Deprivazione sensoriale

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La deprivazione sensoriale è la pratica consistente nel privare un essere umano della possibilità di percepire una o più tipologie di stimoli sensoriali (vista, udito, tatto, olfatto, gusto).

Questa pratica è stata usata nella storia per motivi diversi e opposti: come metodo di tortura e interrogatorio, oppure come atto medico. Una sintesi di queste due finalità si riscontra nell'uso della deprivazione sensoriale come gioco erotico da parte dei praticanti il BDSM.

La deprivazione come tortura[modifica | modifica sorgente]

La deprivazione sensoriale può essere usata come strumento di tortura, obbligando per giorni e giorni i prigionieri a stare confinati in uno spazio buio senza la possibilità di comunicare con nessuno, né rendersi conto di dove siano. L'esposizione prolungata all'assenza di stimoli può produrre forte ansia, allucinazioni, pensieri bizzarri, depressione e comportamenti antisociali[1].

La deprivazione come atto medico[modifica | modifica sorgente]

Caso diverso è invece lo studio sulla deprivazione sensoriale portato avanti da John Lilly, con l'invenzione della vasca di deprivazione sensoriale. Il ricercatore statunitense ha scoperto che, sottoponendosi a sessioni brevi di restrizione sensoriale completa, il corpo umano viene defaticato completamente, e la mente può amplificare le sue capacità. Grazie a questo strumento si è compreso che il cervello, una volta indotto a eliminare gli stimoli esterni, riesce a produrne di propri. La coscienza può modificare il suo stato normale ed alterarsi, permettendo la possibilità di sperimentare una serie di stati alterati di coscienza.

La privazione degli stimoli sensoriali induce il cervello a modificare la sua attività bioelettrica. Le onde cerebrali iniziano a spostarsi verso la fase theta e delta, fasi associate ad uno stato semionirico e allo stato di sonno. Mantenendo lo stato cosciente, in queste fasi è possibile sperimentare una serie di alterazioni della propria percezione di realtà.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Stuart Grassian, Psychiatric effects of solitary confinement (PDF). URL consultato il 7 gennaio 2009.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]