Dakini

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Tavoletta di legno intagliato tibetana di Dakini Vajrayogini.

Nel buddismo tibetano, Dakini (Sanscrito: डाकिनी ḍākinī; Pali ḍāginī, Mongolo: дагина) o Khandroma (Tibetano: མཁའ་འགྲོ་མ་ khandroma; Wylie: mkha' 'gro ma; Pinyin tibetano: kanzhoima; Mongolo: хандарма; Cinese: 空行母) è uno spirito femminile. Si traduce con colei che attraversa il cielo, colei che si muove nello spazio, camminatrice del cielo o danzatrice del cielo.

Traduce il concetto tantrico di dakini, derivato dalla figura di una leggenda indiana medievale (Bhagavata Purana, Brahma Purana, Markandeya Purana, Kathasaritsagara), uno spirito femminile correlato a Kali, che si nutriva di carne umana (la cui controparte maschile era chiamata ḍāka ).[1] Esse sono paragonabili agli spiriti femminili benevoli o malevoli di altre culture, come ninfe, fate, folletti oppure il peri persiano.[2][3]

Figura chiave del tantra, la dakini appare anche in forme diverse dal Vajrayana come nella scuola giapponese Shingon da dove essa si diffuse nella cultura nipponica, evolvendosi poi Dakini-ten e legandosi all'iconografia delle kitsune. L'origine della figura di dakini è incerta ma essa continua oggigiorno a far parte del folklore indiano, generalmente in forma irata, e rimane in parte del tantra hindu.

La dakini appare in una formulazione vajrayanica del Triratna buddhista, conosciuta come Tre Radici. Più comunemente essa appare come protettrice del dharma, accanto a un guru e a un yidam.[4] Oppure può essere essa stessa un yidam.

Nel Buddhismo Tibetano[modifica | modifica sorgente]

Una dakini danzante fabbricata in Tibet nel XVIII secolo.

Anche se le dakini appaiono nell'Induismo e nella tradizione Bön, esse svolgono un ruolo importante nel Buddhismo del Vajrayana, dove ispirano i meditanti a compiere particolari pratiche spirituali. Le dakini sono manifestazioni di aspetti puri della mente in forma femminile, che evocano il movimento dell'energia nello spazio. In tale contesto, il cielo o lo spazio indicano la shunyata, la vacuità o inconsistenza di tutti i fenomeni, che è allo stesso tempo potenzialità di ogni possibile manifestazione.


Nell'Induismo[modifica | modifica sorgente]

Nella leggenda hindu medievale, un daka (femminile dakini) è una divinità irata. Il termine shaka è talvolta usato come sinonimo.[5]

Il dio principale che ha il controllo su tali divinità è Hanuman. Ci sono molti mantra che Hanuman usa per conquistare una dakini,[6][7] tra i quali sono famosi il Panchamukhi Hanuman Kawacham[8] ed il Saptamukhi Hanuman Kawacha.[9] Gli indù recitano inoltre il Sri Sudarshana Kawacha, una canto di lode shloka o kawacha in sanscrito a Vishnu, che prese il nome della sua arma Sudarshana Chakra, per ottenere protezione dalle dakini.[10] Devi Kavacham è un canto di lode a Durga.[11][12]

Secondo una leggenda[senza fonte] Dakini e Shakini erano le mogli di Tripurasura. Dopo che Tripurasura fu ucciso Shiva, esse ricevettero da Shiva il dono di poter vivere nella foresta senza alcuna minaccia, e la gente avrebbe dovuto cantare il loro nome prima di poter entrare nel Tempio Bhimashankara. Perciò la foresta intorno al tempio divenne nota come Foresta delle Dakini.[13]

Nel tantra hindu, Dakini, Shakini, Kakini e Kamini sono i nomi di poteri o shakti che controllano i differenti cakra. Così, le dakini vengono viste come "guardiani dei misteri più profondi di sé", ed è attraverso loro che i segreti della trasformazione interiore sono dischiusi. Un volta che una persona è in grado di risvegliare l'energia Kundalini e spostarla sulla sua base, il Muladhara sopra il Sahasrara, raggiunge loYoga.[14]

Nel Buddhismo Giapponese[modifica | modifica sorgente]

Immagine di Dakini-ten in Giappone risalente al 1783 d.C. (essa appare sempre insieme a delle volpi bianche).

Anche se la figura della dakini sembra essersi diffusa in Giappone mediante l'introduzione Kukai del Buddhismo tantrico nella scuola Shingon durante l'inizio del IX secolo, essa appare più come la dakini nell'iconografia hindu che quella del Buddhismo Tibetano.[15]

Alla fine del Periodo Heian, l'immagine della dakini si mischiò con le immagini di volpi e donne seminude, acquisendo i nomi di Dakini-ten (荼枳尼天 Divinità Dakini?), Shinkoō-bosatsu (辰狐王菩薩 Volpe Regina delle Stelle-Bodhisattva?) e Kiko-tennō (貴狐天王 Nobile Volpe-Sovrana Celeste?). Nel Medioevo l'Imperatore del Giappone cantava davanti ad un'immagine della volpe Dakini-ten durante la sua cerimonia d'incoronazione, inoltre sia il monarca che gli shogun dovevano rendere onore alla Dakini-ten. Era un credenza comune che nel momento in cui cessasse di rendere omaggio a Dakini-ten, il proprio dominio sarebbe caduto in rovina. Sebbene si dicesse che Dakini-ten fosse una potente divinità buddista, le immagini e le storie che la concernevano nel Giappone medievale ed anche moderno le davano i tratti della kitsune, una creatura a forma di volpe della mitologia locale. La credenza popolare moderna, spesso rappresentata in libri sulla religione, è che l'immagine della volpe fosse un sostituto dello sciacallo indiano, ma lo sciacallo non è sempre associato alla dakini.[16]

All'inizio dell'era moderna i riti della dakini erano delegati in varie magie chiamate Dakini-ten, Izuna, ed Akiba. Le persone che avessero ricevuto un torto nel loro villaggio, andavano da uno yamabushi corrotto che praticava la magia nera, ed ottenevano da lui la trappola per catturare una kitsune da dividere con lo stregone.[17] Resoconti della possessione divennero specialmente comuni durante i periodi Edo e Meiji, sotto il nome di kitsunetsuki.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) Monier-Williams, A Sanskrit Dictionary, 1899.
  2. ^ (EN) David Templeman, Iranian Themes in Tibetan Tantric Culture: The Ḍākinī.
  3. ^ (EN) Henk ed. Blazer, Religion and Secular Culture in Tibet, Brill, 2002, pp. 113-129, ISBN 90-04-127763.
  4. ^ (EN) Judith Simmer-Brown, Dakini's Warm Breath:The Feminine Principle in Tibetan Buddhism, Shambhala Publications Inc., 2002, pp. 139–140, ISBN 978-1-57062-920-4.
  5. ^ (EN) Rajaram Narayam Saletore, Indian Witchcraft, New Delhi, Abhinav Publications, 1981, p. 110, ISBN 0-391-02480-9.
  6. ^ Nikhil, hanumanji kaval, Nikhil-alchemy2.blogspot.com, 4 ottobre 2010. URL consultato il 20 novembre 2011.
  7. ^ Lord Hanuman dispels all fears and all spirits., Devasthan.rajasthan.gov.in. URL consultato il 20 novembre 2011.
  8. ^ Panchamukhi Hanuman Kavacham (PDF). URL consultato il 20 novembre 2011.
  9. ^ Saptamukhi Hanuman Kavacham (PDF). URL consultato il 20 novembre 2011.
  10. ^ Sri Sudarshana Kavaca, Srilaprabhupadavaniseva.wordpress.com, 26 febbraio 2011. URL consultato il 20 novembre 2011.
  11. ^ Devi Kavacham Buchara, Prarthana.net, 29 giugno 2010. URL consultato il 20 novembre 2011.
  12. ^ Armour of the Goddess, Hindupedia.com. URL consultato il 20 novembre 2011.
  13. ^ http://www.gujaratglobal.com/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=1644
  14. ^ (EN) Kundalini awekening, Mgck59.webs.com. URL consultato il 20 novembre 2011.
  15. ^ (EN) Adriana Boscaro, Rethinking Japan: Social Sciences, Ideology and Thought, Curzon Press, 2003, p. 330, ISBN 978-0-904404-79-1.
  16. ^ (EN) Karen Ann Smyers, The Fox and the Jewel: shared and private meanings in contemporary Japanese inari worship, University of Hawaii Press, 1999, p. 84, ISBN 0-8248-2058-4.
  17. ^ (EN) Carmen Blacker, The Catalpa Bow: A Study of Shamanistic Practices in Japan, Psychology Press, 1999, ISBN 0-203-34713-7.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) June Campbell, Traveller in Space: In Search of the Female Identity in Tibetan Buddhism, George Braziller, 1996, ISBN 0-8076-1406-8.
  • (EN) Elizabeth English, Vajrayogini: Her Visualizations, Rituals, and Forms, Wisdom Publications, 2002, ISBN 0-86171-329-X.
  • (EN) Michaela Haas, Dakini Power: Twelve Extraordinary Women Shaping the Transmission of Tibetan Buddhism in the West, Snow Lion, 2013, ISBN 1-55939-407-2.
  • (EN) Thinley Norbu, Magic Dance: The Display of the Self Nature of the Five Wisdom Dakinis, 2ª ed., Jewel Publishing House, 1981, ISBN 0-9607000-0-5.
  • (EN) Padmasambhava, Dakini Teachings, tradotto da Erik Pema Kunsang, 2ª ed., Rangjung Yeshe Publications, 1999, ISBN 962-7341-36-3.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]