Declino economico italiano
[modifica] Fasi di ascesa e di declino dell'economia italiana
Dal periodo del boom economico fino agli anni ottanta notiamo che l’Italia si arricchisce nei confronti del resto d’Europa e degli U.S.A. colmando in parte o del tutto il divario che esisteva alla fine della seconda guerra mondiale. Passiamo infatti da una situazione nel 1950 in cui il reddito medio pro capite italiano era il 75% di quello europeo ed il 35% di quello statunitense al 1980 in cui tali valori arrivano al 99,6% rispetto all’Europa ed al 70% rispetto agli U.S.A.
Bisogna sottolineare che durante questo lungo periodo non mancano le battute di arresto dovute a quattro shock dal lato dell’offerta: nel 1964 e nel 1969 si inaspriscono le spinte salariali (con le conseguenti politiche restrittive nei confronti dei prezzi) mentre nel 1974 e nel 1979 sono gli shock petroliferi a frenare la crescita. In ogni caso l’ambiente rimane favorevole alla crescita. Negli anni ottanta, infine, il divario di reddito tra Italia ed USA/UE si stabilizza mentre a partire dagli anni novanta inizia addirittura a crescere. Nel 2001, poi, l’economia italiana entra in una fase di stallo.
Gli anni novanta ed il primo decennio del ventunesimo secolo sono dunque segnati da un declino dovuto a carenze strutturali di cui sono brevemente elencate di seguito le caratteristiche e considerazioni:
- Scarsa crescita del Pil;
- Non abbiamo in questi anni aumento dei salari ma al contrario una certa moderazione;
- L’aumento del prezzo del petrolio è troppo recente per poter aver inciso negativamente sul sistema produttivo;
- La crescita della produttività sta diventando sempre più moderata;
- Non si è notato dal 1998 un apprezzamento del tasso di cambio reale che possa aver penalizzato le nostre esportazioni (dal 1995 al 1998 abbiamo un apprezzamento che rappresenta solo una correzione dell’eccesso di svalutazione tra 1992 e 1995);
- Produzione ed export sono sbilanciate verso le produzioni tradizionali a bassa intensità di capitale umano e fortemente esposte alla concorrenza dei paesi in via di sviluppo.
[modifica] Alcuni indicatori del declino
Non possiamo analizzare le performance della crescita italiana in termini assoluti perché anche le altre potenze economiche occidentali hanno visto un rallentamento negli ultimi anni: per avere un quadro sensato della misura delle nostre difficoltà dobbiamo paragonarci agli altri Paesi occidentali. Utilizziamo alcuni indicatori:
- Analizziamo il reddito per persona in parità di potere d’acquisto (cioè corretto per le dinamiche demografiche, livello dei prezzi ed omogeneizzato nelle procedure di calcolo del reddito). Da questo indicatore emerge che dal 1995 al 2004 passiamo da un livello di reddito nei confronti dell’Europa dei 15 del 102,67% al 97,4% scendendo quindi sotto la media: un divario troppo pronunciato e in rapida ascesa per essere imputato a cause congiunturali. I dati sono confermati anche rispetto agli U.S.A. tenendo conto che il rapporto di reddito U.E./U.S.A. è rimasto pressoché invariato.
- Secondo l’andamento delle retribuzioni tra il 1998 ed il 2002 la stagnazione dell’economia viaggia di pari passo con la stagnazione dei salari reali (nei decenni scorsi invece le due dinamiche si alternavano) mentre dal 1999 in poi i prezzi iniziano a crescere più rapidamente dei salari nominali. Si potrebbe ipotizzare allora che bassi salari significhi più lavoro, soprattutto per le categorie più giovani e meno esperte ma la deludente performance occupazionale italiana e la dinamica dei bilanci delle famiglie smentiscono questa ipotesi. Infatti l’occupazione giovanile in Italia (15-24 anni) è diminuita tra il 2000 ed il 2003 dal 27,8% al 26,8% mentre in Europa è aumentata dal 40,8% al 42,6%.
- Ancor più che il calo dell’occupazione, per spiegare le difficoltà dell’Italia, vale il calo della dinamica della produttività che è più accentuato rispetto agli altri Paesi europei (in parte questo vale a spiegare anche perché i salari non aumentano);
- Si evidenzia, infine, la perdita della quota di mercato dell’export italiano: tra il 1996 ed il 2001 l’apprezzamento della lira ha colpito l’export italiano che passa dalla quota mondiale del 4,7% al 4,0%. Ha contribuito a questo calo anche la forza del dollaro, che gonfia il mercato extraeuropeo: non a caso nello stesso periodo la Francia passa del 5,7% al 5,3% e la Germania dal 9,7% al 9,2%. Dopo il 2001, però, il dollaro perde forza e quindi Francia e Germania vedono crescere di nuovo la propria quota di export mentre quella italiana continua a calare e nel 2004 arriva al 3,8%.
[modifica] E' colpa dell'Euro?
Senza dubbio in passato i periodi critici erano superati, almeno temporaneamente, grazie alla svalutazione della lira, oggi non più attuabile. Però la caduta del tasso di crescita della produttività inizia già negli anni settanta e quindi le cause della crisi attuale non sono tanto recenti. Inoltre non dobbiamo considerare il tasso di cambio nominale ma quello reale che è corretto per la variazione dei prezzi (infatti un eccessivo deprezzamento del tasso di cambio fa alzare i prezzi dei beni importati, fatto che può colpire negativamente l’industria nazionale) e se guardiamo il suo andamento, questo tasso dal 1993 in poi è piuttosto basso e tra il 1998 ed il 2000 (grazie al dollaro forte) continua a scendere. L’apprezzamento del tasso di cambio reale si ha solo dal 2000, anno a noi troppo vicino perché l’Euro ci abbia danneggiati mentre la stabilità della moneta unica avrebbe dovuto favorire le nostre imprese ed i loro investimenti.
[modifica] Analisi del vantaggio comparato italiano tra il 1970 ed il 2002
Il vantaggio comparato è la capacità di un sistema di produrre un determinato bene a prezzi relativamente minori rispetto a quelli affrontati per la produzione di altri beni: l’analisi dei vantaggi comparati di una data economia permette di conoscerne le peculiarità ed il tipo di specializzazione. Dall’analisi emerge che abbiamo un vantaggio comparato nei settori tradizionali a bassa intensità di capitale umano mentre nei settori avanzati il vantaggio comparato è molto negativo. Inoltre, negli anni, in Italia non c’è stato un sostanziale mutamento della struttura dei vantaggi comparati e la tendenza italiana a rafforzare la produzione nei settori tradizionali appare anomala rispetto a tutti gli altri Paesi occidentali che convergono verso una specializzazione in quelli più avanzati.
I dati esposti sono confermati dal rapporto tra impiegati in ricerca e sviluppo e operatori complessivamente presenti per ogni settore supponendo il numero di impiegati in ricerca e sviluppo proporzionale a quello degli operatori qualificati: questo indice in Italia è più basso rispetto a Germania, Francia, USA, Spagna e Regno Unito. I dati fin qui esposti dunque non lasciano dubbi sul fatto che la tendenze italiane costituiscano una peculiarità in tutto il mondo occidentale. È possibile affermare che questo modello abbia penalizzato l’Italia? Perché tutto sommato avere una specializzazione differente non vuol dire necessariamente avere una specializzazione peggiore. Per rispondere finalmente a questa domanda si è studiata la correlazione tra struttura dei vantaggi comparati in un dato anno e la crescita delle esportazioni settoriali nei cinque anni successivi. Questo studio mostra che siamo specializzati in settori in cui stiamo perdendo posizioni a livello mondiale: se dunque l’analisi del vantaggio comparato non basta ad indicare se e perché siamo in declino, il coefficiente di correlazione tra vantaggi comparati e crescita dell’export non lascia più dubbi.
[modifica] Dotazione italiana di capitale umano
Abbiamo visto che il modello produttivo italiano è sbilanciato verso produzioni a scarsa intensità di capitale umano, questo perché il tipo di specializzazione di un paese generalmente è lo specchio della sua dotazione di fattori produttivi e l’Italia è storicamente carente in termini di capitale umano. Non c’è dubbio che negli ultimi quattro decenni il livello medio di istruzione del Bel Paese sia cresciuto, però il divario rispetto agli altri Paesi industrializzati è cresciuto. Inoltre è inferiore la qualità dell’istruzione da quanto traspare dallo studio internazionale denominato P.I.S.A. (Programme for International Student Assessment). I dati evidenziano la nostra inferiorità sia in termini di numero di anni di istruzione che come formazione post-secondaria (universitaria e non). Questa carenza penalizza sia i settori di ricerca e sviluppo che la proficua acquisizione ed utilizzo di tecnologie importate dall’estero.
[modifica] Cause della carenza di offerta di manodopera specializzata
In Italia non è presente solamente una scarsa offerta di capitale umano ma anche una scarsa domanda, testimoniata dalla fuga di cervelli dal nostro Paese che allo stesso tempo non riesce ad attrarne dall’estero. Il fenomeno in realtà è un circolo vizioso in cui la scarsa presenza di capitale umano è alimentata da/alimenta un modello basato su manifatture tradizionali ed imprese di piccole dimensioni: questo modello a sua volta scoraggia gli investimenti nella formazione. L’equilibrio tra domanda ed offerta di capitale umano specializzato può perciò generare circoli virtuosi con un equilibrio a standard elevato come accade ad esempio negli U.S.A. oppure, come in Italia, può attestarsi in una posizione di risorse umane di scarsa qualità.
[modifica] Possibili soluzioni
Abbiamo fin qui visto come la scarsità di capitale umano disponibile in Italia sia influenzato/influenzi sia le dimensioni delle nostre imprese (è assodato che la presenza di manodopera qualificata sia legata al crescere delle dimensioni delle imprese) sia l’orientamento verso i settori tradizionali: tutto questo si traduce in scarsi investimenti in ricerca e sviluppo. Come è possibile allora innescare il circolo virtuoso di crescita dimensionale e tecnologica? Le vie da percorrere sono essenzialmente due:
1) Bisogna migliorare il sistema dell’istruzione: fornire più laureati specialmente nei settori scientifici e tecnologici e favorire una preparazione generale, ad ampio orizzonte, piuttosto che una molto specifica visto che oggi le condizioni di lavoro mutano rapidamente ed è quindi richiesta una certa adattabilità.
2) Si deve incoraggiare la ricerca scientifica da parte dei privati: in Italia infatti ad essere carente è soprattutto quella. Lo Stato investe in ricerca e sviluppo circa lo 0,5 % del Pil, tutto sommato paragonabile allo 0,6 % del Giappone, lo 0,7 % degli USA e l’1,1 % della UE. Il privato invece vede l’Italia sempre allo 0,5 %, il Giappone al 2,4 %, gli USA al 2 % e l’UE ancora all’ 1,1 %.
[modifica] Conclusioni
È stato mostrato come il rallentamento dell’economa Italiana degli ultimi anni non abbia origini congiunturali bensì, strutturali. Inoltre la perdita di posizioni della nostra economia non ha coinciso con un aumento del potere d’acquisto delle famiglie italiane, come invece è accaduto in passato, ma al contrario il loro benessere sta scendendo a conferma delle difficoltà in cui versa il nostro sistema in generale.
È stato sostenuto che la nostra posizione di svantaggio possa nascere dalla scarsa concorrenza, rigidità del mercato del lavoro o carenze dei mercati finanziari. In realtà questi fattori, per quanto penalizzanti, non possono spiegare da soli il declino visto che sono presenti anche in maniera più pronunciata in altre economie occidentali più in forma della nostra.
Il problema principale dell’Italia è che la nostra posizione di specializzazione nei settori tradizionali, benché spesso di elevata qualità e la scarsità del capitale umano ci espongono fortemente alle conseguenze dello shock tecnologico e commerciale che si è verificato negli ultimi anni con l’ingresso sullo scenario mondiale delle economie del terzo mondo, ben più competitive della nostra nei settori tradizionali. Inoltre la scarsità di investimenti in ricerca e sviluppo e la scarsa preparazione del personale nei settori avanzati hanno impedito di sviluppare tecnologie proprie e di acquisirne in maniera proficua dall’estero. Di fronte agli scenari degli ultimi anni, quindi, la nostra posizione appare di assoluta vulnerabilità. Èopinione diffusa tra gli economisti che misure di protezionismo altro non farebbero che favorire l’allocazione di risorse verso i settori tradizionali favorendo un modello di specializzazione obsoleto e destinato al fallimento.
[modifica] Bibliografia
- Gaggi, Narduzzi, La fine del ceto medio e la nascita della società low cost, Einaudi 2006
- Coppini, Nieri, Volpi, Storia Contemporanea, Pacini Editore 2005
- De Bernardi, Guarracino, La Conoscenza Storica, B.Mondadori 2000
- Begg, Fischer, Dornbush, Economia, Mc Graw-Hill 2005
- Stiglitz, Economia del settore pubblico, Hoepli 2004
- AA.VV., Eredità del Novecento alla voce Lo Stato Sociale (Scamuzzi), Treccani 2000
- AA.VV., La Piccola Treccani (vol. XII) alla voce Welfare, Treccani 1997
- Boeri, Faini, Ichino, Pisauro, Scarpa, Oltre il declino, Il Mulino 2005
- Bianco, L’industria italiana, Il Mulino 2003