Dialettica

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La dialettica è uno dei principali metodi argomentativi della filosofia. Essa consiste nell'interazione tra due tesi o princìpi contrapposti (simbolicamente rappresentati nei dialoghi platonici da due personaggi reali) ed è usata come strumento di indagine della verità.

L'etimologia deriva dai termini della lingua greca antica dià-legein (cioè «parlare attraverso», ma anche «raccogliere») + tèchne, ovvero "arte" del dialogare, e del riunire insieme.[1]

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

L'origine di questo metodo nella discussione di tesi filosofiche può essere ritrovato già in Zenone di Elea, il quale, sulle orme di Parmenide, sosteneva la tesi dell'immutabilità dell'Essere confutando le antitesi degli avversari tramite una dimostrazione per assurdo. Egli usava cioè la dialettica quale strumento di contrasto che approda indirettamente alla verità sulla base del principio di non contraddizione, ricorrendo ai paradossi.[2]

Socrate[modifica | modifica wikitesto]

Socrate

Un metodo simile si ritrova nei dialoghi platonici, dove Socrate cerca di trovare le contraddizioni interne nelle tesi dell'interlocutore, scomponendone le enunciazioni e raffrontandole con livelli più elevati del sapere. Il vantaggio iniziale lasciato all'interlocutore più debole è lo strumento dialettico mediante il quale si staglia più luminoso e conclusivo il parere del maestro.[3]

Ad esempio, nell'Eutifrone, Socrate chiede ad Eutifrone di dare una definizione di pietà.[4] Eutifrone risponde che pio è ciò che è amato dagli Dei. Socrate gli rinfaccia che gli dei sono litigiosi, e che i loro litigi, come quelli umani, riguardano gli oggetti di amore ed odio. Eutifrone ammette che questo è infatti il caso. Perciò, prosegue Socrate, deve esistere almeno un oggetto che è amato da alcuni Dei ma odiato da altri. Di nuovo Eutifrone assente. Socrate poi conclude che, se la definizione di pietà data da Eutifrone fosse vera, allora dovrebbe esistere almeno un oggetto che è allo stesso tempo sia pio che empio (giacché è amato da alcuni Dei, ma odiato da altri) - il che, ammette Eutifrone, è assurdo.

Questo modo di procedere nel ragionamento, partendo da una tesi e cercando di trovarne le contraddizioni interne, è tipico della dialettica socratica, e si chiama maieutica.[5]

I Sofisti[modifica | modifica wikitesto]

Mentre il proposito di Socrate era una confutazione del falso sapere che implicava un'esigenza di elevazione morale,[6] e di ricerca della verità,[7] per i sofisti la dialettica coincide invece con l'eristica, ovvero l'arte di vincere nelle discussioni, confutando le affermazioni dell'avversario senza riguardo al loro intrinseco valore di verità.

Platone[modifica | modifica wikitesto]

Platone

Platone è generalmente considerato il padre della dialettica. Per Platone, essa è lo strumento per eccellenza della filosofia, essendo la via privilegiata per risalire dal molteplice all'unità dell'Idea, che è l'origine e meta finale della conoscenza.

Platone interpreta socraticamente la dialettica, come riflessione sociale, svolta dal filosofo nel dialogo con altri personaggi; e la identifica con la filosofia stessa intesa come espressione dell’eros, che è il desiderio bramoso del sapere. Il meccanismo dialogico consiste nell'opera maieutica di un conduttore che pilota la discussione, e concede dapprima spazio alla tesi meno probabile per farla poi confutare, lasciando emergere a poco a poco quella giusta e portatrice di verità.

Per comprendere la dialettica, occorre premettere che le idee, secondo Platone, sono strutturate gerarchicamente, da un minimo fino a un massimo di “essere”; in cima a tutte sta l'idea suprema del Bene. Proprio questa gerarchia permette la conoscenza, perché è il raffronto dialettico tra realtà di diverso livello, tra ciò che sta in alto (essere) e ciò che sta in basso (non essere) a rendere possibile il sapere. Ad esempio bianco e nero rimangono termini contrapposti e molteplici sul piano sensibile; tuttavia, è solo cogliendo questa differenza di termini che si può risalire al loro fondamento e comune denominatore, cioè l'Idea di Colore. Non si può infatti avere coscienza del bianco senza conoscere il nero.

Pur non dando mai una definizione precisa di dialettica, si può dire che per Platone essa è al contempo un processo di "unificazione e moltiplicazione":[8] da un lato la dialettica sale verso l'unità delle idee, dall'altro scende a definire e suddividere il molteplice, secondo un metodo dicotomico. Si tratta di due procedimenti complementari, che rispecchiano la natura stessa delle idee che è quella di essere uniche in sé, ma anche di essere collegate tra di loro dando origine alle relazioni esistenti nel molteplice. La dialettica è quindi la ricostruzione logica di questi collegamenti che stanno a fondamento della realtà, ed è perciò la scienza per eccellenza.[9]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Ontologia e dialettica in Platone.

Da sottolineare, però, che in Platone le idee rimangono al di sopra della logica dialettica: esse sono accessibili soltanto per via di intuizione. Non sono dimostrabili, né ricavabili dall'esperienza sensibile. Come in Zenone, la dialettica non fa cogliere di per sé la verità, ma consente semmai di procedere alla confutazione degli errori e dei paradossi facendo uso della logica di non contraddizione.

Aristotele[modifica | modifica wikitesto]

La dialettica di Aristotele deriva da quella socratica e platonica, ma viene interpretata diversamente. Secondo Aristotele, le premesse su cui i suoi predecessori ragionavano erano principalmente le opinioni, emerse ed analizzate col metodo del dialogo;[10] ed è a tal proposito che egli distingue la dialettica dall'analitica (cioè dalla logica). Mentre quest'ultima studia la deduzione che parte da premesse vere per giungere a conclusioni logicamente fondate (dimostrazione), la dialettica ha per oggetto i ragionamenti che si riferiscono ad opinioni probabili.[11] La dialettica è perciò una logica dell'apparenza, in quanto la conclusione, pur derivando razionalmente dalle premesse, non è necessaria, perché non sono necessarie le premesse in sé da cui prende le mosse.

Lo Stoicismo[modifica | modifica wikitesto]

Nello stoicismo la dialettica viene identificata nuovamente con la logica, come teoria dei segni che si riferisce alla realtà, agli oggetti significati dalle parole. Essa è «scienza del vero e del falso, e di ciò che non è né vero né falso»:[12] la logica cioè viene intesa non solo in senso deduttivo, ma anche ipotetico, comportando un ampliamento di indagine del sillogismo aristotelico. Respingendo di fatto la distinzione tra premesse vere e premesse probabili, la dialettica diventa così la scienza del discutere rettamente, in conformità alle leggi universali del Lògos. Questo nuovo approccio conduce all'elaborazione di formule complesse, sulla base di un insieme di proposizioni legate tra loro da operatori logici (quali ad esempio «se», «poiché», «e», «oppure»).[13]

L'eredità di Platone: il neoplatonismo[modifica | modifica wikitesto]

La dialettica divenne quindi lo strumento filosofico usato dai neoplatonici, i quali ne diedero una definizione più esplicita rispetto a Platone:

« Cos'è questa dialettica che bisogna insegnare anche ai precedenti? È una scienza che dà la possibilità di dire razionalmente ciò che è ogni oggetto, in che differisce dagli altri e in che si accomuna, tra quali oggetti si trova e in quale classe; e quale cosa sia essere e quale invece sia il non-essere diverso dall'essere. »
(Plotino, Enneadi, I, 3, 4[14])

La dialettica consente cioè di definire e classificare secondo logica ogni realtà, descrivendola non solo in se stessa, ma anche in rapporto al suo contrario, cogliendo quella rete organica di relazioni in cui è inserita. L'aspetto logico-razionale della dialettica ha quindi una valenza principalmente negativa, nel senso che permette di risalire alla verità di qualcosa, e in ultima analisi a Dio stesso, tramite la consapevolezza del suo contrario, ossia del negativo: il falso. Fu il metodo proprio della teologia negativa.[15]

« [La dialettica] considera anche il bene e il suo contrario e le loro specie subordinate, definisce l'eterno e il suo contrario, procedendo in ogni caso scientificamente e non con l'opinione. »
(Plotino, Enneadi, ivi)
Plotino

Plotino ad esempio per definire il bene lo paragonò alla luce, la quale non è un oggetto, ma si mostra solo in quanto rende visibili gli oggetti: come questa risulta visibile dal contrasto con l'ombra, così l'Uno è intuibile solo tramite il contrasto dialettico col molteplice.

È la polarità del mondo, costituita nell'ottica neoplatonica da due estremità opposte (Uno e molteplice, bene e male, essere e pensiero), che permette di stabilire un rapporto dialettico tra di esse, essendo l'una il negativo dell'altra. In tal modo la verità (assunta come il polo positivo) diventa definibile tramite il suo negativo, ovvero la falsità. Così anche il mondo sensibile e fenomenico, pur antitetico a quello intelligibile, è visto come suo "nunzio", e la materia, nella quale risiede la possibilità del male, non è condannata da Plotino come negatività assoluta; infatti, «il male esiste necessariamente, essendo necessario un contrario al Bene».[16] È proprio tramite lo sviamento e l'errore che è possibile delimitare la verità; ad esempio dell'Uno va detto «quello che Egli non è, ma non diciamo quello che è. Diciamo di Lui partendo dalle cose che sono dopo di lui».[17]

La polarità del mondo scaturisce per Plotino dal fatto che l'Uno stesso si struttura dialetticamente nelle ipostasi via via inferiori (Intelletto e Anima) dando vita all'universo, ma rimanendo trascendente rispetto ad esso. La dialettica dell'Uno ha quindi un carattere produttivo, cioè ontologico, perché genera l'essere e la molteplicità.[18] Ciò nonostante, il Dio plotiniano non perde la sua unità, perché resta al di sopra di tutto: nell'Uno infatti sono presenti in forma unita e indissolubile quegli elementi intelligibili del cosmo che esplicandosi nella realtà materiale giungono poi a separarsi tra loro.

La teologia neoplatonica mirava allora a ricucire, tramite l'uso della dialettica e della logica formale, quell'unità immediata di soggetto e oggetto, spirito e materia, che nel mondo sensibile appariva invece terribilmente frantumata in un dualismo insanabile. Torna in proposito la duplice valenza propria della dialettica platonica, che ha un carattere ora discensivo (dall'Uno alla materia), ora ascensivo (dal molteplice all'estasi), formando un circolo. Come in Platone, tuttavia, la dialettica, pur essendo «la parte preziosa della filosofia»,[19] non va esercitata in maniera fine a se stessa, ma una volta approdata all'intelligibile «conclude la sua attività»,[20] abbandonando «a un'altra arte la cosiddetta logica che verte sulle premesse e sui sillogismi» esaminandone solo gli aspetti «necessari antecedenti dell'arte», e tralasciando quelli superflui.[20]

La concezione neoplatonica della dialettica ritornerà in Agostino e nei primi padri della Chiesa, dai quali sarà intesa sia in senso ontologico per spiegare il movimento di processione interno alla Trinità, sia come mezzo razionale umano di elevazione alla Verità, ma che essendo basato sulle parole rimane pur sempre soltanto uno strumento.[21] Tommaso d'Aquino affiancherà alla dialettica il concetto di analogia per chiarire come le relazioni dialettiche che intercorrono in quella scala ascendente che va dagli enti naturali fino a Dio, siano da intendere non in modo meramente logico, ma in chiave appunto analogica, cioè nel senso della similitudine. In seguito Cusano, i filosofi rinascimentali, e la successiva tradizione mistica neoplatonica, insisteranno sul carattere circolare della dialettica, assimilata all'eros, che sale ad unificare gli opposti in Dio, e nuovamente discende espandendosi nella molteplicità.

La scolastica: dialettica come arte liberale[modifica | modifica wikitesto]

Un significato diverso, anche se in parte derivato dalle dottrine precedenti, aveva assunto la dialettica nella filosofia medioevale, dove era insegnata e praticata come una delle sette arti liberali in cui si esercitavano i filosofi della scolastica, in particolare come materia letteraria del trivio: essa era intesa alla maniera degli stoici, come scienza del discutere rettamente, e tramite cui gli allievi imparavano le connessioni logiche tra i significanti e i significati. Gli autori presi a modello erano principalmente Cicerone, Seneca, Agostino, e soprattutto Boezio.[22] Col tempo, però, il termine «dialettica» assunse un significato peculiare, come sininimo di razionalità: dialettici erano detti infatti coloro che accettavano l'uso della ragione come strumento di indagine della verità, o come guida in grado di avviare al sapere rivelato della fede; anti-dialettici erano invece coloro che riconoscevano come unica guida la teologia e i contenuti della fede, slegando quest'ultime da qualsiasi criterio logico.[23]

Kant[modifica | modifica wikitesto]

Sul finire del Settecento, Kant dedicò nuovi studi alla dialettica, definendola come la logica dell'apparenza, che ha lo scopo di mettere in luce il carattere illusorio dei giudizi trascendenti, mettendoci in guardia contro l'inganno della ragione, che è l'inganno della totalità, l'illusione con la quale l'uomo tende a superare sul piano della conoscenza il mondo dei fenomeni. Ma l'apparenza della dialettica, in quanto trascendentale è connaturata alla ragione umana e quindi continua a dare l'illusione di essere vera anche quando se ne dimostri la falsità. La dialettica in Kant rappresenta lo studio e la critica di questa illusione naturale ed inevitabile.[24]

Fichte e Schelling[modifica | modifica wikitesto]

Fichte

La concezione kantiana della dialettica, intesa come esercizio critico di riconoscimento del proprio limite, venne ripresa dagli idealisti Fichte e Schelling, i quali le attribuirono la capacità non solo di riconoscere, ma anche di creare o di porsi un tale limite. La dialettica diventa così lo strumento trascendentale in cui si articola l'attività dell'io, con cui il soggetto da un lato si auto-limita inconsciamente, ma dall'altro si accorge dell'errore insito nel senso comune, che lo portava a scambiare l'apparenza dei fenomeni per la vera realtà. Per Fichte infatti, la dialettica io/non-io ci fa prendere coscienza che il non-io non è una realtà assoluta, ma limitata e relativa all'io.[25] Come già per i neoplatonici, la dialettica rimane però solo un mezzo, con cui il pensiero mira a ritornare alla propria origine annullandosi. Essa mantiene una valenza critica o negativa, perché non fa cogliere l'Assoluto stesso: se così fosse, il pensiero filosofico sarebbe creatore, poiché coinciderebbe con l'atto creativo dell'assoluto. La dialettica invece si limita a ricostruire per via teorica il processo con cui l'io crea il mondo.

Similmente per Schelling l'Assoluto è intuibile logicamente solo per via negativa, tramite il rapporto dialettico tra i due poli, Spirito e Natura, in cui esso si articola: lo slancio creativo che conduce dall'Uno al molteplice è infatti inconsapevole (oggetto di studio della filosofia della natura, in cui si ritrova la polarità dialettica dei fenomeni); il tentativo di acquisirne consapevolezza si ha nel cammino inverso (idealismo trascendentale) che si avvicina progressivamente all'assoluto senza tuttavia raggiungerlo mai del tutto, salvo che nel momento supremo dell'intuizione estetica (filosofia dell'arte), che ne coglie l'unità indifferenziata.[26]

Hegel[modifica | modifica wikitesto]

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Con Hegel infine la dialettica si trasformò da strumento filosofico nel fine stesso della filosofia. Diversamente dal neoplatonismo, Hegel assegnò alla dialettica una valenza positiva, anziché negativa: mentre presso i neoplatonici la dialettica serviva a ricondurre alla verità, ma quest'ultima ne restava al di sopra (a un livello trascendente e ben distinto da quella), Hegel fece coincidere la verità con la dialettica, cioè col divenire. Anche sul piano ontologico Hegel capovolse la prospettiva precedente: ora la dialettica non è più il processo con cui Dio negava (e occultava) se stesso generando il mondo,[27] bensì con cui afferma se stesso, giungendo a coincidere col mondo e con la storia.

Mentre la logica classica partiva da un punto A del tutto a priori rispetto all'esito del ragionamento (B), nella dialettica hegeliana il flusso logico che va da A a B torna a convalidare la tesi iniziale in una sintesi onnicomprensiva (C).[28]

Hegel infatti concepiva l'essere (ossia la verità) a posteriori, come immanente o conseguente la razionalità conoscitiva: la contrapposizione logica esistente tra un concetto ed il suo contrario, anziché essere ricondotta ad un'unità originaria, per Hegel precede la loro esistenza, ne diventa la condizione ontologica. Egli in un certo senso riprese Eraclito affermando che ogni realtà scaturisce dal suo opposto: ad esempio, l'atto conoscitivo o gnoseologico che mette in rapporto dialettico X con Y, diventa anche un atto ontologico.[29] In tal modo egli rinnegò la logica formale di non-contraddizione, che era quella classica e lineare enunciata da Aristotele, in favore di una nuova logica "sostanziale", che è insieme forma e contenuto. Per Hegel, nella sintesi finale ogni realtà è al tempo stesso il suo contrario: X coincide con Y, il nero coincide col bianco. Non ci sarebbe quindi bisogno di rifarsi a un principio trascendente: bianco e nero, nel nostro esempio, non scaturiscono da una superiore e comune Idea di Colore, ma scaturirebbero l'uno dall'altro, per dare luogo soltanto alla fine, attraverso la loro contrapposizione, all'Idea che li comprende. Ciò avviene secondo un procedimento a spirale caratterizzato dalla cosiddetta triade: tesi, antitesi e sintesi. L'Assoluto non ne è all'origine ma alla fine, e scaturisce dalla mediazione dei due termini contrapposti.

In virtù di questo movimento triadico, l'Essere (tesi) non è più concepito come statico e autonomo ma, dovendo venir giustificato, trapassa nel divenire, diventando non-essere (antitesi): la contraddizione tra essere e non-essere viene però superata dal momento della sintesi, che è a sua volta la negazione della negazione (il divenire). Il non-essere, così, non è la negazione dell'Essere, ma paradossalmente un passaggio verso la sua affermazione.[30]

Le critiche di Schelling e Kierkegaard[modifica | modifica wikitesto]

Schelling

Questo modo di intendere la dialettica fu contestato in particolare dall'ultimo Schelling, secondo cui Hegel scambiava per oggettivo ciò che invece è soggettivo: è la nostra percezione degli oggetti a scaturire dalla loro differenza e diversità, non gli oggetti stessi. Nel nostro esempio, la percezione soggettiva del bianco (X) scaturisce dal raffronto col nero (Y), ma non si può dire per questo che il bianco stesso scaturisce oggettivamente dal nero. Il pensiero dialettico può stabilire teoricamente il modo in cui qualcosa può esistere, ma non può sostituirsi all'Assoluto creatore.

Schelling concordava sul fatto che le contraddizioni della dialettica sono molto importanti, perché esse sono la molla del divenire, la ragione per cui Dio si fa storia e sconfigge le tenebre presenti nel Suo stesso fondo oscuro; ma questo per Schelling non vuol dire che siccome le contraddizioni sono importanti allora non c'è alcun bisogno di evitarle. Esse sono pur sempre un limite, rappresentano un elemento negativo, a cui è chiamata a fare da contraltare una filosofia positiva.[31]

Anche Kierkegaard obiettò che la dialettica hegeliana riconciliava illusoriamente le contraddizioni della realtà nel momento della sintesi. Secondo Kierkegaard, tesi e antitesi non possono logicamente convivere in un et et ("sia l'una che l'altra"), ma sono lacerate da contraddizioni insanabili in un drammatico aut aut ("o l'una o l'altra").

Marx ed Engels[modifica | modifica wikitesto]

Marx
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Materialismo storico.

Di tenore diverso furono le critiche di Marx, che anzi applicò la dialettica hegeliana alla Storia affermando che questa scaturisce dalla lotta dinamica fra gli opposti. Le contrapposizioni della realtà non trovano conciliazione in un principio superiore (come ad esempio Dio), ma nella storia stessa, il cui esito finale, secondo Marx, non trascende le umane vicende, ma è immanente al raffronto dialettico tra le classi sociali, e in particolare tra la "struttura" economica (costituita dai rapporti materiali di produzione) e la "sovrastuttura" (gli apparati culturali che ne occulterebbero la vera natura).

Questo modo di concepire la filosofia della storia prese il nome di materialismo dialettico.

Con Friedrich Engels in particolare, il metodo dialettico hegeliano che Marx aveva inteso rimettere "con i piedi per terra", trasformandolo in uno strumento di lotta sociale e rivoluzionaria, trova un ulteriore campo di applicazione con la Dialettica della natura, da Engels enunciata ed elaborata ulteriormente nei suoi ultimi anni di vita.

Schopenhauer[modifica | modifica wikitesto]

In polemica col dibattito filosofico precedente, Arthur Schopenhauer ha osservato che la logica ricerca la verità, ma la dialettica si interessa solo del discorso. L'unica dialettica veramente importante è dunque la dialettica eristica, ossia l'arte di ottenere ragione. Secondo Schopenhauer è più importante vincere la battaglia verbale, specie davanti ad un pubblico, piuttosto che dimostrare di aver ragione. Questo perché il pubblico potrebbe non essere interessato alla verità dell'argomento, ma solo allo scontro verbale, e quindi non avere la pazienza o la preparazione necessaria a seguire la dimostrazione. Per ottenere ragione, e vincere lo scontro, è dunque lecito utilizzare ogni argomento a favore: a tal fine Schopenhauer elenca 38 metodi derivati dai classici.[32]

Adorno[modifica | modifica wikitesto]

Per il filosofo della scuola di Francoforte Adorno la dialettica assume un significato prettamente negativo poiché è utilizzata per rendere manifeste le disarmonie che permeano il reale, e non deve cercare di auto-fondarsi.

Elenco per autori dei trattati dedicati al metodo dialettico[modifica | modifica wikitesto]

Hanno scritto trattati sulla Dialettica:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Michel Fattal, Ricerche sul logos: da Omero a Plotino, pagg. 109-110, a cura di Roberto Radice, Vita e Pensiero, Milano 2005 ISBN 88-343-1152-3.
  2. ^ Zenone di Elea sarebbe stato pertanto annoverato da Aristotele come l'iniziatore della dialettica, stando alla testimonianza di Sesto Empirico (Adversus mathematicos, VII, 6-7) e di Diogene Laerzio (Vite dei filosofi, VIII, 2, 57; IX, 5, 25).
  3. ^ «Socrate, quando voleva risolvere una questione, procedeva discutendo sulla base di principi da tutti gli uditori concordemente accettati (anche se da Socrate eventualmente non condivisi) e da essi partiva per trarre le sue conclusioni. [...] Questo modo di procedere di Socrate si spiega perfettamente soltanto tenendo presente la funzione protrettica della sua dialettica» (G. Reale, Il pensiero antico, pag. 102, Vita e Pensiero, Milano 2001 ISBN 88-343-0700-3).
  4. ^ Platone, Eutifrone, 5, c-d.
  5. ^ «Il metodo di Socrate [...] è quello della "maieutica" o "ostetricia" spirituale: egli non sa procreare la verità, ma sa aiutare gli altri a metterla alla luce, con l'esercizio dialettico della domanda e della risposta» (dall'enciclopedia Treccani, alla voce «Socrate»).
  6. ^ Mario Montuori, Socrate, fisiologia di un mito, p. 98, Milano, Vita e Pensiero, 1998 ISBN 88-343-0068-8.
  7. ^ «La metafora in questione riflette felicemente il carattere dei dialoghi socratici, inconcepibili senza una sincera fede nella possibilità di portare alla luce il vero. In questa fede risiede del resto la morale di Socrate, la quale di fatto ha un nucleo ben saldo in quella stessa concezione della dipendenza della virtù dal sapere che ne costituisce, secondo le fonti, la più evidente caratteristica» (dall'enciclopedia Treccani, alla voce «Socrate»).
  8. ^ L'unico tentativo di definizione lo si trova nel Fedro, dove la dialettica viene assimilata a due procedimenti contrapposti ma complementari. Il primo è «abbracciare in uno sguardo d'insieme e ricondurre ad un'unica forma ciò che è molteplice e disseminato affinché, definendo ciascun aspetto, si attinga chiarezza intorno a ciò di cui si intenda ogni volta insegnare»; l'altro «consiste nella capacità di smembrare l'oggetto in specie, seguendo le nervature naturali, guardandosi dal lacerarne alcuna parte come potrebbe fare un cattivo macellaio» (Platone, Fedro 265 d-e).
  9. ^ Oltre al Fedro, i dialoghi principali in cui Platone tratta della dialettica sono il Parmenide il Sofista.
  10. ^ Aristotele, Analitici I, V, 57a.
  11. ^ Aristotele, Analitici I, IV, 46a; Metafisica, II, 1, 995b.
  12. ^ Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei filosofi, VII, 62.
  13. ^ Diogene Laerzio, Ibid., VII, 76 - 81.
  14. ^ Trad. di Giuseppe Faggin, La presenza divina, Messina-Firenze, D'Anna, 1971.
  15. ^ «Alla base di questa dialettica di negazione sta non ciò che si potrebbe credere la pura indeterminatezza, ma piuttosto la pienezza dell'Essere, che non va confuso con nessun altro, pure possedendo in sé le note positive di ogni essere, ma in modo supremo» (Luigi Pelloux, L'assoluto nella dottrina di Plotino, pag. 165, Vita e Pensiero, Milano 1994 ISBN 88-343-0560-4).
  16. ^ Plotino, Enneadi, I, 8, 6, che è a sua volta una citazione da Platone, Teeteto, 176 a.
  17. ^ Plotino, Enneadi, V, 3.
  18. ^ Per Plotino infatti la dialettica, che procede «con scienza riguardo ad ogni realtà, e non per opinione», non solo permea di sé lo sviluppo del pensiero, ma «attiene alle realtà stesse, e insieme ai teoremi possiede la realtà» (Enneadi, I, 3, 4-5).
  19. ^ Enneadi, I, 3, 5.
  20. ^ a b Enn., I, 3, 4.
  21. ^ Cfr. ad esempio il De Magistro di Agostino (§ 19-31).
  22. ^ All'attività e alle opere di Boezio (quali ad esempio De diusione, De differentiis Topicis, le Categorie e il De interpretatione di Aristotele) si deve in particolare la fondazione della strumentazione dialettica utilizzata dagli scolastici.
  23. ^ Inos Biffi, André Cantin, Costante Marabelli, La fioritura della dialettica X-XII secolo, Jaca Book, Milano 2008 ISBN 978-88-16-40819-7.
  24. ^ Kant, Critica della ragion pura, in Dialettica trascendentale, I, 102 - II, 288, Laterza, Bari 1977.
  25. ^ Fichte, Dottrina della scienza (1794).
  26. ^ Schelling, Sistema dell'idealismo trascendentale (1800).
  27. ^ Si trattava di quella dialettica negativa che conduceva al «nascondimento» di Dio, così come la luce si nasconde in ciò che essa illumina (non la vediamo mai direttamente, ma solo in quanto rende visibile il mondo): concetto ripreso da Heidegger che parlerà di epoché o «sospensione» dell'Essere, che nel «darsi» si nasconde (cfr. Heidegger, Sentieri interrotti, Firenze, La Nuova Italia, 1968, p. 314).
  28. ^ Nel formulare la sua Logica, Hegel respingeva come irrazionale qualsiasi forma di trascendenza o di concetto a priori che non potesse essere a sua volta dimostrato, e costruì pertanto una dialettica a spirale dove ogni princìpio iniziale trovi giustificazione, su un piano immanente, alla fine del percorso dimostrativo, in una sintesi che è l'avvio di un ulteriore circolo. Gli studi condotti da Gödel nel XX secolo hanno tuttavia dimostrato l'inconsistenza logica dei ragionamenti circolari, in cui si presume che la verità del sistema possa essere dimostrata dall'interno del sistema stesso (cfr. Teoremi di incompletezza).
  29. ^ Il fatto che X venga conosciuto grazie al rapporto con Y (e viceversa), fu cioè interpretato da Hegel come se X possa esistere grazie al rapporto con Y (e viceversa).
  30. ^ Hegel, Scienza della logica (1812).
  31. ^ Schelling, Filosofia della Rivelazione (1854).
  32. ^ Gli appunti di Schopenhauer sull'argomento sono stati raccolti postumi nel libretto L'arte di ottenere ragione esposta in 38 stratagemmi (Adelphi, 1991 ISBN 88-459-0856-9).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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