Diritto bellico

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Il diritto bellico, in diritto, si riferisce all'insieme di norme giuridiche - sia a livello nazionale e internazionale - che disciplinano la condotta della parti in guerra.

Consiste in regole che limitano e regolamentano i cosiddetti "mezzi e metodi di guerra", cioè le armi e le procedure per il loro impiego. I militari che infrangono le leggi di guerra perdono la protezione accordate dalle norme stesse. Le corti competenti sono molte, non la Corte Penale Internazionale dell'Aja. Le accuse di violazione delle Convenzioni di Ginevra da parte delle nazioni firmatarie sono portate di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia a L'Aia.

Cenni storici[modifica | modifica sorgente]

Dopo la Seconda guerra mondiale l'attenzione del diritto internazionale si è spostato dal comportamento dei combattenti ai diritti delle cosiddette vittime di guerra. Si è così formata una nuova partizione del diritto internazionale: il Diritto internazionale umanitario, per il quale hanno particolare rilevanza le convenzioni di Ginevra. Quest'ultimo consiste nell'enunciazione dei diritti di chi non è combattente: feriti, malati e naufraghi, prigionieri, popolazione civile.

Ambito di applicazione[modifica | modifica sorgente]

Spie e terroristi non sono protetti né dalle leggi di guerra né dal diritto umanitario; essi sono soggetti, per le loro azioni, alle leggi ordinarie (se ne esistono). Ricadendo al di fuori del loro ambito, le leggi di guerra non approvano né condannano atti di tortura o condanne a morte nei confronti di spie e terroristi, che nella pratica risultano un'eventualità tutt'altro che rara. Le nazioni che hanno firmato la Convenzione internazionale sulla tortura si sono impegnate a non torturare i terroristi catturati.

La linea di confine quindi si sposta sulla qualificazione della situazione di conflitto armato, che non è sempre coincidente con la guerra (tanto che si parla sempre meno di diritto bellico e sempre più di diritto dei conflitti armati): l’equiparazione contenuta nelle più recenti convenzioni internazionali di diritto umanitario applicabili ai conflitti armati, infatti, riceve conferma nella tipologia dei crimini di guerra prevista dall’articolo 8[1] dello Statuto di Roma istitutivo della Corte penale internazionale, la quale enuncia assai puntualmente il seguente ambito dei fenomeni che costituiscono conflitti armati: “i conflitti armati internazionali; i conflitti interni tra gruppi di persone organizzate, che si svolgano con le armi all’interno del territorio dello Stato, e raggiungano la soglia di una guerra civile o di insurrezione armata; i conflitti interni prolungati tra le Forze armate dello Stato e gruppi armati organizzati o tra tali gruppi”.

Sono escluse comunque dai conflitti interni “le situazioni interne di disordine o di tensione, quali sommosse o atti di violenza isolati e sporadici ed altri atti analoghi”, che ricadono sotto il diritto penale interno degli Stati: significativo è – per tale qualificazione – il comportamento degli stessi Stati, che se riconoscono qualifica di combattenti legittimi ai loro antagonisti implicitamente[2] od esplicitamente[3] considerando loro esplicitamente soggetti di diritto nella veste di insorti.

Caratteristiche generali[modifica | modifica sorgente]

Le fonti sono oggi rappresentate, oltre che dalle normative nazionali dei vari stati anche e soprattutto dalle convenzioni internazionali: fondamentali sono a riguardo le Convenzioni dell'Aja, che peraltro costituiscono prevalentemente codificazione del preesistente Diritto consuetudinario.

Secondo tali convenzioni, i soldati di un Paese membro che trasportano equipaggiamenti proibiti o compiono azioni proibite dalla Convenzione sono passibili di esecuzione sommaria sul campo, senza processo. Questo succede in genere a prigionieri di guerra che sono catturati con equipaggiamenti proibiti. L'esecuzione può essere ordinata dall'ufficiale di grado più elevato di un gruppo che ha osservato un'atrocità e può riconoscere gli individui che vi hanno partecipato.Il diritto bellico regola tra l'altro le modalità di sospensione o cessazione dei combattimenti, e cioè resa, armistizio, cessate il fuoco (detta comunemente tregua), la scelta degli obiettivi militari, la proibizione delle armi in grado di produrre inutili sofferenze, il divieto di porre in essere atti di perfidia, cioè i comportamenti atti a trarre in inganno l'avversario sfruttando la protezione fornita dal Diritto internazionale, come ad esempio la violazione della bandiera bianca, l’accettazione della resa ed il trattamento dei prigionieri di guerra, il divieto di aggredire intenzionalmente i civili, la disciplina dei crimini di guerra e la proibizione ad usare armi di distruzione di massa.

Poiché le convenzioni di diritto umanitario contengono anche norme comportamentali, si è così creata una convergenza tra il diritto bellico ed il diritto umanitario.

Nel mondo[modifica | modifica sorgente]

Italia[modifica | modifica sorgente]

In Italia il diritto bellico è essenzialmente disciplinato dalla legge di guerra e di neutralità, emanata con regio decreto n. 1415 dell'8 luglio 1938, dal codice penale militare di guerra e dal codice penale militare di pace, questi ultimi due approvati con il R.D. 20 febbraio 1941, n. 303.

Il personale militare è inoltre vincolato:

La sottrazione di tali soggetti dal diritto bellico apre l'assai dibattuta questione del confine tra terrorismo e guerriglia dei partiti insurrezionali, sulla quale a livello nazionale la Corte di cassazione italiana (dando torto al giudice milanese Clementina Forleo) ha statuito che:

« il riferimento alle situazioni di conflitto armato(...) rivela la duplicità della disciplina delle condotte terroristiche e la necessità di differenziarne il regime giuridico in relazione all’identità dei soggetti attivi e delle vittime, nel senso che deve applicarsi la normativa del diritto internazionale umanitario ovvero quella comune a seconda che i fatti siano compiuti da soggetti muniti della qualità di “combattenti”‘ e siano destinati contro civili o contro persone non impegnate attivamente nelle ostilità. Ne segue che, mutando tali requisiti soggettivi, gli atti di terrorismo risultano inquadrabili nella categoria dei crimini di guerra ovvero in quella dei crimini contro l’umanità".[4] »

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ L'articolo 8 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale è stato modificato durante la Conferenza di Kampala, con l'articolo 8bis, per ulteriori approfondimenti si rimanda alla voce wiki sul crimine di aggressione
  2. ^ Vi si riconduce una peculiarità della lotta di De Gaulle all'OAS: nella repressione ad opera di una Corte marziale dei tre componenti del cosiddetto "commando Delta" dell'OAS diretto da Roger Degueldre, furono condannati a morte e fucilati non soltanto due ufficiali dell'esercito francese, ma anche un cittadino civile appartenente alla medesima organizzazione (e resosi autore con i correi di efferati delitti in Algeria), Claude Piegts, che a rigore avrebbe dovuto meritare la ghigliottina come un qualsiasi omicida in borghese, e che invece fu fucilato il 7 giugno 1962 al forte di Trou-d'Enfer (Marly-le-Roi).
  3. ^ Come fatto dalla Colombia nel 2003, quando aderì al trattato istitutivo della Corte penale internazionale valendosi della riserva che le consentiva di escludere dall'ambito della sua giurisdizione i comportamenti del suo esercito nella lotta alla guerriglia delle FARC, con ciò definita espressamente non di rango meramente internista ma di rilievo internazionalistico (come conflitto con un partito insurrezionale dotato di controllo territoriale).
  4. ^ Cassazione – Sezione prima penale (up) – sentenza 11 ottobre 2006-17 gennaio 2007, n. 1072, il cui ragionamento partiva dalla seguente disamina della normativa internazionale: "In mancanza di una convenzione globale in materia di terrorismo, la cui approvazione è da decenni ostacolata dal dissenso tra gli Stati aderenti all’ONU in merito ai fatti di terrorismo compiuti nel corso di guerre di liberazione e di lotte annate per l’attuazione del principio di autodeterminazione dei popoli, va rilevato che la formulazione della Convenzione del 1999, resa esecutiva con legge 7/2003, ha una portata così ampia da assumere il valore di una definizione generale, applicabile sia in tempo di pace che in tempo di guerra e comprensiva di qualsiasi condotta diretta contro la vita o l’incolumità di civili o, in contesti bellici, contro “ogni altra persona che non prenda parte attiva alle ostilità in una situazione di conflitto armato”, al fine di diffondere il terrore fra la popolazione o di costringere uno Stato o un’organizzazione internazionale a compiere o ad omettere un atto. Oltre ad essere connotata da tali elementi oggettivi e soggettivi, nonché dalla identità delle vittime (civili o persone non impegnate nelle operazioni belliche), è opinione comune che per essere qualificata terroristica la condotta deve presentare, sul piano psicologico, l’ulteriore requisito della motivazione politica, religiosa o ideologica, conformemente ad una norma consuetudinaria internazionale accolta in varie risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nonché nella Convenzione del 1997 contro gli attentati terroristici commessi con l’uso di esplosivi. La definizione degli atti terroristici contenuta nell’art 1 della Decisione quadro dell’Unione Europea è basata, invece, sull’elencazione di una serie determinata di reati, considerati tali dal diritto nazionale, che possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono commessi al fine di intimidire gravemente la popolazione o di costringere indebitamente i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto, ovvero di destabilizzare gravemente o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche o sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale. La formula definitoria tracciata dalla Decisione quadro del 2002 si differenzia da quella della Convenzione ONU del 1999, della quale pure ricalca in gran parte le linee, per i due seguenti aspetti. Per un verso, l’arca applicativa dei reati terroristici risulta più limitata, riguardando soltanto fatti commessi in tempo di pace, come risulta esplicitamente dall’undicesimo “considerando” introduttivo che esclude dalla disciplina 1e attività delle forze armate in tempo di conflitto armato”‘, secondo le definizioni date a questi termini dal diritto internazionale umanitario: di talché la definizione in esame fa salve le attività poste in essere in tempo di guerra, regolate dal diritto internazionale umanitario e, in primo luogo, dalle Convenzioni di Ginevra e dai relativi Protocolli aggiuntivi. Per altro verso, la Decisione quadro ha ampliato la nozione delle attività terroristiche prevedendo che queste siano connotate anche dalla finalità eversiva, vale a dire dallo scopo di “destabilizzare gravemente o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche o sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale”. assente nel testo della Convenzione del 1999. In entrambe le definizioni è comunque presente la connotazione tipica degli atti di terrorismo individuata dalla più autorevole dottrina nella “depersonalizzazione della vittima” in ragione del normale anonimato delle persone colpite dalle azioni violente, il cui vero obiettivo è costituito dal fine di seminare indiscriminata paura nella collettività e di costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un determinato atto.

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