fiducia dei brasiliani si poggiava, oltre che sul fattore campo, anche sull'elevato livello tecnico della nazionale: negli anni 1940, celebri calciatori come Barbosa, Friaça, Zizinho, Jair, Chico e Ademir erano entrati nel giro della Seleção, allenata dal 1945 dall'ex centrocampista del Flamengo Flávio Costa.

Costa aveva costruito la nazionale brasiliana che nell'edizione in casa del 1949 era riuscita a vincere, ventisette anni dopo l'ultima affermazione, il Campeonato Sudamericano. Nel torneo, disputato con la formula del girone all'italiana, il Brasile aveva vinto le prime sei partite consecutive, superando quasi sempre le avversarie con molti gol di scarto. All'esordio, i brasiliani avevano battuto l'Ecuador per 9-1, e si erano poi ripetuti con la Bolivia (10-1), il Cile (2-1), la Colombia (5-0), il Perù (7-1) e l'Uruguay (5-1).[9]

Al termine della penultima giornata, il Brasile si trovava primo in classifica con 12 punti, due in più del Paraguay, contro il quale disputò la finale l'8 maggio 1949, al São Januário di Rio de Janeiro. Da questa finale il Brasile uscì sconfitto 2-1.[9] Fu così obbligato a uno spareggio giocato l'11 maggio seguente e, questa volta, vinto con ampio scarto di reti (7-0).[9]

Lo spareggio contro il Paraguay fu l'ultima partita giocata dal Brasile nel 1949.[10] L'anno seguente, la Seleção disputò una serie di tornei e di incontri amichevoli in preparazione della rassegna mondiale. Il 6 maggio 1950, a poco più di un mese e mezzo dall'avvio del torneo, essa affrontò l'Uruguay al Pacaembu di San Paolo per la Copa Rio Branco. Uscì battuta 4-3.[10]

Nelle sei amichevoli che seguirono, tuttavia, il Brasile raccolse cinque vittorie: contro il Paraguay (2-0), l'Uruguay (3-2 e 1-0), la selezione del Rio Grande do Sul (6-4) e quella giovanile dello Stato di San Paolo (4-3). Nella restante partita pareggiò 3-3 contro il Paraguay.[10]

La Seleção pareva pronta per il Mondiale, che avrebbe intrapreso, in seguito al sorteggio, disputando un girone a quattro (Gruppo 1) contro il Messico, la Jugoslavia e la Svizzera. Avrebbe inoltre disputato la partita inaugurale (Brasile-Messico, in programma il 24 giugno) e gran parte delle restanti allo stadio Maracanã, un impianto calcistico costruito per l'occasione e, all'epoca, il più grande del mondo.[11]

Sostenuti in ogni partita dal tifo di decine di migliaia di spettatori, i brasiliani vinsero agevolmente il girone, superando al Maracanã il Messico per 4-0 e la Jugoslavia per 2-0; l'unica partita che non riuscirono a vincere fu quella contro la Svizzera, che fermò i brasiliani con un pareggio per 2-2 allo Stadio Pacaembu di San Paolo. L'opinione pubblica brasiliana non prestò più di tanta attenzione al pari, sia perché il Brasile era privo, nella partita contro gli elvetici, di calciatori importanti (Danilo, Bigode, Jair, Chico e Zizinho),[10] sia perché avrebbe giocato tutte le rimanenti partite al Maracanã, ove la Seleção sembrava imbattibile.

Tra l'altro, l'eliminazione al primo turno delle altre due favorite, l'Italia (battuta dalla Svezia) campione in carica e l'Inghilterra (sconfitta, contro ogni pronostico, per 1-0 dagli Stati Uniti e poi anche dalla Spagna), sembrò spianare ulteriormente la strada ai brasiliani per la vittoria finale. Quello del 1950 fu l'unico mondiale in cui il titolo venne assegnato non con una finale in gara unica, ma al termine di un girone finale all'italiana tra le nazionali che avevano vinto i quattro gironi che costituivano la prima fase del torneo; la prima classificata del girone finale si sarebbe aggiudicata il titolo mondiale.

Nel girone finale, gli avversari del Brasile furono la Svezia, la Spagna e l'Uruguay. Le due formazioni europee - come già detto - avevano eliminato a sorpresa, rispettivamente, Italia e Inghilterra. L'Uruguay, dal canto suo, era giunto al girone finale in modo alquanto fortunoso: sorteggiato nel girone eliminatorio con Bolivia e Francia (quest'ultima invitata in sostituzione di Turchia e Scozia, qualificatesi e successivamente rinunciatarie), il ritiro dei transalpini aveva trasformato il primo turno in una gara unica contro i modesti boliviani, battuti agevolmente per 8-0.

Il Brasile esordì nel girone finale al Maracanã, il 9 luglio alle ore 15.00, contro la Svezia. Oltre 138.000 spettatori[12] trovarono posto sulle tribune del grande stadio, dando vita a un caldissimo tifo: ampio fu il ricorso, da parte della torcida brasiliana, a materiale pirotecnico, con tanto di petardi lanciati contro i calciatori svedesi (come lamentato, in una successiva intervista, da Nacka Skoglund[1]). La gara, comunque, non ebbe storia: il Brasile vinse per 7-1, con quattro goal di Ademir, una doppietta di Chico e una rete di Maneca, mentre la Svezia (capace di segnare appena un goal con Andersson), surclassata dal gioco sudamericano, non entrò mai in partita.

Classifica prima dell'ultimo turno
Pos. Squadra Punti G V N P GF GS DR
1 Brasile Brasile 4 2 2 0 0 13 2 +11
2 Uruguay Uruguay 3 2 1 1 0 5 4 +1
3 Spagna Spagna 1 2 0 1 1 3 8 -5
4 Svezia Svezia 0 2 0 0 2 3 10 -7

Il 13 luglio alle ore 15.00, il Brasile scese nuovamente in campo al Maracanã, stavolta contro la Spagna. Di fronte a oltre 150.000 spettatori,[13] il copione si ripeté: un'autorete di Parra, una doppietta di Chico e un goal a testa di Jair, Zizinho e Ademir fissarono il punteggio sul 6-1 per il Brasile (la rete spagnola fu siglata da Igoa). Alla vigilia dell'ultima partita, in programma il 16 luglio contro l'Uruguay, il Brasile era a punteggio pieno, imbattuto e, nel solo girone finale, con 13 goal segnati e solo 2 subiti. In classifica, era seguito proprio dagli uruguaiani, che, nelle precedenti sfide, avevano pareggiato (2-2) contro la Spagna e vinto a fatica (3-2, con marcatura decisiva realizzata all'84') contro la Svezia, dopo che in entrambe le partite la Celeste stava soccombendo 2-1.

I 3 punti in classifica, contro i 4 del Brasile, consentivano ancora agli uruguaiani di poter sperare, in quanto una vittoria avrebbe permesso loro di sopravanzare i padroni di casa. Al Brasile, invece, bastava il pareggio: ma sembrava avere poco senso parlare di pareggio per la favoritissima squadra carioca per la quale, considerato l'ampio scarto di goal con cui aveva vinto le prime due partite del girone finale, l'ultima gara pareva essere una mera formalità prima di conquistare il Mondiale,[14] anche in considerazione del modo tortuoso con cui l'Olimpica era riuscita a presentarsi all'appuntamento decisivo.

La vigilia[modifica | modifica sorgente]

Forti di quelle che più che speranze parevano certezze, i brasiliani affrontarono la vigilia con grande giubilo, come se la Seleção avesse già vinto. Per le vie del Paese si incontravano ovunque caroselli di tifosi festanti, mentre il mattino del 16 per le strade di Rio de Janeiro fu pure improvvisato un carnevale.[15] In tutto il Brasile, furono vendute oltre 500.000 magliette con la scritta "Brasil campeão 1950" (Brasile campione 1950).[1]

La stampa brasiliana uscì con titoli celebrativi già il giorno della partita. Sulla prima pagina dell'edizione del 16 luglio del popolare quotidiano carioca "Diário do Rio" si leggeva: «O Brasil vencerá» (il Brasile vincerà) e «A Copa será nossa» (la Coppa sarà nostra).[16] "O Mundo" pubblicò in prima pagina la foto della squadra brasiliana sovrastata dal titolo "Estes são os campeões do mundo" (questi sono i campioni del mondo).[17]

Dall’altra parte, i calciatori uruguaiani ben sapevano dell'estrema difficoltà del match che li attendeva. Sconfiggere il Brasile (imbattuto, fino a quel momento, al mondiale del 1950), oltretutto al Maracanã, sembrava pura utopia. D'altro canto, però, la Celeste poteva vantare alcuni calciatori di alto livello, dal portiere Máspoli al capitano Varela, dal regista di centrocampo Schiaffino alla punta Ghiggia.

La partita[modifica | modifica sorgente]

Le formazioni

Il giorno della partita, l'esterno del Maracanã appariva tappezzato di cartelloni recanti la scritta Homenagem aos campeões do mundo ("Omaggio ai campioni del mondo").[1]

Lo stadio era esaurito in ogni ordine di posti. Gli spettatori paganti risultarono ufficialmente 173.850, quelli presenti 199.854, un record ancora imbattuto.[18][19][20] Appena un centinaio di essi erano tifosi uruguaiani.[1] Per il resto, le decine di migliaia di tifosi locali animarono un'accesissima torcida, con bandiere, striscioni e petardi, alcuni dei quali furono lanciati, durante il riscaldamento, contro i calciatori uruguaiani, al fine di infastidirli.[1]

La partita era in programma alle ore 15.00. Prima del fischio d'inizio, con le squadre già schierate a centrocampo, prese la parola il generale Ângelo Mendes de Morais, prefetto del Distretto Federale,[21] il quale pronunciò un breve discorso, emblematico della certezza che i brasiliani riponevano nella vittoria della propria nazionale:

« Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo.

Voi, giocatori, che tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti.
Voi, che avete rivali in tutto l'emisfero. Voi che superate qualsiasi rivale. Siete voi che io saluto come vincitori! »

(Ângelo Mendes de Morais[22][23])

Come atteso dai pronostici, il primo tempo vide il Brasile, schierato con un offensivo 2-3-4-1; che non portò alcun risultato. Nonostante i ripetuti tentativi, infatti, i brasiliani non riuscivano a perforare la difesa avversaria, rischiando addirittura di essere colti di sorpresa dai contropiedi avversari.

Nel secondo tempo, la nazionale brasiliana parve partire con il piede giusto: dopo appena 2 minuti il centrocampista Friaça, sfruttando un intervento non impeccabile del portiere uruguaiano Máspoli, portò in vantaggio il Brasile. Il Maracanã esplose di gioia, la torcida già iniziava ad assaporare il profumo della vittoria.

Classifica finale
Pos. Squadra Punti G V N P GF GS DR
1 Uruguay Uruguay 5 3 2 1 0 7 5 +2
2 Brasile Brasile 4 3 2 0 1 14 4 +10
3 Svezia Svezia 2 3 1 0 2 6 11 -5
4 Spagna Spagna 1 3 0 1 2 4 11 -7

L’Uruguay, tuttavia, non si scompose, proseguendo nel suo gioco ordinato, guidato dalla regia di Schiaffino. Al minuto 66, dopo una rapida progressione sulla fascia, Ghiggia saltò il brasiliano Bigode e servì proprio Schiaffino, che, a tu per tu con Barbosa, lo batté. Per quanto il pareggio ancora li premiasse, l'inattesa marcatura subìta ebbe notevoli ripercussioni negative sul morale dei brasiliani, che smisero pressoché di giocare.[24]

Al 79', dopo 13 minuti dal precedente gol, Ghiggia, servito da Pérez, si infilò nuovamente tra le maglie bianche della difesa e segnò la rete del clamoroso 1-2, in favore degli ospiti. Sul Maracanã cadde il silenzio più totale. I calciatori brasiliani tentarono disperatamente il gol del pareggio, che avrebbe consentito loro di alzare la coppa; ma non fu così. L'Uruguay schierò tutti gli undici giocatori in difesa e non permise ai brasiliani di trovare la via della rete.


Tabellino[modifica | modifica sorgente]

Rio de Janeiro
16 luglio 1950, ore 15:00 UTC-3
Brasile Brasile 1 – 2
referto
Uruguay Uruguay Maracanã (199.854 spett.)
Arbitro Inghilterra Reader

Il dopo-partita[modifica | modifica sorgente]

Il racconto di Jules Rimet
Jules Rimet 1933.jpg
Jules Rimet, all'epoca presidente della FIFA e ideatore dei mondiali di calcio, descrisse così, nelle proprie memorie, quel giorno: «Era stato tutto previsto, tranne la vittoria dell'Uruguay. Al termine della partita, io avrei dovuto consegnare la coppa al capitano della squadra campione. Un'imponente guardia d'onore si sarebbe dovuta formare dal tunnel al centro del campo, dove mi avrebbe atteso il capitano della squadra campione (naturalmente il Brasile). Preparai il mio discorso e giunsi presso gli spogliatoi pochi minuti prima della fine della partita (stavano pareggiando 1 a 1 e il pareggio premiava la squadra di casa). Ma ecco che, mentre camminavo per i corridoi, il tifo infernale si interruppe. Alla salita del tunnel, un desolante silenzio dominava lo stadio. Né guardia d'onore, né inno nazionale, né discorso, né solenne premiazione. Mi ritrovai da solo, con la coppa in braccio e senza sapere cosa fare. Nella confusione, scorsi il capitano dell'Uruguay, Obdulio Varela, e quasi di nascosto, stringendogli la mano, gli consegnai la statuetta d'oro e me ne andai, senza riuscire a dirgli neanche una parola di congratulazioni per la sua squadra».[1]

Quando l’arbitro Reader fischiò la fine, il clima era surreale. Sugli spalti, decine di persone vennero colte da infarto:[25] talune fonti parlano di almeno 10 morti all'interno dello stadio,[25][26] oltre che di due spettatori suicidatisi gettandosi dagli spalti.[27]

L'inatteso esito della gara fece saltare i piani di una sontuosa premiazione, ormai programmata da tempo. La Federcalcio brasiliana aveva fatto stampare migliaia di cartoline commemorative e coniare 22 medaglie d'oro,[28] che le massime autorità politiche brasiliane avrebbero dovuto consegnare ai propri calciatori.

Era previsto che si formasse un'imponente guardia d'onore, composta da due file di guardie, dall'uscita del tunnel al centro del terreno di gioco, attraverso la quale sarebbero dovuti passare i rappresentanti del governo carioca e il presidente della FIFA, Jules Rimet. Quest'ultimo avrebbe dovuto consegnare la coppa nelle mani del capitano della nazionale vincitrice (ovviamente il Brasile, secondo le attese).[1] Lo stesso Rimet aveva scritto, durante la partita, un discorso in lingua portoghese, al fine di omaggiare la nazionale di casa.[1]

Al termine della partita, le autorità brasiliane abbandonarono lo stadio, lasciando il solo Rimet a premiare gli uruguaiani.[29] La guardia d'onore non si formò (le guardie erano tutte in lacrime[1]) e il presidente della FIFA si ritrovò in mezzo alla confusione, tra i disperati brasiliani e i trepidanti uruguaiani, con la coppa in mano: scorto il capitano dell'Uruguay Varela, Rimet si limitò a consegnargli la coppa e a stringergli la mano, ma non riuscì a dirgli neppure una parola di congratulazioni per la vittoria mondiale della sua nazionale.[30]

L'Uruguay campione del mondo 1950. Da sinistra a destra, in piedi (esclusi i membri dello staff tecnico, vestiti di blu con lo stemma dell'AUF trapuntato sul petto): Varela, Tejera, Gambetta, M. González, Máspoli e Rodríguez Andrade. Accosciati: Ghiggia, Pérez, Míguez, Schiaffino e Morán. Il primo degli uomini dello staff da sinistra in piedi (tra Varela e Tejera) è l'allenatore Juan López Fontana.

Neppure l'inno nazionale uruguaiano venne suonato dalla banda (com'era invece da programma per omaggiare i neo-campioni del mondo), oltre che per la delusione, anche perché la stessa non era stata fornita della partitura dell'inno uruguaiano, in quanto ritenuta inutile.[1]

Anche gli uruguaiani, nonostante la soddisfazione per la vittoria, furono colpiti dal dramma dei brasiliani. In un'intervista, Juan Alberto Schiaffino affermò come, al fischio finale, fu colto anche da compassione per gli sconfitti: «Lasciammo l'angustia che ci aveva accompagnato per tutta la partita, versando lacrime di gioia, pensando alle nostre famiglie in Uruguay, mentre i nostri avversari piangevano di amarezza per la sconfitta. Ad un certo punto, provai pena per quello che stava accadendo».[31]

Mentre Ghiggia, anni dopo, dirà ironicamente: «A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã: Frank Sinatra, il Papa e io».[32] La nazionale uruguaiana, per motivi precauzionali, lasciò immediatamente il Brasile, volando verso Montevideo. Questo non impedì un'aggressione, immediatamente dopo la partita, ai danni di Ghiggia, che dovette rientrare in Uruguay in stampelle.[26]

Il Brasile proclamò tre giorni di lutto nazionale. Molte persone in tutto il Paese, chi per la delusione, chi perché aveva perso tutto scommettendo gran parte dei propri averi sulla vittoria della Seleção, si tolsero la vita:[14][27] alla fine sarebbero stati certificati 34 suicidi e 56 morti per arresto cardiaco in tutto il Paese.[33] Ary Barroso, il popolare musicista brasiliano che lavorava anche come radiocronista calcistico e che aveva commentato la finale, decise, poco tempo dopo, di lasciare la professione di giornalista.[34] Il difensore brasiliano Danilo, caduto in una profonda crisi depressiva a causa della sconfitta, tentò il suicidio.[14]

La stampa brasiliana uscì con titoli catastrofici sulla sconfitta (tra gli altri, "Nossa Hiroshima" - la nostra Hiroshima - e "A pior tragédia na história do Brasil" - la peggiore tragedia nella storia del Brasile).[35] Eloquente fu la descrizione che lo scrittore brasiliano José Lins do Rego pubblicò il 18 luglio sul popolare quotidiano sportivo "O Jornal dos sports":

« Ho visto un popolo a testa bassa, con le lacrime agli occhi, senza parole, lasciare lo stadio come se tornasse dal funerale di un amatissimo padre. Ho visto un popolo sconfitto, e più che sconfitto, senza speranza. Questo mi ha fatto male al cuore. Tutte le emozioni dei minuti iniziali della partita si sono ridotte a cenere di un fuoco spento. »
(José Lins do Rego[17][36][37])

I media brasiliani scagliarono roventi critiche sull’allenatore Flávio Costa e su tutti i giocatori, in particolare sul portiere Barbosa.[30] Il commissario tecnico fuggì dal Paese, rifugiandosi in Portogallo. Sarebbe comunque tornato sulla panchina della Seleção, calmatesi le acque, nel 1955.

A Barbosa sarebbe toccata la condanna calcistica più grave, venendo accusato, per tutto il resto della propria vita, di essere stato il principale responsabile della sconfitta. Lo stesso estremo difensore brasiliano raccontò, anni dopo, la sua pena: «Se non avessi imparato a contenermi ogni volta che la gente mi rimproverava per il goal (di Ghiggia, n.d.r.), sarei finito presto in carcere o al cimitero».[38] E ancora: «Fu una sera degli anni '80 in un mercato. Richiamò la mia attenzione una signora che mi indicava, mentre diceva a voce alta al suo bambino: "Guarda figlio, quello è l'uomo che fece piangere tutto il Brasile"».[38]

Nel 1993, in un incontro con i calciatori della nazionale brasiliana durante le qualificazioni ai mondiali del 1994, Barbosa commentò sconfortato: «In Brasile la pena più lunga per un crimine è trent'anni di carcere. Io, da quarantatré anni, pago per un crimine che non ho commesso».[22][38] Barbosa morì nel 2000. Recentemente, il giornalista italo-brasiliano Darwin Pastorin ha proposto di compensarlo dei decenni vissuti ingiustamente come capro espiatorio, ribattezzando il Maracanã, in vista dei mondiali brasiliani del 2014 e delle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016, come "Stadio Moacir Barbosa".[22]

Ciononostante, proprio a Ghiggia è stato concesso, nel dicembre 2009, l'onore di lasciare le impronte dei propri piedi nella "Calçada da Fama" del Maracanã, la walk of fame riservata ai grandi calciatori protagonisti di memorabili partite disputate nel grande stadio carioca.[39][40]

Gli anni a seguire[modifica | modifica sorgente]

La nazionale brasiliana non disputò più alcuna partita per quasi due anni. Solo il 6 aprile 1952, il Brasile tornò in campo, battendo per 2-0 il Messico al Campionato Panamericano.[10] L'anno dopo, al Campeonato Sudamericano in Perù, il Brasile, con in rosa ancora gran parte dei calciatori del mondiale del 1950,[41] avrebbe rimediato un'altra beffa inattesa dai pronostici, perdendo lo spareggio contro il Paraguay, dopo essere stato raggiunto da quest'ultimo in testa alla classifica all'ultima giornata.

Nel 1954, ai mondiali in Svizzera, il Brasile fu eliminato ai quarti di finale dall'Ungheria di Puskás, che sconfisse i sudamericani per 4-2.[42] Solo ai mondiali del 1958, il Brasile riuscì a vincere il titolo mondiale. Della squadra del 1950 erano presenti, in rosa, due calciatori: il portiere di riserva Castilho e il difensore Nílton Santos.

Cambio di maglia[modifica | modifica sorgente]

Manica sinistra
Maglietta
Maglietta
Manica destra
Pantaloncini
Calzettoni
Divisa brasiliana prima del Maracanaço

Soprattutto a scopo scaramantico la Federcalcio brasiliana decise, dopo il disastro del Maracanã, di cambiare addirittura i colori della divisa della Seleção. Questa, fino al Maracanaço, consisteva di maglietta bianca, con colletto blu, e pantaloncini e calzettoni bianchi.[8]

Per alcuni anni il Brasile indossò una maglietta azzurra con pantaloncini bianchi e calzettoni azzurri, finché nel 1954 la divisa divenne come si presenta a tutt'oggi: maglietta giallo oro con colletto verde, pantaloncini blu e calzettoni bianchi (l'unica parte della divisa ad essere rimasta immutata).[43] Da tale divisa deriva uno dei soprannomi della nazionale brasiliana: "nazionale verde-oro".

Solo in un'altra occasione la nazionale brasiliana è tornata ad indossare la divisa bianca: accadde il 20 maggio 2004 allo Stade de France di Saint-Denis (Parigi), in occasione del centenario della FIFA. Avversaria era la Francia (si decise infatti di far affrontare le ultime due nazionali Campioni del Mondo) e le due squadre indossarono nel primo tempo delle divise storiche, degli stessi colori che le due nazionali avevano nel 1904. La gara finì 0-0.[44]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h i j k (ES) La historia del Maracanazo de 1950 in Taringa!. URL consultato il 25 marzo 2011.
  2. ^ Vittorio Pozzo, Due giocatori italiani artefici della vittoria in La Stampa, 18 luglio 1950, p. 4. URL consultato il 10 marzo 2014.
  3. ^ Vittorio Pozzo, Doccia fredda uruguayana sulla fama del Brasile: 2-1 in Stampa Sera, 17 luglio 1950, p. 4. URL consultato il 10 marzo 2014.
  4. ^ (EN) 1950 World Cup in National Soccer Hall of Fame. URL consultato il 21 febbraio 2010.
  5. ^ (EN) World Cup 1950 - URUGUAY SHOCK THE HOSTS in Planet World Cup. URL consultato il 21 febbraio 2010.
  6. ^ Mondiali Francia 1938 in Calcio al pallone. URL consultato il 21 febbraio 2010.
  7. ^ Bacci, op. cit., p. 42
  8. ^ a b All'epoca la divisa brasiliana consisteva in un completo di casacca e calzoncini bianchi. (EN) A day steeped in symbolism in FIFA.com. URL consultato il 13 settembre 2009.
  9. ^ a b c (EN) Southamerican Championship 1949, RSSSF. URL consultato il 29 maggio 2011.
  10. ^ a b c d e Seleção Brasileira (Brazilian National Team) 1947-1952 in RSSSF-Brazil. URL consultato il 25 marzo 2011.
  11. ^ Mario Gherarducci, Brasile, la leggenda del calcio samba in Corriere della Sera, 15 luglio 1994. URL consultato il 1º aprile 2011.
  12. ^ (EN) 1950 World Cup Brazil: Brazil - Sweden 7-1 in FIFA. URL consultato il 1º aprile 2011.
  13. ^ (EN) 1950 World Cup Brazil: Brazil - Spain 6-1 in FIFA. URL consultato il 1º aprile 2011.
  14. ^ a b c La madre di tutte le sconfitte in Storia del calcio. URL consultato il 24 aprile 2010.
  15. ^ (FR) El Maracanaço ou la chronique d'un titre annoncé... in RetroFoot. URL consultato il 24 aprile 2010.
  16. ^ (PT) Copa de 1950 in Com bola e tudo. URL consultato il 31 marzo 2011.
  17. ^ a b (PT) Frases da Copa de 1950, Brasil in UOL. URL consultato il 2 aprile 2011.
  18. ^ (PT) Best Attendances in Brazil. URL consultato il 22 giugno 2011.
  19. ^ (ES) Maracaná - El escenario mítico del balón in FIFA. URL consultato il 3 luglio 2010.
  20. ^ (EN) Hoodoos and bogey teams in FIFA. URL consultato il 3 luglio 2010.
  21. ^ Nel 1950, il Distretto Federale corrispondeva all'area metropolitana di Rio de Janeiro, città che all'epoca era la capitale del Brasile. Dieci anni dopo, con il trasferimento della capitale a Brasilia, il Distretto Federale fu ivi trasferito, mentre la municipalità di Rio de Janeiro prese il nome di Stato di Guanabara. Quest'ultimo, nel 1975 fu unito allo Stato di Niteroi, formando l'attuale Stato di Rio de Janeiro.
  22. ^ a b c Roberto Bertoni, Moacyr Barbosa e l'eterna maledizione in L'arca di Noè. URL consultato il 31 marzo 2011.
  23. ^ Renato Nicolai, La grande beffa del Maracanà in Paese Sera, 5 giugno 1974.
  24. ^ (ES) Habla el arquero del Maracanazo in CONMEBOL. URL consultato il 24 aprile 2010.
  25. ^ a b Vince l'Uruguay dopo lo stop per la guerra in La Gazzetta dello Sport. URL consultato il 24 aprile 2010.
  26. ^ a b Top 10 mondiali - "O Maracanaço" e il dramma brasiliano in Yahoo! Italia Sport.
  27. ^ a b (EN) Become an instant expert... on Brazilian football in BBC. URL consultato il 24 aprile 2010.
  28. ^ (PT) Maracanazo in Futebolar. URL consultato il 20 maggio 2010.
  29. ^ (ES) 1950, el triunfo de Uruguay in Uruguay al Día - Periódico Digital. URL consultato il 25 marzo 2011.
  30. ^ a b (PT) O Maracanaço de 1950 in Jornal O Rebate. URL consultato il 24 febbraio 2010.
  31. ^ (ES) Nelson Fernández, Murió Pepe Schiaffino: la leyenda que maravilló al Maracaná in La Nación. URL consultato il 1º aprile 2011.
  32. ^ Il mondo ai piedi della dea Palla in La Repubblica. URL consultato il 13 settembre 2009.
  33. ^ Juan Alberto Schiaffino. URL consultato il 2 maggio 2011.
  34. ^ (ES) «Viví con 13 años el Maracanazo: salimos caminando al matadero» in ABC. URL consultato il 24 aprile 2010.
  35. ^ (EN) Top 10 World Cup shocks of all time in Goal.com. URL consultato il 31 marzo 2011.
  36. ^ (PT) Angela Pinho, Criador do uniforme da seleção não torce para o Brasil in Almanaque do Brasil. URL consultato il 2 aprile 2011.
  37. ^ (PT) Memória bandeirante in UNESP. URL consultato il 2 aprile 2011.
  38. ^ a b c (EN) Alex Bellos, Moacir Barbosa-Goalkeeper who made a mistake his nation never forgave or forgot in The Guardian, 13 aprile 2000. URL consultato il 22 settembre 2011.
  39. ^ (PT) Ghiggia coloca os pés na Calçada da Fama do Maracanã in Estadao. URL consultato il 25 aprile 2010.
  40. ^ Maracanà, il grande Ghiggia nella Walk of Fame in La Repubblica. URL consultato il 25 aprile 2010.
  41. ^ (EN) Southamerican Championship 1953 - Rosters in RSSSF. URL consultato il 13 aprile 2011.
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  44. ^ Imre Budavari, 100 anni dopo, la Fifa rinasca dal pallone in Sport.it, 21 maggio 2004. URL consultato il 15 gennaio 2013.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]