Diana (divinità)

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Statua di Diana nel Museo del Louvre

Diana è una dea italica, latina e romana, signora delle selve, protettrice degli animali selvatici, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice delle donne, cui assicurava parti non dolorosi, e dispensatrice della sovranità. Nella mitologia greca questa dea romana assomigliava alla dea Artemide (dea della caccia, della verginità, del tiro con l'arco, dei boschi e della Luna).

Secondo la leggenda, Diana - giovane vergine abile nella caccia, irascibile quanto vendicativa - era amante della solitudine e nemica dei banchetti; era solita aggirarsi in luoghi isolati. In nome di Amore aveva fatto voto di castità e per questo motivo si mostrava affabile, se non addirittura protettiva, solo verso chi - come Ippolito e le ninfe che promettevano di mantenere la verginità - si affidava a lei.

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

La radice si trova nel termine latino dius ("della luce", da dies, "[la luce del] giorno"), arcaico divios per cui il nome originario sarebbe stato Diviana. La luce a cui si riferisce il nome sarebbe quella che filtra dalle fronde degli alberi nelle radure boschive, mentre viene respinta quella della Luna perché tale associazione con la dea fu molto tarda[1].

Simboli associati alla dea[modifica | modifica sorgente]

La simbologia della dea è legata al mondo delle selve: già in molte gemme la si vede portare una fronda in una mano e una coppa ricolma di frutti nell'altra, in piedi accanto ad un altare, dietro al quale si intravede un cervo[2].

Su un candelabro d'argento conservato nei Musei Vaticani la dea non viene raffigurata in forma umana ma una serie di simboli ne richiamano alla mente il numen, in parte identificato con la dea greca Artemide: un albero di lauro (sacro ad Apollo) al quale sono appese le armi da caccia della dea (l'arco, la faretra e la lancia), un palo conico al quale sono applicate le corna di un cervo, un altare ricolmo di offerte tra le quali si scorge una pigna, una fiaccola accesa (a ricordare la sua accezione originaria di dea della luce) appoggiata all'altare e un cervo accanto ad esso[2].

Infine su un rilievo di Porta Maggiore a Roma si vede l'immagine di una colonna che regge un vaso e un albero dalle lunghe fronde, circondati da un recinto semicircolare a costituire un locus saeptus, cioè una forma arcaica di sacello all'aperto[2].

Santuari[modifica | modifica sorgente]

Il principale luogo di culto di Diana si trovava presso il piccolo lago laziale di Nemi, sui colli Albani, e il bosco che lo circondava era detto nemus aricinum per la vicinanza con la città di Ariccia. Il santuario di Ariccia potrebbe essere stato il nuovo santuario federale dei latini dopo la caduta di Alba Longa. Ciò è desumibile da quanto riportato da Catone il Censore nelle Origines, cioè che il dittatore tusculano Manio Egerio Bebio officiò una cerimonia comunitaria nel nemus aricinum insieme ai rappresentanti delle altre principali comunità latine dell'epoca (Ariccia, Lanuvio, Laurentum, Cora, Tibur, Pometia, Ardea e i Rutuli): Lucum Dianium in nemore Aricino Egerius Baebius Tusculanus dedicavit dictator Latinus. Hi populi communiter: Tusculanus, Aricinus, Lanuvinus, Laurens, Coranus, Tiburtis, Pometinus, Ardeatis, Rutulus.[3].

In seguito Servio Tullio fonda il nuovo tempio di Diana sull'Aventino e lì sposta il centro del culto federale con il consenso dell'aristocrazia latina.

Altri santuari erano situati nei territori del Lazio antico e della Campania: il colle di Corne, presso Tusculum[4], dove è chiamata con il nome latino arcaico di deva Cornisca[5] e dove esisteva un collegio di cultori della dea come attesta un'iscrizione ritrovata presso Tuscolo e dedicata ai Mani di Giulio Severino patrono del collegio[6]; il monte Algido, sempre presso Tuscolo[7][8]; a Lanuvio, dove è festeggiata alle idi (13) di agosto dal Collegio Salutare di Diana e Antinoo[9]; a Tivoli, dove è chiamata Diana Opifera Nemorense[10]; un bosco sacro citato da Tito Livio[11] ad compitum Anagninum, cioè all'incrocio fra la via Labicana e la via Latina, presso Anagni, e del quale nel settembre 2007 si è parlato del possibile ritrovamento dei suoi resti[12]; il monte Tifata, presso Caserta[13].

Di recente scoperta è un santuario dedicato a Diana Umbronensis all'interno del Parco Regionale della Maremma.

Rapporto con la sovranità[modifica | modifica sorgente]

Lucas Cranach il Vecchio, Diana in riposo, primo quarto del XVI secolo, Besançon, Musée des Beaux-Arts.

Come già in altre culture, anche in quella latina appare la connessione tra il simbolismo delle corna e la divinità, in questo caso la dea Diana. Tito Livio[14] infatti ricorda un episodio in cui era stato predetto che chi avesse sacrificato una certa vacca di grande bellezza avrebbe dato al suo popolo l'egemonia sull'intera regione del Lazio antico. Il sabino proprietario della vacca si recò al tempio di Diana a Roma per sacrificarla, ma il sacerdote del tempio riuscì con uno stratagemma a distrarre il sabino e sacrificò lui la vacca alla dea garantendo alla città di Roma l'egemonia; le corna stesse furono affisse all'entrata del tempio come ricordo della vicenda e come pegno tangibile della sovranità sul Lazio.

Il legame con la sovranità e la regalità è esplicitato anche dal rapporto tra la dea e il Rex Nemorensis, il sacerdote di Diana che viveva nel bosco sacro sulle rive del Lago di Nemi.

Identificazione con la dea greca Artemide[modifica | modifica sorgente]

Diana assomiglia ad un'altra divinità la dea Artemide della mitologia greca, anche se la somiglianza tra le due non è così marcata, tanto che si può anche definirle due entità distinte. In Diana il suo carattere di protettrice della partorienti è molto più accentuato. In Artemide prevale il carettere di protettrice dei boschi e degli animali.

Fin dal XV secolo a.C. a Creta veniva venerata una dea protettrice dei boschi e delle montagne; ugualmente, a Efeso, fu a lungo praticato il culto di una similare divinità i cui connotati conducono però alla dea frigia Cibele e, contestualmente, alla dea che in tutto il bacino dell'Egeo rappresentava la Madre Terra, vale a dire Rea. Facile comprendere, quindi, come - in base alle diverse epoche e civiltà - siano possibili diverse interpretazioni di una medesima divinità. Ed in questo contesto è possibile vedere anche una associazione della figura di Diana con quella della divinità lunare Selene: in molti riti dei romani, inoltre, Diana viene venerata come divinità trina, punto di congiunzione della Terra e della Luna per personificare il Cielo (in contrasto a Ecate cui era riservato il Regno dei Morti).

Diana e la stregoneria[modifica | modifica sorgente]

La dea Diana, identificata nella sua manifestazione lunare, è stata oggetto di culto nella stregheria della tradizione italiana. Come riporta Charles Leland nel Vangelo delle streghe Diana è adorata come dea dei poveri, degli oppressi e dei perseguitati dalla Chiesa cattolica. Per far sì che il culto della stregoneria andasse avanti mandò sua figlia Aradia per liberare dagli oppressori gli schiavi e per divulgare il culto della dea.

Diana nell'arte[modifica | modifica sorgente]

Houdon: Diana cacciatrice, Louvre

In molte rappresentazioni pittoriche e in letteratura, Diana cacciatrice - la cui grazia femminile del corpo contrasta decisamente con l'aspetto fiero e quasi virile del viso - viene spesso raffigurata con arco e frecce. Di figura atletica e longilinea, ha i capelli raccolti dietro il capo e indossa vesti semplici quasi a sottolineare una natura dinamica se non addirittura androgina.

Pittura[modifica | modifica sorgente]

Cinema[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Del Ponte, p. 177.
  2. ^ a b c Del Ponte, p. 178
  3. ^ Catone il Censore. Origini, II, fr. 62, in Paolo Cugusi, Maria Teresa Sblendorio Cugusi (a cura di). Opere di Marcio Porcio Catone Censore. pp. 346-349. Torino, UTET, 2001. ISBN 88-02-05644-7.
  4. ^ Plinio il Vecchio. Storia Naturale, XVI, 242 (da LacusCurtius: Est in suburbano Tusculani agri colle, qui Corne appellatur, lucus antiqua religione Dianae sacratus a Latio, velut arte tonsili coma fagei nemoris. in hoc arborem eximiam aetate nostra amavit Passienus Crispus bis cos., orator, Agrippinae matrimonio et Nerone privigno clarior postea, osculari conplectique eam solitus, non modo cubare sub ea vinumque illi adfundere. vicina luco est ilex, et ipsa nobilis XXXIV pedum ambitu caudicis, decem arbores emittens singulas magnitudinis visendae silvamque sola faciens.
  5. ^ CIL I, 975: Devas Corniscas sacrum, trovata a Trastevere.
  6. ^ CIL XIV, 2633: D(is) M(anibus) Iulio Severino patrono cultorum Dianesium bene merenti fecerunt Antestius Victorinus et Agathemer(us) et Asclepiodotus.
  7. ^ Quinto Orazio Flacco. Carmina, I, 21, 5-6. (da The Latin Library): uos laetam fluuiis et nemorum coma, / quaecumque aut gelido prominet Algido.
  8. ^ Quinto Orazio Flacco. Carmen Saeculare, 69: quaeque Aventinum tenet Algidumque, / quindecim Diana preces virorum / curat et votis puerorum amicas / adplicat auris.
  9. ^ CIL XIV, 2112
  10. ^ CIL XIV, 3537: Dianai Opifer(ae) Nemorensei L(ucius) Apuleius L(uci) l(ibertus) Antio(chus).
  11. ^ Tito Livio. Storia di Roma. XXVII, 4.
  12. ^ ANAGNI (Fr). Struttura circolare venuta alla luce negli scavi ad Osteria della Fontana.. URL consultato il 12-04-2008.
  13. ^ Roy Merle Peterson. The cults of Campania. Roma, American Academy, 1919, pp. 322-328.
  14. ^ Tito Livio, Storia di Roma, I, 3-7.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Renato Del Ponte, Dei e miti italici, Genova, ECIG, 1985, cap. V: "Nostra Signora delle selve", pp. 159-197. ISBN 88-7545-805-7.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]