Diocesi di Padova

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Diocesi di Padova
Dioecesis Patavina
Chiesa latina
Kathedrale und Baptisterium.JPG
Suffraganea del patriarcato di Venezia
Regione ecclesiastica Triveneto
  Padova diocesi 4.png
Provincia ecclesiastica
Provincia ecclesiastica della diocesi
Collocazione geografica
Collocazione geografica della diocesi
Arcivescovo
(titolo personale)
Antonio Mattiazzo
Vicario generale Paolo Onello Doni
Sacerdoti 1.111 di cui 782 secolari e 329 regolari
924 battezzati per sacerdote
Religiosi 479 uomini, 2.256 donne
Diaconi 47 permanenti
Abitanti 1.039.117
Battezzati 1.027.662 (98,9% del totale)
Superficie 3.297 km² in Italia
Parrocchie 459 (38 vicariati)
Erezione III secolo
Rito romano
Cattedrale Basilica di Santa Maria Assunta
Indirizzo Via Dietro Duomo 15, 35139 Padova, Italia
Sito web www.diocesipadova.it
Dati dall'Annuario Pontificio 2005 * *
Chiesa cattolica in Italia

La diocesi di Padova (in latino: Dioecesis Patavina) è una sede della Chiesa cattolica suffraganea del patriarcato di Venezia appartenente alla regione ecclesiastica Triveneto. Nel 2004 contava 1.027.662 battezzati su 1.039.117 abitanti. È attualmente retta dall'arcivescovo (titolo personale) Antonio Mattiazzo.

Territorio[modifica | modifica sorgente]

Il territorio diocesano presenta una conformazione complessa: non corrispondente alla provincia di Padova, comprende l'Altopiano di Asiago, la maggior parte della Riviera del Brenta e l'area del massiccio del Grappa, toccando anche le provincie di Vicenza (78 parrocchie), Venezia (36 parrocchie), Treviso (13 parrocchie) e Belluno (15 parrocchie).

Sede vescovile è la città di Padova, dove si trova la basilica cattedrale di Santa Maria Assunta.

Il territorio è suddiviso in 459 parrocchie.

Evoluzione storica[modifica | modifica sorgente]

Gli storici fanno corrispondere i confini con quelli dei municipia romani di Patavium e Ateste e, nel primo periodo, di Vicentia, il che giustificherebbe l'appartenenza al territorio dell'Altopiano di Asiago. Il primo dato certo riguardo ai confini risale però all'897, quando il re d'Italia Berengario donò al suo cancelliere, il vescovo Pietro, la vasta corte di Sacco, che comprendeva tutta l'area sudorientale dell'attuale provincia di Padova.

Berengario I e la sua corte

Pochi anni dopo, nel 915, trasferiva allo stesso vescovo il pieno dominio dell'intera valle del Brenta, fino al suo sbocco a Solagna, e delle zone adiacenti. In tal modo veniva assegnato al vescovo di Padova l'impegnativo compito di "guardiano della Valsugana" e si dava al suo territorio una singolare configurazione "a due tronconi": quello meridionale più popoloso e pianeggiante, quello settentrionale montuoso, attorno all'asta fluviale del Brenta, che abbraccia il Pedemonte e tutto l'Altopiano di Asiago, il massiccio del Grappa e le Prealpi Feltrine.

Nel 1786, su pressione dell'arciduca d'Austria, Padova cedette alla diocesi di Trento la parrocchia di Brancafora (attuale Pedemonte)[1].

La geografia "a due tronconi" resistette fino alla riforma ecclesiastica asburgica del 1818, che puntava alla delimitazione di circoscrizioni diocesane territorialmente compatte.

Con la bolla De salute Dominici gregis del 1º maggio 1818 si stabilì il passaggio dalla diocesi di Padova a quella di Vicenza delle parrocchie pedemontane di Breganze, Friola, Marostica, Mason, Molvena, Nove, Pianezze, San Cristoforo e San Lorenzo, Schiavon e Villaraspa, mentre Padova ricevette in cambio Villa del Conte, Sant'Anna Morosina, Onara, Cittadella, Rossano, Lozzo e Selvazzano. Padova ricevette inoltre dalla diocesi di Feltre la parrocchia di Primolano, da quella di Adria Barbona e da quella di Verona Cinto Euganeo.

Per effetto di tali aggiustamenti, la diocesi che prima si componeva di due zone non contigue assunse l'attuale conformazione "a clessidra", con Cittadella a fare da congiunzione fra la zona alta e quella bassa.

Vicariati[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Parrocchie della Diocesi di Padova e Chiese di Padova.

Le 459 parrocchie della diocesi sono raggruppate in 38 vicariati.

Basilica di Sant'Antonio di Padova[modifica | modifica sorgente]

La papale basilica del Santo non è compresa nel territorio diocesano poiché direttamente soggetta alla Santa Sede: è rappresentata da un delegato pontificio, carica attualmente ricoperta dall'arcivescovo Giovanni Tonucci, prelato di Loreto e delegato pontificio del santuario della Santa Casa.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Le origini e i primi secoli[modifica | modifica sorgente]

Paolo Veronese, Il martirio di Santa Giustina, Galleria degli Uffizi, Firenze.

La fondazione della chiesa di Padova è tradizionalmente attribuita a san Prosdocimo che, inviato da san Pietro, avrebbe iniziato l'opera di evangelizzazione e di organizzazione ecclesiastica dell'entroterra veneto, opera continuata dai suo successori, i santi Massimo e Fidenzio; figura di grande rilievo nella prima storia cristiana di Padova è la conversione della giovane Giustina, martirizzata durante le persecuzioni di Diocleziano. Recenti studi tendono a ricondurre la fondazione della cattedra patavina e di una definita formazione ecclesiastica attorno al 250. Alla metà del IV secolo fu ospite a Padova, alla sede del vescovo Crispino, Atanasio di Alessandria; mentre, nel successivo concilio di Aquileia, era presente un certo Giovino, che alcuni studiosi identificano come vescovo di Padova.

Il Sacello di San Prosdocimo, il più antico luogo di culto di Padova, databile al V o VI secolo

Tra il V e VI secolo le testimonianze storiche si concentrano attorno al culto di santa Giustina e alla sua basilica extra moenia, centro spirituale di primaria importanza dove si raccolsero insigni reliquie, tra cui quelle dell'evangelista Luca e dell'apostolo Mattia e dei martiri padovani. Era pure luogo eletto alla sepoltura dei vescovi, mentre la cattedrale cadde vittima, con il resto della città, delle numerose invasioni dei visigoti, bizantini ed ungari. Di questa oscura stagione, che portò la Patavium romana all'aspetto di una rovina fumante (nella prima metà del VII secolo), sappiamo che i vescovi usarono rifugiarsi verso la laguna, a Malamocco[2], comportando un precipitoso decadimento della tradizione cristiana patavina tanto che la stessa cronotassi dei vescovi, prima del IX secolo, si fa imprecisa e fumosa, complice pure la scarsità delle fonti e la povertà delle testimonianze archeologiche.

Il vescovo Ursiniano, pur residente a Malamocco, si firmò come episcopus sanctae ecclesiae Paduanae negli atti del sinodo romano del 680. Al tempo del vescovo Domenico invece, che fu presente al concilio di Mantova dell'827, quasi certamente la sede era stata riportata a Padova, poiché a quel concilio non furono presenti vescovi lagunari[3].

Il medioevo[modifica | modifica sorgente]

L'imperatore Enrico III, di cui il vescovo Bernardo fu cappellano mentre sedeva alla cattedra di Padova.

Dopo un buio periodo, legato alla totale decadenza della Patavium saccheggiata, con l'età carolingia si attua un lento restauro degli organismi ecclesiastici nella sintonia tra vescovi e casa imperiale. Le donazioni di Berengario I e la concessione di poter innalzare castelli per difesa propria e della popolazione resero responsabile i vescovi dell'ordine politico e territoriale rendendoli effettivi feudatari in contrasto col sorgere insistente di potenze signorili di ambito rurale. Per garantire l'assoluta indipendenza dell'Abbazia di Santa Giustina, ma anche dei monasteri di San Pietro e Santo Stefano alla metà del X secolo il vescovo Ildeberto concedette prebende e benefizi di notevole entità che andavano a sommarsi a quelli della schola sacerdotum, l'Amplissimo capitolo della cattedrale, già esistente nel IX secolo, a cui si aggregavano le pievi disseminate per l'intero territorio diocesano. Il prestigio della cattedra patavina impennò con la figura del vescovo Gauslino, vicinissimo ad Ottone II, che lo volle al concilio di Ravenna, tra i pochi episcopi mitrati italici presenti.

L'influenza imperiale culminò con la salita alla cattedra di Bernardo che aveva il titolo di cappellano di Enrico III e di Waltolff, proveniente dal capitolo canonicale della cattedrale di Augusta. Nel frattempo non sappiamo come venissero accolte le disposizioni canoniche provenienti da Roma per iniziativa dei papi Leone IX e Niccolò II, emanate ad arginare il fenomeno della simonia e del concubinato. Verso il XI secolo la curia dei vassalli vescovili, ricca di arimanni ovvero i ricchi aristocratici rurali che nel frattempo si erano stanziati in città (come i da Carrara, i da Fontaniva, i Maltraversi), riuscì ad isolare parte del proprio potere, preparando quello che sarebbe diventato il libero comune di Padova, nascente anche grazie al forte senso di civitas che la popolazione stava riscoprendo assieme ad un'elevata spiritualità diffusa soprattutto dai monaci e dalle monache dell'ordine benedettino. Proprio alla fine del secolo XI vanno a collocarsi le grandi inventiones dei corpi santi Massimo, Giuliano e Felicita alla quale fu partecipe lo stesso Leone IX, in passaggio per Padova, mentre nel 1075 venne ritrovato, sotto il pavimento della Basilica di Santa Giustina, il corpo di san Daniele levita, poi portato nella confessiones della cattedrale.

Papa Leone IX, presente all'inventio dei santi Massimo, Giuliano e Felicita

Il forte senso civico portò a corrompere i rapporti tra la chiesa padovana ed il potere imperiale. Non a caso Enrico IV soggiornò a Padova a più riprese tra 1090 e 1097 per sanare la frattura tra il clero reticente ad accettare le nomine non provenienti dalla curia romana, tanto che il vescovo Pietro IV fu costretto a chiedere diretto intervento alla corte, che non riuscì a bloccare la sua deposizione al Concilio di Guastalla; fu sostituito dal vescovo Sinibaldo che però dovette rifugiarsi ad Este perché cacciato dalla città per violentiam regiam. Il ministero di Sinibaldo fu lungo, colpito dal grande terremoto del 1117 che portò al crollo di gran parte della città, fu legato profondamente a Matilde di Canossa. In questo periodo fiorirono le numerose comunità cenobitiche della diocesi, tra cui l'abbazia di Santa Maria a Praglia (dipendente dell'abbazia di San Benedetto a Polirone), l'abbazia di Carceri e l'abbazia di San Michele a Candiana. La situazione mutò soltanto in seguito al concordato di Worms, quando dopo la figura del vescovo Bellino Bertaldi si susseguirono episcopati legati alla sede romana, mentre in seguito alla formazione della lega lombarda andava ad inasprirsi il rapporto tra la chiesa padovana e quella primaziale di Aquileia, chiaramente filoimperiale: al concilio di Ravenna, il vescovo Gerardo dovette piegarsi a chiedere perdono al patriarca aquileiense. La chiusura del secolo XII fu caratterizzata dal progressivo riordino dei benefizi e dei confini delle pievi e delle chiese curaziali.

Il XIII secolo fu caratterizzato dai grandi movimenti del clero regolare: l'abbazia di Santa Giustina, guidata dal carismatico abate Arnaldo da Limena, nel 1239 accolse Federico II; l'ordine benedettino degli albi, fondato da Giordano Forzatè fiorì a San Benedetto Vecchio, San Benedetto Novello, San Giovanni di Verdara e Santa Maria in Vanzo. I canonici regolari si stanziarono nelle chiese di santa Sofia e san Michele mentre l'abbazia di Praglia fondò in città tra il 1185 e il 1186 la chiesa e l'ospitium di sant'Urbano. Anche la presenza degli ordini ospitalieri favorì il sorgere di numerosi hospitalia.

Il periodo veneziano[modifica | modifica sorgente]

Nel 1671 il vescovo Gregorio Barbarigo istituì il seminario diocesano, a cui nel 1684 aggiunse una tipografia.

Gli ultimi due secoli[modifica | modifica sorgente]

Missioni diocesane[modifica | modifica sorgente]

La diocesi di Padova è presente con propri missionari fidei donum nei seguenti Paesi:

La Chiesa di Padova è inoltre il principale sostenitore della missione triveneta in Thailandia, avviata nel 1997. I missionari operano nella diocesi di Chiang Mai.

Persone legate alla diocesi[modifica | modifica sorgente]

Cronotassi dei vescovi[modifica | modifica sorgente]

Andrea Mantegna, San Prosdocimo, primo vescovo di Padova, Pinacoteca di Brera.

La seguente cronotassi, fino alla fine del XIII secolo, ripete il catalogo dei vescovi di Padova, redatto in questa stessa epoca e menzionato nel Liber Regiminum Paduae, nella versione corretta da Ludovico Antonio Muratori.[4]

Statistiche[modifica | modifica sorgente]

La diocesi al termine dell'anno 2004 su una popolazione di 1.039.117 persone contava 1.027.662 battezzati, corrispondenti al 98,9% del totale.

anno popolazione sacerdoti diaconi religiosi parrocchie
battezzati totale % numero secolari regolari battezzati per sacerdote uomini donne
1950 837.015 839.024 99,8 1.207 913 294 693 670 3.065 401
1970 860.000 860.051 100,0 1.344 902 442 639 602 4.334 432
1980 956.000 965.040 99,1 1.316 917 399 726 648 3.427 453
1990 982.777 986.387 99,6 1.222 843 379 804 10 601 2.845 459
1999 1.014.030 1.019.578 99,5 1.190 834 356 852 15 596 2.467 459
2000 1.008.967 1.018.354 99,1 1.167 834 333 864 18 558 2.455 459
2001 1.012.128 1.021.648 99,1 1.123 819 304 901 18 516 2.518 459
2002 1.027.874 1.036.547 99,2 1.249 811 438 822 19 492 2.428 459
2003 1.022.451 1.034.223 98,9 1.124 805 319 909 19 482 2.332 459
2004 1.027.662 1.039.117 98,9 1.111 782 329 924 25 479 2.256 459

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Nel 1964 Pedemonte e Casotto (staccata dalla stessa nel 1945) furono assegnate alla diocesi di Vicenza.
  2. ^ Secondo Cappelletti, primo vescovo padovano trasferitosi a Malamocco sarebbe stato Tricidio seguito da Bergualdo (cfr. op. cit., p. 330).
  3. ^ Giorgio Arnosti, Lo scisma tricapitolino e l'origine della diocesi di Ceneda, in Il Flaminio, 11 (1998), p. 78
  4. ^ Secondo Lanzoni, questo catalogo non ha alcun valore storico: infatti non è conosciuto da nessun autore padovano antico e nemmeno dall'autore della Vita di san Prosdocimo (XI secolo); non riporta nomi di vescovi accertati da altre fonti storiche e menziona nomi di vescovi delle diocesi vicine a quella padovana. Fino agli inizi del VII secolo, secondo Lanzoni sono solo due i vescovi documentati da fonti storiche, ossia Crispino e Bergullo. Solo dal XV secolo ai singoli nomi del catalogo furono aggiunti dati cronologici e brevi notizie biografiche fittizie.
  5. ^ Al suo posto il catalogo riporta Calporniano. Secondo Lanzoni l'assenza di san Fidenzio è significativo del fatto che nel XIII secolo questi non era considerato un vescovo di Padova.
  6. ^ Il 29 giugno erano venerati a Padova due santi, Leolino e Ilario, entrambi spesso inseriti nell'antico catalogo; il primo è identificato con Leonino, il secondo con l'Ilario dopo Vero.
  7. ^ a b c Assente nel catalogo.
  8. ^ Assente nel catalogo. Secondo Cappelletti, Ursiniano era vescovo di Pedena, mentre studi recenti gli attribuiscono la sede patavina (Daniela Rando, Le origini delle diocesi lagunari, in Storia di Venezia, Vol. 1, Treccani, 1992; Massimiliano Pavan, Girolamo Arnaldi, Le origini dell'identità lagunare, in Storia di Venezia, Treccani, 1992, Vol. 1; Giorgio Arnosti, Lo scisma tricapitolino e l'origine della diocesi di Ceneda, in Il Flaminio, 11 (1998), pp. 59-103).
  9. ^ Un vescovo italiano di nome Rodingo, senza indicazione della sede, è menzionato in due documenti dell'840; alcuni autori lo identificano con il vescovo patavino. Cfr. Fedele Savio, Indizio di un placito lombardo o veneto dell'845 circa nella lista episcopale di Padova, in Archivio storico lombardo, serie quarta, anno XXXI, 1904, p. 92.
  10. ^ Nel catalogo un Rosio è menzionato tra Giuseppe e Rodone.
  11. ^ Un vescovo Turingario è menzionato in un diploma spurio di Ludovico II dell'866.
  12. ^ Un Pietro è documentato nell'896; Savio, op. cit., p. 92.
  13. ^ Da Ercorado ad Ardemanno l'ordine dal catalogo padovano è diverso da quello di Cappelletti e Gams, secondo i quali il catalogo è stato manomesso con lo spostamento di alcuni vescovi. Secondo Savio (op. cit., pp. 93-94), la presenza di così tanti vescovi per un periodo relativamente breve è dubbia; inoltre, lo stesso autore fa notare come molti nomi patavini corrispondono, forse non casualmente, a nomi di vescovi contemporanei di altre diocesi: Giuseppe di Ivrea, Liotaldo di Pavia, Adalgisio di Novara, Notingo di Brescia, Bilongo di Verona, Turingario di Concordia, Bodone di Acqui.
  14. ^ Assente nel catalogo. La presenza di questo vescovo, documentata da Cappelletti, è messa in dubbio da Kehr, secondo il quale il successivo vescovo Gaulino è menzionato in un diploma di Ottone I del 964; cfr. Paul Fridolin Kehr, Regesta Pontificum Romanorum, VII, pp. 155-156.
  15. ^ Kehr, op. cit., p. 156.
  16. ^ Kehr, op. cit., p. 156. Assente nel catalogo.
  17. ^ Kehr, op. cit., p. 156.
  18. ^ Kehr, op. cit., p. 156.
  19. ^ Giovanni Savelli è l'ultimo vescovo riportato nella cronotassi del Liber Regiminum Paduae.

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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