Diplomazia delle cannoniere

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La cannoniera SMS Panther, inviata nel 1911 a sostenere gli interessi prussiani in Marocco nella Crisi di Agadir

Per diplomazia delle cannoniere si intende in diplomazia internazionale il perseguimento di obiettivi di politica estera usando dimostrazioni cospicue di potenza militare implicando o sottintendendo una minaccia di guerra, se non si dovesse venire ad un accordo.[1] Nella storia statunitense viene spesso accomunata alla politica del grosso bastone (Big Stick) di Theodore Roosevelt.[2]

Origine del termine[modifica | modifica wikitesto]

Il termine nasce nel periodo di colonialismo imperialista, in cui le potenze europee intimidirono altri stati nello stringere accordi commerciali o altri trattati mediante la dimostrazione della propria superiorità militare, generalmente inviando una nave militare o flotta di navi militari al largo del paese che si vuole obbligare a stringere un trattato. Spesso l'effetto della semplice comparsa delle navi era sufficiente, senza il bisogno di dimostrazioni ulteriori, come il fuoco dei cannoni.

Un esempio famoso e controverso di diplomazia delle cannoniere fu il caso Don Pacifico nel 1850, in cui il segretario di Stato per gli affari esteri Lord Palmerston inviò uno squadrone della Royal Navy a imporre un blocco navale al Pireo, il porto di Atene, come rappresaglia ai danni subiti dal suddito britannico David Pacifico ad Atene e il fallimento del governo di re Otto di Grecia nel compensarli.

L'efficacia di questa semplice dimostrazione della capacità di proiezione della forza di una nazione significava che le potenze navali, soprattutto il Regno Unito potevano stabilire basi militari (per esempio Diego Garcia) e stringere relazioni economiche favorevoli in tutto il mondo. Escludendo la conquista militare la diplomazia delle cannoniere fu il modo dominante per ottenere nuovi partner commerciali, avamposti coloniali ed espandere l'impero.

Chi non possedeva le risorse e avanzamenti tecnologici degli imperi europei scoprì che le loro relazioni venivano rapidamente smantellate quando sottoposte a queste pressioni e venivano pertanto a dipendere dalle nazioni imperialiste per l'accesso alle materie prime e ai mercati d'oltremare.

Il diplomatico e studioso navale britannico James Cable spiegò la natura della diplomazia delle cannoniere in una serie di lavori pubblicati tra il 1971 e il 1994. In questi definì il fenomeno come «l'uso della forza o la sua minaccia da parte di una limitata forza navale, eccetto che come atto di guerra, con lo scopo di assicurarsi vantaggi o evitare perdite, nel perseguimento di una disputa internazionale o altrimenti contro nazioni straniere all'interno del loro proprio territorio o giurisdizione nazionale»[3] Divide ulteriormente il concetto in quattro aree chiave:

  • "Definitive Force": l'uso della diplomazia delle cannoniere per creare o rimuovere un fatto compiuto.
  • "Purposeful Force" : applicazione della forza navale per cambiare la politica o il comportamento del gruppo o governo bersaglio.
  • "Catalytic Force" : un meccanismo progettato per guadagnare tempo o offrire ai politici un numero maggiore di opzioni.
  • "Expressive Force": l'uso delle marine per mandare un messaggio politico - questo aspetto viene sottovalutato e quasi ignorato da Cable.

La diplomazia delle cannoniere contrasta con le opinioni del XVIII secolo influenzate dal lavoro di Hugo Grotius, De Jure Belli ac Pacis, nel quale limitava il diritto di ricorrere alla vorza in quello che descriveva come "temperamenta".

Contesti moderni[modifica | modifica wikitesto]

Portaerei classe Nimitz, le più potenti navi capitali correntemente in servizio
E-3 AWACS, aereo di sorveglianza spesso usato in forme moderne di diplomazia delle cannoniere

Quando gli Stati Uniti divennero una potenza militare nella prima decade del XX secolo, la versione Roosveltiana della diplomazia delle cannoniere, la politica del grosso bastone, venne parzialmente superata dalla diplomazia del dollaro: rimpiazzando il grosso bastone con la "carota succosa" degli investimenti privati statunitensi. Comunque, durante la sua presidenza, Woodrow Wilson ricorse alla convenzionale diplomazia delle cannoniere, per esempio durante l'occupazione statunitense di Veracruz durante la rivoluzione messicana nel 1914.

Dopo la guerra fredda la diplomazia delle cannoniere ha continuato a basarsi principalmente sull'uso di forze navali, grazie alla sopraffacente potenza militare della United States Navy. I governi statunitensi hanno frequentemente cambiato la posizione delle principali flotte per influenzare l'opinione in capitali straniere.

Esempi[modifica | modifica wikitesto]

XVII secolo[modifica | modifica wikitesto]

XIX secolo[modifica | modifica wikitesto]

XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Michael Graham Fry, Erik Goldstein e Richard Langhorne, Guide to International Relations and Diplomacy, Continuum International Publishing Group, 1º marzo 2004, pp. 442–, ISBN 978-0-8264-7301-1. URL consultato il 7 giugno 2012.
  2. ^ John O'Loughlin, Dizionario di geopolitica, Asterios Editore, 2000, pp. 61–, ISBN 978-88-86969-16-1. URL consultato il 7 giugno 2012.
  3. ^ «The use or threat of limited naval force, otherwise than as an act of war, in order to secure advantage or to avert loss, either in the furtherance of an international dispute or else against foreign nationals within the territory or the jurisdiction of their own state.» in J. Cable, Gunboat diplomacy, 1919-1991: political applications of limited naval force, 3ª, Basingstoke, McMillan, 1994, ISBN isbn .J.
  4. ^ (EN) Richard Walter, A letter to the Viceroy - A chinese mandarin - The Centurion is refitted and puts to sea in Anson's Voyage Round the World, Londra, Rivingstons, 1901.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • James Cable, Gunboat diplomacy. Political Applications of Limited Naval Forces, Londra, editore, 1971, ISBN 978-0-312-12141-9.
  • Gerhard Wiechmann, Die preussisch-deutsche Marine in Lateinamerika 1866-1914: eine Studie deutscher Kanonenbootpolitik, H.M. Hauschild, 2002.
  • Wiechmann, Gerhard, Die Königlich Preußische Marine in Lateinamerika 1851 bis 1867. Ein Versuch deutscher Kanonenbootpolitik in Sandra Carreras e Günther Maihold (a cura di), Preußen und Lateinamerika: Im Spannungsfeld von Kommerz, Macht und Kultur, LIT Verlag Münster, 2004, ISBN 978-3-8258-6306-7.
  • Cord Eberspächer, Die deutsche Yangtse-Patrouille: deutsche Kanonenbootpolitik in China im Zeitalter des Imperialismus 1900 - 1914, Winkler, 2004, ISBN 978-3-89911-006-7.
  • David Healy, Gunboat diplomacy in the Wilson era: the U.S. Navy in Haiti, 1915-1916, University of Wisconsin Press, 1976.
  • Kenneth J. Hagan, American gunboat diplomacy and the old Navy, 1877-1889, Greenwood Press, 1973, ISBN 978-0-8371-6274-4.
  • Antony Preston e John Major, Send a gunboat!: A study of the gunboat and its role in British policy, 1854-1904, Longmans, 1967.
  • Henning Krüger, Zwischen Küstenverteidigung und Weltpolitik: die politische Geschichte der preussischen Marine 1848 bis 1867, Winkler, 2008, ISBN 978-3-89911-096-8.

Articoli:

  • D.F. Long, "Martial Thunder": The First Official American Armed Intervention in Asia in Pacific Historical Review, vol. 42, 1973, pp. p.p. 143-162.
  • R. WIllock, Gunboat Diplomacy: Operations of the (British) North America and West Indies Squadron, 1875-1915, parte 2 in American Neptune, vol. 1968, XXVIII, data, pp. pp. 85-112.
  • K. J. Bauer, The "Sancala" Affair: Captain Voorhees Seizes an Argentine Squadron in American Neputne, XXIV, 1969, pp. pp. 174-186.
  • The "Sancala" Affair: Captain Voorhees Seizes an Argentine Squadron in Marine-Rundschau, nº 13, 1902.
  • Rheder, Die militärische Unternehmung S.M.S.S. "Charlotte" und "Stein" gegen Haiti im Dezember 1897 in Marine-Rundschau, volume, nº 1937, data.

Web: