Diritti umani nell'Africa subsahariana

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La situazione dei diritti umani nell’Africa Subsahariana varia notevolmente da paese a paese. Accanto a regimi dittatoriali violenti, si trovano paesi democratici rispettosi degli accordi internazionali. Va inoltre notato che molti paesi e l’Unione Africana[1] hanno aderito ad un cammino verso l’applicazione reale degli accordi internazionali sui diritti umani.[2] Allo stesso tempo, le diverse culture e tradizioni sociali africane da una parte frenano l’applicazione di alcune leggi in favore dei diritti umani, e dall’altra permettono un’accelerazione del cammino di comprensione di questi stessi diritti. Non va poi dimenticato che molte regioni africane vivono una situazione di povertà e insicurezza sociale che non permettono un vero impulso positivo nella coscientizzazione popolare.

Aspetti generali[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Filosofia africana.

Tutti i paesi subsahariani si sono sviluppati negli ultimi cinquant’anni a partire dalle amministrazioni coloniali che hanno occupato il continente dal XV secolo in poi. L'eccezione è l'Etiopia, unico paese africano a non essere stato colonizzato – escludendo la breve parentesi di controllo italiano. Prima della colonizzazione, solo pochi paesi avevano un’unità amministrativa grossomodo corrispondente ai paesi attuali. Esistevano invece altre forme politiche che ponevano il territorio sotto controllo di alcune forze accentratrici. È il caso dei regni della zona dei grandi laghi, dei regni dell’Africa Occidentale, del regno di Grande Zimbabwe, e quello zulu. Va notato che in molte regioni africane – Kenya e Tanzania, per esempio – non vi era nessun potere centrale o accentratore. L’Africa precoloniale presentava quindi vari tipi di strutture politiche. In generale – ma va ricordato che stiamo parlando del secondo continente del mondo, con circa 1200 diverse etnie, e quindi centinaia di modi diversi di comprendere e attuare le leggi sociali – il diritto della persona non era considerato di primaria importanza, dando invece più risalto al diritto della comunità. Il diritto della persona era garantito dal bisogno della comunità di difendere i propri membri. Esistevano poi canoni abbastanza rigidi di comportamento entro il quale un individuo era libero di scelte personali. Ad esempio, ogni società aveva codificato i diritti e doveri dei vari membri della famiglia. Diritti e doveri che quindi potevano non corrispondere al moderno giudizio di rispetto dei diritti personali, ma erano pur sempre codificati e non arbitrari. Il giudizio sui casi di sospetto abuso delle libertà altrui spettava agli anziani, e in particolare a quei gruppi di anziani più autorevoli all’interno della comunità.

L’esperienza coloniale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia dell'Africa.

Le varie amministrazioni coloniali imposero un codice civile, o altre forme di leggi fondamentali, su cui basare la legiferazione nelle colonie. Gli intellettuali africani arrivarono ad apprezzare l’idea insita in un corpo di leggi cui tutti potevano rifarsi senza distinzione di sesso, razza, posizione sociale. Il sogno venne presto infranto. Da una parte, lo stesso ordine coloniale si basava su di un atto, la conquista, che poco aveva in comune con il rispetto della libertà dei popoli. Dall’altra, gli africani scoprirono presto che la discriminazione nei loro confronti non solo era accettata, ma era essa stessa definita legalmente dalle leggi coloniali. Gli africani, ad esempio, non potevano sperare in un processo legale egualitario, se uno dei due litiganti era un colonialista. Atti gravi, quali l’abuso fisico o l’omicidio, commessi contro africani venivano regolarmente stralciati dai giudici. In molti paesi – specie quelli sotto il dominio britannico – vi erano forme più o meno gravi di apartheid. A Nairobi, in Kenya, sin dalla sua fondazione nel 1902, gli africani non potevano vivere all’interno dei confini cittadini, a meno che non fossero dipendenti di colonialisti che ivi vivevano. Quando il primo nucleo cittadino si sviluppò, il regime coloniale disegnò una città segregata. Gli africani potevano costruire le loro case ad est del centro cittadino, al ovest il territorio era assegnato a ufficiali governativi e coloni, mentre alla grande comunità asiatica venne affidato un territorio tra le due sezioni. La divisione rimane visibile ancora oggi, con quasi tutte le baraccopoli della capitale kenyota sorte nell’est della città. Un kenyano che si fosse trovato per strada nella zona destinata ai bianchi dopo il coprifuoco, doveva avere con sé una lettera che lo autorizzava a girare nel quartiere per motivi di lavoro. La mancanza di uguaglianza apparve chiara subito dopo la prima guerra mondiale, e così anche dopo il secondo conflitto mondiale. Quando i soldati africani che avevano difeso gli interessi della nazione colonizzatrice combattendo al di fuori del continente, ma non solo, ritornarono a casa, si videro negati i privilegi e le concessioni offerte ai reduci europei. Negli anni precedenti l’indipendenza, in quasi tutti i paesi africani sorsero gruppi politici locali che chiesero, e mai ottennero, non l’indipendenza, ma un autogoverno dove africani e europei avessero uguali diritti. Spesso i movimenti indipendisti si risolsero all’uso delle armi solo dopo aver inutilmente cercato un accordo che permettesse il rispetto dei diritti delle popolazioni autoctone. La risposta dei vari regimi coloniali fu variegata: i campi di concentramento in Namibia, la creazione delle riserve in Kenya, l’occupazione militare nelle colonie portoghesi, e così via. In generale, si può affermare che l’indipendenza dei paesi africani sia nata da un’esperienza di diritti umani lesi dal potere centrale.

Nuovi assetti politici[modifica | modifica sorgente]

Con l’esclusione di pochi stati, le nuove nazioni africane non cancellarono le leggi coloniali che permettevano il controllo dell’ordine pubblico e dell’ordinamento sociale dando poteri extra giudiziari ai corpi di polizia e all’esercito. Inoltre, dopo un periodo iniziale ispirato all’ideale democratico, quasi tutti i paesi africani hanno fatto la scelta del partito unico e del presidente a vita, eliminando figure di controllo politico quali il primo ministro. Il presidente del paese era anche il presidente del partito unico, e quindi l’unica persona in grado di decidere il corso politico e finanziario del proprio paese. Il ricorso a sistemi dittatoriali e a regimi fortemente centralizzati ha di per sé imposto un blocco alla coscientizzazione sociale sui diritti umani. Pur essendo firmatari della carta dell’Onu sui diritti umani, i regimi africani si sono ben guardati dal ratificarla e renderla operativa nei loro paesi. Con poche eccezioni, i paesi africani hanno invece aumentato il controllo sulle scelte personali, sul diritto delle persone di vivere ovunque nel loro paese, e sul diritto alla terra e alle risorse dei territori ancestrali.

Crescita sociale[modifica | modifica sorgente]

Con la caduta del bipolarismo USA-URSS che aveva portato alla Guerra Fredda (fine anni 1980), l’Africa ha vissuto un momento di liberazione politico sociale, spesso chiamata primavera politica africana. Sulla spinta della democratizzazione dei paesi dell’Est europeo, e con il mancato supporto economico americano e sovietico alle dittature africane, quasi tutti i paesi africani hanno approvato il multipartitismo. Sotto la spinta della protesta civile, alcuni diritti della persona (libertà di stampa, di espressione, ecc.) vennero ristabiliti, almeno a livello giuridico. Questo cambiamento è avvenuto sia per decisione presidenziale (Kenya, Mali, Zambia) che per referendum (Malawi). In genere, il controllo delle strutture pubbliche e la capillare presenza sul territorio giocarono in favore dei vecchi presidenti a vita per mantenere il controllo politico. Un valido esempio viene dallo Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) dove il dittatore Mobutu ebbe buon gioco ad approvare centinaia di partiti di opposizione e mantenere il potere sin quasi alla sua morte. Si ebbero anche cambiamenti repentini e genuinamente voluti dalla popolazione. È il caso del Malawi, dove il presidente Hastings Kamuzu Banda venne velocemente rimpiazzato con le elezioni generali del 1994, dopo che il referendum del giugno 1993 aveva sancito la volontà popolare per il multipartitismo. Il multipartitismo, con tutti i limiti alla sua vera attuazione, ha permesso lo sviluppo della società civile. I gruppi Giustizia e Pace – poi Giustizia e Pace e Salvaguardia del Creato – delle Chiese Cattolica e Protestanti hanno fatto molto per coscientizzare la gente sui diritti della persona e la promozione delle donne, i cui diritti erano spesso lesi dalla stessa cultura locale. Associazioni internazionali quali Amnesty International e Human Rights Watch hanno permesso la pubblicazione di rapporti dettagliati sulla situazione dei diritti umani nei vari paesi. L’OCHA, l’organizzazione delle Nazioni Unite che coordina gli aiuti umanitari, ha istituito IRIN (Integrated Regional Information Network)[3] anche per informare sulla situazione dei diritti umani. La produzione video di IRIN ha illustrato, e illustra, in maniera drammatica gli abusi a cui sono sottoposti le popolazioni dei paesi africani in guerra. Questi, e altri strumenti, hanno permesso da una parte la continua crescita delle aspettative della popolazione, e quindi della loro capacità di reazione di fronte ad abusi, e dall’altra, una migliore conoscenza della situazione locale e del tipo di abusi da combattere.

Passi positivi[modifica | modifica sorgente]

Il 2007 ha visto alcuni sviluppi positivi per i diritti umani in Africa. Dopo un lungo lavoro preparatorio, l’Unione Africana ha dato vita alla Corte Africana per i diritti Umani e dei Popoli. Va anche notato che il Segretario Permanente delle Istitituzioni Africane Nazionali per i Diritti Umani ha finalmente aperto la sua sede a Nairobi, Kenya. Quasi tutti i paesi africani hanno inoltre affrontato il lungo iter legislativo per integrare le leggi internazionali e la Carta Universale dei Diritti Umani nelle leggi locali. Questo iter, già in ritardo di vari decenni, richiederà senz’altro altri anni per giungere alla sua conclusione. È comunque significativo che la crescita democratica si rispecchi nel lavoro dei vari governi anche in una crescita di sensibilità verso i diritti della persona.

Maggiori violazioni[modifica | modifica sorgente]

Se il panorama generale può indurre ad una valutazione positiva, non va dimenticato che nel passato recente e a tutt'oggi in Africa si assiste ad esempi estremi di abusi dei diritti umani:

  • genocidi (Burundi, Rwanda, Sudan)
  • espulsione indebita – rifugiati (Somalia, Kenya, Sudan, D. R. Congo, Zimbabwe, Eritrea)
  • resistenza indebita all’autodeterminazione dei popoli (Repubblica Saharawi, Angola, Sudan, aree abitate dai Tuareg)
  • bambini soldato (Mozambico, Angola, Liberia, Sierra Leone, Sudan, Uganda)
  • abusi sessuali, sia in situazioni di guerra che nei centri urbani (endemico in Sudafrica, Nigeria, Kenya, D.R.Congo, Zambia, Zimbabwe, e in genere nelle metropoli)
  • imprigionamenti indebiti e tortura (Eritrea, Guinea Equatoriale)
  • abusi contro diritto alla proprietà privata (Kenya, Etiopia, Eritrea, Zimbabwe)
  • abusi contro la libertà di culto (Sudan, Ciad)
  • abusi contro le libertà civili (Zimbabwe, Guinea, Guinea Equatoriale, Mozambico)

Paese per paese[modifica | modifica sorgente]

Per questa sezione vedi anche gli articoli di storia dei singoli paesi, il Rapporto 2008 di Amnesty International[4], e i rapporti dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite[5].

Angola[modifica | modifica sorgente]

Dopo una lunga guerra civile, terminata nel 2002 con la firma degli accordi di pace, il paese ha goduto di una calma relativa negli ultimi sei anni. Nonostante il paese sia ancora immerso in gravi problemi di governabilità. Il governo ha iniziato la riforma del Codice Penale e della Legge sull’Imprigionamento Preventivo. Questo processo procede lentamente. La libertà di parola e di stampa è limitata. La popolazione non può accedere liberamte alla giustizia, visto che i politici controllano il sistema giudiziario. La maggioranza della popolazione vive sotto il livello di povertà e si vede negato l’accesso a servizi di base, quali l’acqua potabile, la sanità e l’educazione. Le varie agenzie dell’ONU che lavorano in Angola stanno sostenendo il processo di democratizzazione. In tutte le scuole elementari è stato introdotto un corso sui diritti umani. IRIN sponsorizza una stazione radio che informa la popolazione sui suoi diritti umani. L’exclave di Cabinda è ancora oggi in opposizione al governo di Luanda. Gli abitanti di Cabinda chiedono una maggiore autonomia, che il governo centrale non è pronto a concedere.

Benin[modifica | modifica sorgente]

Il governo di Thomas Boni Yayi viene spesso accusato di corruzione. Durante il 2007, la polizia ha arrestato e tenuto in prigione senza processo varie persone che protestavano contro gli abusi del presidente. La polizia, inoltre, spesso fa un uso eccessivo della forza per risolvere situazioni di tensione. Tutte le case carcerarie sono sovraffollate, con le carceri di Cotonou e Abomey che ospitano fino a sei volte il numero di persone per cui erano state designate.

Botswana[modifica | modifica sorgente]

In Botswana i diritti umani sono normalmente rispettati. Possibili abusi da parte del governo si sono avuti nei confronti dei popoli khoisan. Il governo sostiene che il programma di reinsediamento di questi gruppi che vivono nel Kalahari è per il bene della gente. I khoisan sostengono di non voler essere allontanati dai loro territori ancestrali e che il programma governativo mira solamente a lasciare libere le aree per la ricerca mineraria. Inoltre, l’opposizione politica lamenta l’impossibilità a fare una vera e propria opposizione democratica.[6]

Burkina Faso[modifica | modifica sorgente]

Burundi[modifica | modifica sorgente]

Negli ultimi anni, il Burundi ha vissuto sotto la continua tensione della guerra civile. La giustizia funziona a singhiozzo e le condizioni ei detenuti sono deplorevoli. La polizia continua la politica di arresti arbitrari e maltrattamenti della popolazione. Il numero delle violenze sessuali a danni di donne e ragazze è in aumento. L’Assemblea Nazionale non ha mantenuto la promessa di emanare un nuovo codice civile e di approvare leggi che avrebbero reso illegale la tortura e altri trattamenti crudeli e inumani. La pena di morte è ancora vigente. L’ultimo gruppo di ribelli rimasto a combattere contro il governo, il FNL, ha anche commesso varie violazione dei diritti umani: furti, rapimenti di persone a scopo di riscatto, stupri e reclutamento di bambini-soldato. La libertà di espressione è negata, e ci sono stati vari casi di violenza o minaccia contro giornalisti. Questo sia da parte governativa che da parte dei ribelli. Alcuni giornalisti hanno subito violenze fisiche per aver pubblicato notizie contro la volontà politica della maggioranza.

Camerun[modifica | modifica sorgente]

La corruzione continua ad essere uno dei problemi più forti del paese, che tocca tutti i settori della vita camerunese, dal potere politico a quello giudiziario, dalle società statali a quelli private. La libertà di parola è messa seriamente in discussione dall'arresto (e talvolta dalla tortura) dei giornalisti che assumono posizione critiche e di denuncia. Il giornalista e difensore dei diritti umani Philip Njaru, per esempio, è stato detenuto dalla polizia di Kumba che lo ha accusato di aver pubblicato articoli che accusavano la polizia di estorsione e arresti arbitrari. Dopo un'investigazione, il Comitato diritti umani delle Nazioni Unite ha stabilito che negli anni precedenti il governo camerunese non era intervenuto a proteggere Philip Njaru da maltrattamenti e intimidazioni da parte delle forze di sicurezza a seguito delle sue attività in favore dei diritti umani.[7]. Membri del South Cameroon National Council (Consiglio Nazionale del Camerun del Sud, SCNC, un gruppo che promuove l'autoderterminazione delle regioni meridionali) sono stati arrestati e detenuti per due mesi (gennaio-marzo 2007) senza processo. Tra questi c'era Nfor Ngala Nfor, vicepresidente dell'associazione. Altri arresti ingiustificati e processi fittizi si sono succeduti durante l'anno. La mancanza di testimoni attendibili ha spinto i giudici ad archiviare tutte le denunce che la polizia ha portato contro il SCNC.

La polizia ha arrestato e detenuto, anche per anni, persone accusate di aver avuto rapporti omosessuali, considerati illegali. In tutti i casi su cui ha sinora sentenziato, l'Alta Corte di Yaoundé ha assolto gli accusati per mancanza di prove.

Le forze di polizia si sono dimostrate sempre più pronte ad usare la violenza in risposta a problemi di ordine pubblico. Almeno tre studenti sono stati uccisi perché protestavano per la mancanza di elettricità nella loro scuola. Altri studenti sono stati feriti o uccisi durante altre manifestazioni. L'arresto arbitrario è comune in tutto il paese.

Capo Verde[modifica | modifica sorgente]

Ciad[modifica | modifica sorgente]

Nel corso degli ultmi due anni, il Ciad ha dovuto affrontare varie situazioni di crisi: almeno due tentativi di colpo di stato hanno scosso la capitale. La guerra civile in Darfur ha coinvolto anche le zone del Ciad al confine. La tratta di bambini è continuata a crescere e la violenza sessuale contro le donne ha continuato a registrare livelli elevati. La libertà di espressione è alquanto limitata. Giornalisti indipendenti e difensori dei diritti umani sono stati oggetto di intimidazioni, abuso delle regole di censura e arresti illegali. Il governo ha limitato la libertà d'espressione ogni volta che venivano criticate le autorità. Il Presidente Idriss Déby si è presentato alle elezioni generali del 2005 grazie ad un cambiamento della costituzione che ha però concorso alla nascita di una miriade di movimenti di opposizione, alcuni armati. L'opposizione a Déby ruota intorno allo sfruttamento delle risorse naturali (petrolio, ma anche minerali, acqua e terreni agricoli). Alcuni di questi gruppi sono sostenuti dal Sudan, che li usa per destabilizzare la regione[senza fonte]. I gruppi armati, da parte loro, non hanno esitato ad uccidere i civili ogniqualvolta questo ha giovato alle diatribe inter-etniche e tribali. I gruppi ribelli, ma anche i soldati governativi, abusano di frequente delle donne, ragazze e bambine dei campi profughi. Questi abusi non vengono perseguiti dal potere giudiziario. Anche i bambini di età inferiore ai dieci anni subiscono azioni lesive dei loro diritti umani: molti vengono reclutati forzatamente nell'esercito o nelle opposte milizie.

Costa d'Avorio[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'accordo di pace del marzo 2007 tra governo e forze ribelli delle Forze Nuove (Forces Nouvelles), la situazione nel paese è migliorata. Rimangono gravi gli attacchi violenti contro cittadini indifesi, specialmente ai posti di blocco. Molte sono le donne che vengono stuprate dalle forze dell'ordine. I colpevoli, anche se arrestati, vengono scarcerati dopo poco, visto che il codice civile della Costa d'Avorio non prevede una definizione penale dello stupro. Sono state registrate anche violenze sessuali da parte dei militari delle Nazioni Unite[senza fonte] dell'Operazione delle Nazioni Unite in Costa d'Avorio (UNOCI)}. Gli abusi contro i diritti umani sono stati compiuti sia da parte governativa che dai ribelli. Ad aprile, il presidente Laurent Gbagbo ha firmato una normativa che garantisce l'amnistia per la maggior parte dei crimini commessi nel contesto del conflitto a partire dal 2002. Rimane possibile accusare i pepretatori di violenze contro l'umanità, un crimine per cui vigono norme internazionali di inchiesta e giudizio.

Eritrea[modifica | modifica sorgente]

Dopo la dichiarazione di indipendenza del paese (1993), l'Eritrea ha iniziato un importante percorso verso l'autosufficienza in vari campi. Le difficoltà economiche e il crescente dissenso politico hanno portato ad una svolta dittatoriale. Il presidente Isaias Afewerki e il suo governo hanno limitato drasticamente le libertà personali e hanno cercato di reindirizzare le tensioni interne verso il nemico storico del paese, l'Etiopia. Un conflitto armato si è avuto nel 1998, quando l'Eritrea ha attaccato l'Etiopia sulla base di una controversia sui confini nei pressi del villaggio di Badme. La guerra è durata due anni ed è stata bloccata dall'intervento internazionale proprio quando l'Etiopia si preparava a sferrare l’attacco finale verso la capitale eritrea (2000). La risoluzione delle divergenze venne lasciata ad una commissione, le cui decisioni non sono state accettate né dall'Etiopia né dall'Eritrea. I due paesi sono divisi da una zona cuscinetto – in territorio eritreo – gestita dalla Missione delle Nazioni Unite in Etiopia ed Eritrea (UNMEE). In Eritrea, però, la situazione civile è precipitata. Nel tentativo di mantenere il controllo sul paese, il governo ha intensificato gli arresti di chiunque si opponga o semplicemente critichi le decisioni presidenziali. Oggi, il governo non autorizza partiti di opposizione, organizzazioni indipendenti della società civile o gruppi di fede religiosa, né mostra tolleranza verso il dissenso. I prigionieri di coscienza sono migliaia, e vengono rinchiusi in campi di concentramento. Nessuno può accedere alla giustizia e impugnare o contestare detenzioni arbitrarie o azioni governative o militari che implicano violazioni dei diritti umani. Le garanzie di tutela dei diritti umani stabilite dalla costituzione non sono rispettate o applicate. La libertà di espressione è inesistente: tutti i giornali non governativi sono stati chiusi e i giornalisti imprigionati. I giornalisti stranieri sono stati espulsi, o possono lavorare solo sotto il controllo governativo. Anche molti volontari di ONG internazionali hanno subito la stessa sorte.

Il governo è anche intervenuto contro i gruppi religiosi. Tutte le confessioni minoritarie (evangeliche) hanno subito restrizioni gravi; i luoghi di culto sono stati chiusi, e le proprietà ecclesiastiche e i programmi di assistenza sono stati confiscati dal governo. Almeno 2000 fedeli di queste fedi erano in detenzione al giugno del 2008. Anche alcuni personaggi scomodi appartenenti a fedi autorizzate (come la Chiesa ortodossa eritrea, la Chiesa cattolica, la Chiesa luterana e l'Islam) sono stati incarcerati. Il Patriarca Antonios, capo della comunità ortodossa eritrea, è stato arrestato ed è detenuto in località segreta.[8] Il governo ha eletto un nuovo patriarca al suo posto. I fedeli di tutte le religioni sono controllati.

In Eritrea, il servizio militare è obbligatorio, dai 18 ai 40 anni. Nessun cittadino può andare all'estero prima dei 50 anni di età. Le famiglie dei giovani che fuggono dal paese sono costrette a pagare multe, e se non sono in condizione di pagare vengono deportate nei campi di concentramento. I bambini trascorrono l'ultimo anno scolastico nel centro di addestramento militare di Sawa. In seguito entrano nel servizio militare; se accedono all'istruzione superione (in college di formazione vocazionale), la leva militare viene rinviata fino al diploma. L'istruzione universitaria è stata sospesa. La polizia e i militari usano la tortura come forma normale di interrogatorio. Il detenuto viene legato in posizione dolorosa e non viene liberato se non dopo che ha risposto alle domande degli interrogatori. Le condizioni carcerarie sono estremamente dure e il trattamento riservato ai detenuti è crudele e degradante. Molti prigionieri vengono stipati in container lasciati in luoghi assolati, privi di servizi igienici o di acqua, senza cure mediche.

Etiopia[modifica | modifica sorgente]

Durante il 2007, il governo etiopico ha imposto dei blocchi sugli aiuti umanitari e sul commercio di derrate alimentari. A sua volta, queste decisioni hanno causato difficoltà nell’approvvigionamento di alcune regioni colpite da siccità. Più di un milione di persone hanno sofferto la fame a causa di questa situazione. La tensione sociale è continuata sia per il conflitto contro il Fronte di liberazione nazionale dell’Ogaden (regione a maggioranza somala) che con alcuni gruppi per la liberazione delle popolazioni oromo. L’Etiopia ha celebrato l’anno 2000 – si segue il calendario giuliano – e il governo ha deciso di dare la grazia a molti prigionieri. Almeno 17.000 prigionieri – sia politici che penali - sono stati liberati. Tra i prigionieri di coscienza rilasciati vi sono stati Diribi Demissie e altri due funzionari dell'Associazione Mecha Tulema, un'associazione di aiuto sociale oromo, i quali erano detenuti dal 2004. La repressione politica non è però diminuita. Le forze governative si sono rese responsabili di arresti di massa, torture, stupri ed esecuzioni extragiudiziali. Truppe governative partecipano alla occupazione parziale della Somalia, dove si sono rese responsabili di varie forme di oppressione contro la popolazione civile. La libertà di espressione è ancora poco tutelata. Almeno 14 giornalisti sono sotto accusa per aver pubblicato articoli contrari alle posizioni governative e le loro compagnie editrici multate o chiuse. Alla fine del 2007, il governo ha introdotto una legge sull’editoria più restrittiva di quella precedente. Inoltre, tutti gli attivisti che hanno mostrato interesse a difendere i diritti umani sono stati o arrestati o posti sotto giudizio con la possibilità di rimanere liberi dietro pagamento di una cauzione. La crisi umanitaria nelle regioni a maggioranza somale e oromo è ascrivibile anche a vari movimenti di liberazione. Questi si sono resi responsabili di stupri, rapimenti e omicidi contro la popolazione civile. La pena di morte è ancora vigente e vari accusati sono stati condannati alla pena capitale. Nel corso del 2007, almeno un'esecuzione ha avuto luogo, la seconda condanna a morte scontata dal 1991 di cui si abbia conferma ufficiale.

Gabon[modifica | modifica sorgente]

Gambia[modifica | modifica sorgente]

La situazione dei diritti umani in Gambia è precaria. Oppositori, veri o presunti del governo, sono oggetto di arresti arbitrari. I giornalisti che parlano di diritti umani sono anch’essi fatto oggetto di intimidazioni e arresto da parte delle forze dell’ordine e degli agenti dell’Agenzia Nazionale di Informazione (National Intelligence Agency). Tra gli oppositori politici in detenzione preventiva e senza la possibilità di comunicare con parenti e avvocati ci sono: Chief Manneh, Kanyiba Kanyi, Momodou Lamin Nyassi, Mdongo Mboob, Marcie Jammeh e Haruna Jammeh. L’avvocato Mai Fatty, che ha spesso difeso giornalisti e attivisti in cause legate ai diritti umani, ha subito un incidente stradale che egli attribuisce ad un tentativo di assassinio. Ha dovuto lasciare il paese per cure mediche alla fine del 2007. La polizia ha inoltre arrestato giornalisti locali e esteri che hanno criticato il presidente, specialmente quando questi ha dichiarato di poter curare l’AIDS. The Independent, quotidiano di Banjul, è rimasto chiuso dall’aprile 2007 per ordine governativo. La pena di morte doveva essere cancellata entro la fine del 2007, ma ciò non è avvenuto. Allo stesso tempo, si teme che molti prigionieri scomodi siano stati giustiziati dopo un processo sommario senza possibilità di difesa o appello.

Ghana[modifica | modifica sorgente]

Tra i paesi africani, il Ghana si distingue per il suo impegno contro la pena di morte. Il governo si è dichiarato ufficialmente contrario, sebbene non abbia poi approvato alcuna norma per abolire la pena capitale. Durante il 2007, 43 condannati a morte hanno visto la loro sentenza commutata in ergastolo o carcerazioni più brevi. Nel braccio della morte rimangono comunque 106 prigionieri. La violenza sulle donne continua ad essere una grave realtà, nonostante l’impegno del governo che ha varato leggi restrittive e che sostiene la lotta alle mutilazioni genitali femminili. Il governo continua a pagare risarcimenti per le violazioni dei diritti umani commesse sotto i precedenti governi, come raccomandato dalla commissione di riconciliazione nazionale.

Gibuti[modifica | modifica sorgente]

Guinea[modifica | modifica sorgente]

Gli abusi contro i diritti umani dei guineani continuano da molti anni. Negli ultimi tempi, questi si sono intensificati come risposta ad un'opposizione politica sempre più forte contro il regime governativo. La polizia ed altre forze di sicurezza usano la violenza fisica, lo stupro e la tortura come normali deterrenti contro oppositori politici e detenuti. La libertà di parola è seriamente compromessa. Il presidente Lansana Conté, al potere dal 1984 a seguito di un colpo di stato, non ammette sfide al suo potere. L’aggravarsi della crisi economica, e della conseguente precarietà sociale di molti guineani, hanno spinto sindacati e partiti di opposizione ad organizzare scioperi e manifestazioni. La macchina governativa ha risposto con violenza. Nel febbraio 2007, il presidente ha dovuto cedere alle pressioni della piazza e ha nominato un primo ministro - Eugène Camara – nome però non gradito alla maggioranza della popolazione. Un nuovo governo è stato nominato nel marzo 2007 con soli esponenti della società civile. Poche settimane dopo, sono stati i militari a scendere in piazza chiedendo la destituzione degli ufficiali maggiori e il pagamento dei loro salari arretrati. Infine, nel maggio 2007, è stata istituita una Commissione d'inchiesta indipendente incaricata di condurre le indagini sulle gravi violazioni dei diritti umani e i gravi reati commessi durante gli scioperi del giugno 2006 e gennaio-febbraio 2007. Si parla di centinaia di morti e migliaia di stupri, torture e arresti illegali, detenzioni illegali e arresti arbitrari di giornalisti. A fine giugno 2007, il ministro della Giustizia e dei Diritti Umani ha sostenuto che il governo era contrario alla pena di morte e che le persone già condannate non sarebbero state messe a morte.

Guinea Bissau[modifica | modifica sorgente]

La Guinea Bissau è un paese molto fragile dal punto di vista sociale. Negli ultimi anni, si sono succeduti rapidamente guerra civile, disordini urbani, omicidi politici, svolte dittatoriali e ritorni alla democrazia. Nel 2007, il governo è stato spesso posto in minoranza e sotto pressione per il coinvolgimento di ministri nel traffico della droga. Un nuovo governo è stato inaugurato nella seconda metà del 2007. Le forze armate, sostenute da politici, continuano a giocare un ruolo importante nel commercio e inoltro della droga da paesi dell’America Latina verso l’interno del continente. La libertà di espressione è stata gravemente lesa dalle continue pressioni governative sui giornalisti che pubblicano articoli sul traffico della droga, sulle responsabilità di vari omicidi politici, e sulla tratta dei bambini. Questi vengono mandati in Senegal per la raccolta del cotone o come mendicanti a Dakar. La famiglia riceve un piccolo compenso, e i bambini diventano dei veri e propri schiavi.

Guinea Equatoriale[modifica | modifica sorgente]

La Guinea Equatoriale è da anni nel mirino delle organizzazioni che difendono i diritti umani. Il paese non ha mai conosciuto la libertà e la democrazia, ed è sempre stato guidato da regimi totalitari. Quasi tutte le libertà civili sono ristrette, nonostante che le leggi del paese vietino abusi contro la persona. La situazione è tale che il paese si è guadagnato il triste primato di avere la più estesa bibliografia[9] in Africa che attesta l’abuso dei diritti umani nel paese. Il presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ha il controllo totale del paese, e delle sue risorse. La Guinea Equatoriale ha il più alto indice di crescita al mondo (21,5%) – dovuto alla vendita di petrolio e altre risorse naturali – ma il 60% della popolazione vive sotto il livello di povertà e soltanto il 33% ha accesso all’acqua potabile. Durante il 2007, centinaia di famiglie di Malabo, la capitale, hanno perso la loro abitazione a causa di incendi dolosi. Questi si sono sprigionati dopo che il governo aveva dichiarato che l’area di Nuovo Edificio sarebbe stata rasa al suolo per far posto a nuove case popolari. Le detenzioni arbitrarie sono continuate per tutto il 2007 e 2008. Il di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie non ha potuto incontrare molti dei detenuti, pur avendo in mano prove incontrovertibili della loro detenzione nella prigione di Spiaggia Nera a Malabo. Tra i prigionieri di coscienza si notano vari esponenti politici di opposizione al governo. Molti prigionieri sono torturati, sia in carcere, che durante la detenzione preventiva nelle caserme di polizia. La pena di morte è ancora legale e le esecuzioni avvengono in semi-clandestinità, senza che le famiglie ei condannati vengano informate. Sotto la pressione internazionale, il governo ha ora in cantiere una revisione del sistema giudiziario, che verrà riorganizzato sotto la presidenza del Presidente del paese.

Isole Comore[modifica | modifica sorgente]

Kenya[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Diritti umani in Kenya.

Gran parte delle violazioni dei diritti umani denunciate in Kenya in anni recenti sono legate a violenze a sfondo politico. Nei mesi che hanno condotto alle ultime elezioni (tenutesi il 27 dicembre 2007), gruppi armati hanno esercitato violenze e intimidazioni sulla popolazione e sui candidati, con un bilancio complessivo di oltre mille e duecento morti e circa trecentomila sfollati. In seguito alla dichiarata vittoria elettorale del presidente Mwai Kibaki, contestata sia dall'opposizione che da osservatori indipendenti, la polizia ha represso duramente le proteste. Tutti questi episodi non hanno avuto un seguito in termini di indagini e procedimenti giudiziari. La polizia è stata accusata di abusi (in particolare uso della tortura e omicidi non giustificati) anche in relazione ad altre operazioni, come la guerra al terrorismo e la lotta al movimento Mungiki.

Il governo keniota esercita anche una forte influenza sui mass media. Ci sono stati casi di arresti e reclusione di giornalisti colpevoli di aver diffamato istituzioni politiche, e di boicottaggi espliciti del governo nei confronti di gruppi economici legati a media ostili al presidente.

In risposta al perdurare del conflitto nella confinante Somalia, il governo keniota ha assunto una posizione molto dura, chiudendo i confini ai profughi somali e ostacolando l'invio di aiuti umanitari nelle zone coinvolte nel conflitto.

Nel paese restano frequenti gli episodi di violenza contro donne e minori, soprattutto nella forma di violenza domestica. La pena di morte è ufficialmente in vigore, anche se non ha avuto applicazioni negli ultimi anni.

Lesotho[modifica | modifica sorgente]

Liberia[modifica | modifica sorgente]

Dopo i lunghi anni di guerra e destabilizzazione ad opera di gruppi armati, il paese è testimone di un graduale ritorno alla normalità. Charles Taylor, ex terrorista ed ex presidente liberiano, è sotto processo per crimini contro l’umanità. Il processo ha luogo all’Aja e prende in considerazione i soli delitti commessi in Sierra Leone. La commissione per stabilire la verità sui lunghi anni di guerra civile non ha potuto svolgere bene il suo lavoro. Vi sono pressioni politiche per non indagare sul passato. Non si deve dimenticare che Taylor ha molti sostenitori, sia in Liberia che all’estero, pronti a versare ingenti somme per non far conoscere il loro passato. Il governo di Ellen Johnson-Sirleaf continua la lotta alla corruzione ma non è riuscito a far approvare la legge che permetterebbe il congelamento dei beni di persone corrotte. A livello popolare, ci sono varie accuse di appropriamento indebito di terreni da parte di personaggi politici e dei loro sostenitori. Il malcontento popolare è sfociato in manifestazioni violente in molte occasioni. Particolarmente violente le manifestazioni di aprile 2007 a Gbamga e del luglio seguente a Bong Mines, dove almeno una cinquantina di manifestanti sono stati feriti gravemente dalla polizia. A dicembre, le proteste dei lavoratori della piantagione di caucciù della Firestone hanno portato alla distruzione di varie abitazioni, il ferimento di cinque persone e il saccheggio delle infrastrutture della piantagione.[10] Sono aumentati i casi di violenza contro le donne. Una nuova legge permette però di condannare a pene detentive gli autori di stupri. È proseguito il processo a carico di Roy M. Belfast Jr (conosciuto anche come Charles McArthur Emmanuel e Charles "Chuckie" Taylor Jr), figlio di Charles Taylor, il quale era stato accusato di tortura, cospirazione finalizzata a tortura, e impiego di armi da fuoco nel contesto di reato violento mentre ricopriva la carica di capo dell'Unità anti-terrorismo. I giornalisti sono spesso sottoposti a trattamento duro o illegale da parte della polizia. L’Independent, quotidiano della capitale, è rimasto chiuso per sei mesi dopo aver pubblicato le fotografie di un ministro a letto con due donne. Il giornalista Othello Guzean della rete radiofonica a controllo statale Liberia Broadcasting System (LBS) è stato sospeso a tempo indeterminato per aver mandato in onda un'intervista con un parlamentare dell'opposizione. A più riprese, la polizia ha aggredito e picchiato giornalisti. A settembre 2007, le guardie del corpo della presidente Ellen Johnson-Sirleaf hanno intimidito diversi giornalisti (tra cui Jonathan Paylelay della BBC, Dosso Zoom di Radio France International, e Alphonso Towah della Reuters), per una presunta infrazione al protocollo.


Madagascar[modifica | modifica sorgente]

Malawi[modifica | modifica sorgente]

Nel 2007, l’Alta Corte (High Court) ha sentenziato l'incostituzionalità dell'obbligatorietà della sentenza di morte per determinati reati. L'ultima esecuzione avvenuta in Malawi risale al 1992, ma rimangono 23 prigionieri detenuti nel braccio della morte. Questa è una nota positiva in un panorama giudiziario fragile. Le condizioni delle carceri sono peggiorate negli ultimi anni, e si riscontrano situazioni crudeli, inumane e degradanti. Le carceri contengono più del doppio dei prigionieri per cui erano state disegnate. Il 17% dei detenuti è in attesa di processo e la mortalità in carcere è molto alta (circa il 1,5%). Il processo democratico è a grave rischio nel paese. Il Malawi, dopo anni di dittatura, aveva intrapreso un cammino di rinnovamento. Questo processo ha però subito gravi ritardi e contrapposto il presidente wa Mutharika al parlamento. Il presidente ha sciolto il parlamento nel maggio 2008, approfondendo la spaccatura tra i vari partiti.

Mali[modifica | modifica sorgente]

Il paese ha visto la riapertura del conflitto nella regione settentrionale del Kidal. Nonostante l'accordo di pace siglato in Algeria nel luglio 2006 tra il gruppo armato Tuareg, Alleanza democratica per il cambiamento (Alliance démocratique pour le changement) e il governo, gruppi armati legati a Ibrahim Ag Bahanga hanno continuato a lanciare attacchi. Il governo ha presentato delle proposte di legge per l’abolizione della pena di morte, e una seconda che prevede la pena di morte per atti di terrorismo.

Mauritania[modifica | modifica sorgente]

Mauritius[modifica | modifica sorgente]

Mozambico[modifica | modifica sorgente]

Namibia[modifica | modifica sorgente]

Niger[modifica | modifica sorgente]

Nigeria[modifica | modifica sorgente]

Repubblica Centro Africana[modifica | modifica sorgente]

La situazione dei diritti umani nella Repubblica Centrafricana è una delle più gravi del continente ed è andata peggiorando in modo consistente dal 2005 in poi. Il popolo soffre per le tensioni interne e la mancanza di un governo capace di garantire la sicurezza ai cittadini. Bande armate di criminali, i ribelli del Fronte Democratico per il Popolo Centrafricano, e soldati governativi attaccano i cittadini indifesi e saccheggiano impunemente città e villaggi. Il numero di stupri contro donne, ragazze e bambine è cresciuto a dismisura. Più di 50.000 centrafricani si sono rifugiati nei paesi vicini per scappare dalle violenze e dalle violazioni di diritti umani, e più di duecentomila vivono in campi provvisori come sfollati interni. Particolarmente violenta è la guardia presidenziale, che ha più volte condotto spedizioni punitive contro la popolazione locale, accusata di sostenere e nascondere i ribelli. Durante queste spedizioni, i soldati picchiano i cittadini e li derubano. Molti vengono uccisi senza motivo. Molti villaggi sono stati bruciati e le costruzioni permanenti rase al suolo.

Repubblica Democratica del Congo[modifica | modifica sorgente]

La Repubblica Democratica del Congo vive da ormai quattro decenni una situazione di crescente abuso dei diritti umani. Sin dall'indipendenza la popolazione congolese ha subito forti restrizioni delle proprie libertà civili. La guerra civile vinta da Desiré Kabila, e la continuazione delle ostilità anche sotto la presidenza di suo figlio Joseph, mantengono il paese in uno stato di totale mancanza di diritti umani. Uccisioni extragiudiziarie, arresti, detenzioni arbitrarie, tortura e altre vessazioni da parte delle forze di sicurezza e di altri gruppi armati sono all'ordine del giorno. I belligeranti fanno uso dello stupro sistematico delle donne che catturano per mantenere lo stato di paura tra la popolazione.[11] Alcune zone del paese, notoriamente le due regioni del Kivu e altre zone limitrofe, vivono una grave crisi umanitaria con l'assenza totale del governo centrale e la popolazione lasciata alla mercé di milizie locali violente sotto il comando di Jean-Pierre Bemba. Gli ex miliziani dell'Ituri e del Katanga, disarmati dall'esercito, non hanno ricevuto alcun incentivo al rienserimento nella società e la loro presenza alimenta lo stato di insicurezza e la criminalità di quelle regioni. Sullo stesso piano, soldati delle Nazioni Unite (MONUC) presenti nel paese per sostenere il cammino verso la pace hanno venduto armi e munizioni ad alcuni gruppi di ribelli[senza fonte]. Gli sfollati interni sono oltre il milione e mezzo, a cui vanno aggiunti mezzo milione di profughi nei paesi confinanti. Molti bambini vengono catturati dalle forze ribelli e costretti ad aiutare i miliziani o a combattere al loro fianco. Anche tra le file dell'esercito governativo si trovano bambini soldato. La libertà di espressione non è garantita. Molti giornalisti sono stati picchiati e torturati dalle forze di polizia, e molte donne impegnate nella difesa dei diritti umani sono state stuprate o costrette ad assistere alle violenze contro le loro figlie.

Sul fronte giudiziario, il governo è stato riluttante ad agire contro i militari e miliziani colpevoli di violazioni dei diritti umani, sebbene si noti un aumento di inchieste contro queste persone. A livello internazionale, i capi delle milizie godono di varie coperture e appoggi internazionali, anche se varie denunce sono state presentate contro di loro.

Repubblica del Congo[modifica | modifica sorgente]

Il presidente del Congo Denis Sassou-Nguesso ha raggiunto un accordo con il Consiglio di Resistenza Nazionale (CRN) per porre fine alle ostilità che hanno tenuto il paese ostaggio di violenze e insicurezza negli ultimi anni. Frédéric Bitsamou, leader del CRN, è stato nominato delegato generale incaricato di promuovere i valori della pace e di riparare alle devastazioni causate dalla guerra. In realtà, l'insicurezza continua ad essere il tratto caratteristico della vita quotidiana in Congo. Nonostante gli accordi, scontri a fuoco tra forze governative e ribelli sono stati registrati più volte negli ultimi mesi del 2007, e nei primi del 2008. Il governo continua con le detenzioni arbitrarie, aiutato da un sistema giudiziario passivo nei confronti del potere presidenziale. Giornalisti, politici e attivisti che criticano la situazione del paese rischiano di essere imprigionati senza processo e per tempi lunghi. Brice Mackosso e Christian Mounzéo, attivisti in favore dei diritti umani, sono stati condannati nel dicembre 2006 per aver reso pubbliche prove della corruzione governativa nel campo petrolifero. Nel 2007, il Presidente li ha fatti liberare e nominati parte di una commissione che controlla i proventi del settore petrolifero. Continuano intanto le vessazioni e gli abusi contro i pigmei. Le ultime condanne a morte sono state commutate in ergastolo ai lavori forzati: non è chiaro se questa diventerà una prassi o se si sia trattato di una decisione temporanea.

Rwanda[modifica | modifica sorgente]

Sao Tomè e Principe[modifica | modifica sorgente]

Senegal[modifica | modifica sorgente]

Seychelles[modifica | modifica sorgente]

Sierra Leone[modifica | modifica sorgente]

Somalia[modifica | modifica sorgente]

Sudafrica[modifica | modifica sorgente]

Sudan[modifica | modifica sorgente]

Swaziland[modifica | modifica sorgente]

Tanzania[modifica | modifica sorgente]

La Tanzania ha attraversato nell'ultimo decennio un forte processo di riorganizzazione dello stato e dell'economia. Nel 1995 si sono tenute le prime elezioni multipartitiche, e il Chama Cha Mapinduzi (CCM), il partito di governo, ha intrapreso una transizione dal modello economico socialista ideato dal padre della patria Julius Nyerere a un modello basato sul libero mercato. Contemporaneamente, la Tanzania ha fatto secondo alcuni osservatori internazionali (per esempio il Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor degli Stati Uniti d'America) notevoli progressi relativamente al rispetto dei diritti umani.[12] Vi sono comunque ancora violazioni quasi sistematiche o sistematiche dei diritti umani in diversi settori. La polizia e le forze di sicurezza sono state ripetutamente accusate di aver commesso omicidi ingiustificati, e di torturare fisicamente o psicologicamente i detenuti;[13] sebbene la tortura sia vietata dalla costituzione, le violazioni commesse dalla polizia e dalle forze dell'ordine sono raramente perseguite. Le condizioni di vita nei carceri sono notoriamente molto disagiate, al punto in alcuni casi di mettere in pericolo la vita dei reclusi.[14] I rifugiati degli altri paesi sono ripetutamente stati espulsi; uno degli ultimi episodi si è verificato nel 2007 e coinvolge profughi del Burundi e del Ruanda.[15] Sono state anche denunciate violenze compiute dalle forze dell'ordine nei campi profughi, in particolare contro le donne.[16] Più in generale, donne e bambini sono categorie particolarmente colpite da violazioni dei diritti umani. La prostituzione anche minorile è diffusa, e le leggi contro il traffico di esseri umani sono raramente applicate.[17]. La violenza domestica è molto frequente, e persiste la pratica tradizionale dell'infibulazione[18]. Osservatori internazionali hanno osservato la presenza di minori nell'esercito, almeno fino al 2001.[19]

Togo[modifica | modifica sorgente]

Uganda[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Diritti umani in Uganda.

L'Uganda settentrionale è stata per diversi anni teatro di un sanguinoso conflitto civile che ha contrapposto l'esercito regolare (Ugandan Peoples' Defence Forces, UPDF) e i ribelli del Lord's Resistance Army (LRA). Nel corso del conflitto si sono registrate gravi violazioni dei diritti umani, inclusi massacri di popolazione civile e rapimenti di bambini a scopo di arruolamento forzato e abuso sessuale.[20] Nonostante l'armistizio raggiunto nel 2006, restano frequenti i casi di stupro, saccheggio e altre forme di violenza verso i civili perpetrate da entrambe le milizie.

La libertà politica nel paese è fortemente limitata. Al presidente fanno capo diversi corpi di sicurezza speciali dalla condotta poco trasparente. Uno di questi gruppi ha arrestato nel 2007 un leader dell'opposizione, Kizza Besigye, facendo irruzione a mano armata in un'aula di tribunale, e suscitando durissime proteste a livello nazionale e internazionale. Ci sono stati diversi episodi di mass media critici verso le autorità politiche che sono stati oggetto di attacchi da parte di gruppi o di azioni legali lesive della libertà di stampa nel paese.

L'Uganda ha rifiutato asilo politico a profughi provenienti dal Ruanda, e gran parte degli sfollati provenienti dal nord Uganda sono rimasti diversi anni in campi di prima accoglienza.

Come negli altri paesi della stessa area, la violenza sulle donne in Uganda rimane a livelli molto elevati. L'omosessualità è considerata un reato, e le persone LGBT sono soggette a pesanti discriminazioni e persecuzioni.

La pena di morte viene comminata ma raramente messa in atto per i detenuti civili (l'ultima esecuzione risale al 1999). Diversa è probabilmente la situazione per quanto concerne l'esercito, dove vige il codice militare; sebbene si abbia notizia certa di esecuzioni anche in tempi recenti,[21] mancano dati precisi in merito.

Zambia[modifica | modifica sorgente]

Zimbabwe[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ www.africa-union.org/organs/orgCourt_of_Justice.htm
  2. ^ www.achpr.org/
  3. ^ www.irinnews.org
  4. ^ www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/105
  5. ^ www.ohchr.org/EN/Pages/WelcomePage.aspx
  6. ^ Botswana, The Dark Diamonds, New People, Nairobi, July 2007
  7. ^ www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/105
  8. ^ Dato del giugno 2008
  9. ^ Vedi l’opera omnia di Max Liniger-Goumaz che ha dedicato la vita alla documentazione della realtà equatoguineana
  10. ^ Vedi i seguenti articoli e lanci di agenzia di Nigrizia, rivista pubblicata a Verona, L’Oscar delle società più irresponsabili... 26/01/2007; Firestone: vacanze bucate 20/07/2006; I forzati di Firestone 07/02/2006; Firestone: denunciata da sindacato Usa 28/11/2005; Firestone e Nigrizia 28/11/2005; FIRESTONE LIBERIA: CAMBIAMENTI DI FACCIATA 27/09/2005; Firestone/Ferrari… e le “gomme a terra” 29/06/2005; Firestone: il marchio della schiavitù 08/06/2005; Ferrari/Nigrizia: domande ai box 08/06/2005; “Bridgestone affair”: Nigrizia asks for an independent enquiry 08/06/2005; Ferrari, gomme a terra! 26/05/2005, Pneumatici con catene 26/05/2005.
  11. ^ Our bodies, their battlefields – IRIN, Nairobi 2005
  12. ^ V. Tanzania Country Reports on Human Rights Practices - 2003, Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, Governo degli Stati Uniti [1]
  13. ^ V. per esempio Tanzania: Human rights concerns relating to demonstrations in Zanzibar on 27 January 2001 presso Amnesty International [2]
  14. ^ Tanzania Country Reports on Human Rights Practices - 2003. V. anche Amnesty International, [3] e rapporti correlati.
  15. ^ Tanzania: Expulsions Put Vulnerable People at Risk | Human Rights Watch
  16. ^ Tanzania: Violence against Women Refugees | Human Rights Watch
  17. ^ Tanzania
  18. ^ Tanzania: Appeal for goverment to act against female genital mutilation | Amnesty International
  19. ^ un rapporto di Human Rights Watch del 2001 denunciava che la legislazione tanzaniana ammette nell'esercito ragazzi di 15 anni: [4]
  20. ^ Rapporto annuale 2005 di Human Rights Watch
  21. ^ Rapporto annuale 2008 di Amnesty International